DEMOCRAZIA PICCONATA

Giornalista che diffama politici o magistrati rischia 9 anni di carcere

E una recentissima novità del ddl contro intimidazioni ad amministratori pubblici

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Giornalista che diffama politici o magistrati rischia 9 anni di carcere

ROMA. Dell’Europa e dei diritti inviolabili l’Italia dimostra di fregarsene così come le classifiche sulla libertà di stampa...

Dopo che la Corte di Giustizia europea ha sancito che il carcere per i giornalisti non può essere applicato, l’Italia ci riprova persino dopo un ampio dibattito dove tutti sembravano concordi per l’abolizione della detenzione.

Capita in Italia. La vera novità e una distinzione al limite del ridicolo e della costituzionalità che chiarisce nero su bianco che la diffamazione per certe categoria -guardacaso politici e magistrati- è più grave rispetto alla diffamazione di quel poveraccio dell’uomo qualunque.

Così se per caso si viene condannati per aver offeso un politico e magistrato si rischia il carcere fino a 9 anni. Se invece ad essere diffamato è il signor Rossi la pena che si rischia è fino a 6 anni. Al mercato della pena a conti fatti politici e giudici valgono di più, peccato che non sempre tale valore viene poi trasposto anche nella vita reale dove questo di più non è sempre percepibile.

E nove anni non sono una pena da niente se si pensa che per la corruzione (quando si indaga, si acciuffa e si riesce a condannare) al massimo si arriva a sei anni. Per non parlare di reatucci come l’abuso d’ufficio, la concussione o altri odiosi e pericolosi reati per la società.

A fare le leggi sono i politici e dunque la diffamazione nei loro confronti è considerato un reato molto più grave di quello di rubare soldi pubblici. Se a fare le leggi fossero i giornalisti le cose sarebbero di certo ribaltate ma qui bisognerebbe tendere all’equilibrio e all’interesse pubblico sopra ogni altra cosa.

Ma tant’è e questo perchè potrebbe essere il risultato del combinato disposto

della legislazione vigente con una norma contenuta nel ddl già approvato in commissione Giustizia del Senato il 3 maggio scorso, che l'Aula del Senato sta ora per esaminare.

Si tratta dell'articolo 339 bis che verrebbe inserito nel codice penale nel caso in cui venisse approvato il disegno di legge contro le intimidazioni agli amministratori locali.

La norma prevede, infatti, che le pene stabilite per alcuni reati tra cui la diffamazione a mezzo stampa (art.595 c.p) siano «aumentate da un terzo alla metà se il fatto è commesso ai danni di un componente di un Corpo politico, amministrativo o giudiziario a causa dell'adempimento del mandato, delle funzioni o del servizio».

E siccome l'articolo 13 della legge n.47 del 1948 (diffamazione a mezzo stampa con l'attribuzione di un fatto determinato) prevede il carcere da 1 a 6 anni, se entrasse in vigore il 339 bis, la pena massima aumenterebbe della metà: cioè 9 anni (6+3).

La cosa buffa (si fa per dire) è che questa norma avrebbe la ratio di tutelare queste speciali categorie pubbliche dalle intimidazioni. Con questo si sdogana dunque il concetto di “intimidazione a politico a mezzo stampa” cosa di difficile inquadramento in caso di notizie false, impossibile nel caso di notizie vere.

Ma cercando di tutelare l’integrità dell’immagine dei politici contemporaneamente si lancia un pericolosissimo messaggio ai giornalisti che potrebbero essere intimiditi dalla legge contro l’intimidazione ai politici.

L’autocensura è dietro l’angolo, i cronisti sono avvertiti.

Tutta da verificare invece la disparità di trattamento vietato espressamente dalla Costituzione italiana che sancisce l’uguaglianza che evidentemente sparisce in presenza delle Caste.