ILPERSONAGGIO

Lavitola esce dal carcere e torna ai domiciliari

Dalla tentata estorsione al Cav alla compravendita dei senatori

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

116

Lavitola esce dal carcere e torna ai domiciliari

NAPOLI. Giornalista, editore, uomo d'affari, con l'ambizione di una carriera in politica frustrata da eventi indipendenti dalla sua volontà. Ma anche un "facilitatore", come lo definì Berlusconi riferendosi alla sua capacità di fare da intermediario tra imprese italiane e straniere. E' stato tutto questo Valter Lavitola, 50 anni, prima di finire al centro di una lunga serie di inchieste giudiziarie sfociate in condanne e ordini di arresto. Sì, perché dal 16 aprile 2012, quando sbarcò all'aeroporto di Fiumicino proveniente dal Sud America con l'intenzione di mettere fine alla latitanza, Lavitola è stato soprattutto un detenuto. Da quel giorno infatti l'uomo che dava del tu a capi di Stato dell'America Latina e conversava al telefono in piena notte con un assonnato premier chiedendo favori e dispensando consigli, non è più stato un uomo libero. Finito in carcere, lui che si illudeva di chiudere in fretta e pagando un prezzo basso i suoi conti con la giustizia, tranne alcune parentesi agli arresti domiciliari, è tornato oggi nella sua casa di Roma. Non da libero, sempre in regime di detenzione, ma finalmente fuori da quel grigio casermone del carcere di Secondigliano. I suoi legali - Marianna Febbraio, Anna Savanelli e Sergio Cola - sono riusciti ad ottenere gli arresti a casa dal Tribunale di Sorveglianza e dai giudici della Corte di Appello. Lavitola stava espiando infatti due condanne definitive e si trovava in custodia cautelare per altri due procedimenti. Vicende giudiziarie che sono germogliate a mano a mano che i magistrati scoprivano nuovi episodi che lo hanno visto protagonista tanto da guadagnargli la definizione, inflazionata ma sempre eloquente, di faccendiere che lui ha comunque respinto con fermezza.

Laureato in scienze politiche, di simpatie socialiste prima di avvicinarsi, come tanti del suo partito, a Forza Italia negli anni Novanta (provò ad essere inserito nelle liste per le elezioni politiche ma la candidatura venne bloccata per l'opposizione di alcuni ras degli "azzurri"), la sua biografia recente è racchiusa in migliaia di pagine di atti giudiziari. Documenti che sono alla base di condanne definitive: per un presunto tentativo di estorsione proprio nei confronti di Berlusconi, la sua stella polare nel mondo della politica e per la gestione allegra di ingenti finanziamenti pubblici al quotidiano socialista Avanti, di cui divenne editore e direttore. Sentenze definitive alle quali si aggiungono altre accuse, sfociate in provvedimenti di custodia cautelare e verdetti di Tribunali, che si riferiscono a presunte tangenti per attività a Panama che coinvolgono l'ex presidente Martinelli e Impregilo e - caso giudiziario più eclatante di tutti - alla faccenda della compravendita dei senatori. Si tratta di quella che per i magistrati inquirenti e i giudici di primo grado del Tribunale di Napoli fu la macchinazione organizzata a suon di milioni di euro per far cadere tra il 2006 e il 2008 il governo Prodi. Una iniziativa che avrebbe visto in prima linea l'allora senatore Sergio De Gregorio, ex stretto amico e collega di Lavitola, che avrebbe partecipato alla cosiddetta Operazione Libertà consistita, secondo gli inquirenti, nel corrompere parlamentari del centrosinistra per far venir meno l'esigua maggioranza su cui a Palazzo Madama si reggeva il governo. In quella storia, Lavitola avrebbe avuto un ruolo di intermediario, consegnando personalmente parte dei soldi a De Gregorio (che, eletto nelle liste dell'Idv passò al centrodestra). Ma i rapporti con Berlusconi, secondo quanto affermano i magistrati, non furono sempre idilliaci: quando era latitante in America Latina, Lavitola avrebbe mandato messaggi ricattatori al Cavaliere, chiedendo soldi per non svelare la vicenda del giro di escort che ruotava intorno all'ex premier e all'imprenditore pugliese Tarantini. Un presunto ricatto, negato da Berlusconi ma sul quale i giudici non hanno avuto dubbi.