PETROLIO NERO

Trivelle. Il caso torna alla Consulta: il 9 marzo si decide sul conflitti tra poteri

Ammissibilità piano aree e proroghe. Regioni: «menomate prerogative»

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«Le trivelle inquinano sempre anche se non c’è un incidente»

 

ROMA.  Il caso "trivelle" torna in Corte Costituzionale la prossima settimana, a poco più di un mese dal referendum. Il 17 aprile, infatti, sarà chiesto ai cittadini se vogliono abrogare la norma in base alla quale le concessioni petrolifere già rilasciate durano fino all'esaurimento dei giacimenti. Ma ci sono altre due importanti questioni pendenti: il doppio regime per il rilascio dei titoli e il piano aree, cioè lo strumento in base al quale pianificare. Per entrambi la Cassazione prima, e poi la Consulta per le sue competenze, non hanno ammesso il referendum. Ma sei Regioni - Basilicata, Puglia, Liguria, Marche, Sardegna, Veneto - sono decise a dare battaglia e, con l'obiettivo di far rivivere i referendum, hanno proposto conflitto d'attribuzione tra poteri dello Stato su entrambi i punti: il primo nei confronti della Cassazione; il secondo, quello sul piano aree, anche nei confronti di Camera, Senato e Governo. Il primo step riguarda l'ammissibilità. Mercoledì 9 marzo la Corte Costituzionale dovrà valutare, in sostanza, se i soggetti coinvolti e l'oggetto proposto hanno i requisiti per accedere alla fase di merito. Il giudice relatore è Aldo Carosi. Il passaggio ha natura tecnico-procedurale, ma non è privo di insidie: solo se arriverà il via libera, le istanze referendarie saranno esaminate nei loro contenuti. La Corte dovrà innanzitutto valutare se il Comitato promotore dei referendum, formato dai delegati dei sei Consigli regionali, è un potere dello Stato e come tale è legittimato a proporre il conflitto. Nei due ricorsi che l'avvocato Stelio Mangiameli ha steso per conto delle Regioni, si sottolinea che già a partire dal 1978 la giurisprudenza costituzionale ha qualificato come potere dello Stato il Comitato promotore del referendum abrogativo.

La Consulta dovrà poi esaminare se le prerogative dei promotori siano state lese. I ricorsi, infatti, prospettano due conflitti per "menomazione", perché "senza usurpare un potere altrui, si impedisce ad altri poteri dello Stato di esercitare serenamente e pienamente il proprio". Il governo - sostengono i ricorrenti - è intervenuto con la legge di stabilità per modificare le misure stabilite precedentemente, nello Sblocca Italia, in materia di trivellazioni e giacimenti, ma in realtà "la richiesta referendaria è stata elusa". Perché "la legge di stabilità abroga" il piano aree, "facendo venir meno ogni forma di programmazione"; e sui titoli di concessione fissa un doppio binario, uno con e uno senza proroghe, che sembra offrire una "apparente opzione", ma in realtà "si risolverebbe sempre a favore dei titoli abilitativi che consentono la proroga", vanificando così l'intento referendario di "far venire meno il regime delle proroghe". Trattandosi di un passaggio tecnico, i conflitti dovrebbero essere ammessi. Poi, però, la Corte dovrà fissare una camera di consiglio per il merito e l'esito non è scontato, visto che anche quando si trattò di decidere sull'ammissibilità del referendum sulla durata delle concessioni, il "sì" non fu unanime. Se i conflitti - o uno dei due - passeranno al merito, ci sarà un altro referendum, i cui tempi sono legati alla pronuncia della Consulta: se arriverà entro l'estate, il governo potrebbe anche stabilire, in ogni caso con un atto normativo, una data per quest'autunno.