CAMPO PETROLIFERO

Trivelle, il referendum si farà? Governo potrebbe disinnescarlo mentre il Pd si spacca

Wwf:«oltre il 20% dato in concessione ad industrie petrolifere»

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Trivelle, il referendum si farà? Governo potrebbe disinnescarlo mentre il Pd si spacca

ROMA.  Le Regioni cantano vittoria dopo il sì della Consulta all’unico quesito referendario rimasto in piedi sulle perforazioni petrolifere. Ma è probabile che sarà una gioia momentanea perché da indiscrezioni sembra che il Governo non abbia alcuna voglia di sopportare una campagna referendaria ed un verdetto che potrebbe essere rischioso in una ipotesi forse non probabile.

Sul referendum, infatti, aleggiano molte incognite una di queste è proprio la campagna informativa che sarà osteggiata dal governo attuale che ne ha tutto l’interesse, visto che sotto la scure è una propria legge. Anche per questo il rischio di non raggiungere il quorum è molto alto.

Ma forse c’è di più ed il Governo Renzi potrebbe avviare fin da subito una revisione selettiva dello “Sblocca Italia” con modifiche mirate proprio rivolte ad inficiare il referendum e disinnescare il meccanismo democratico ma non probabilmente l’ondata di malumore e sospetti che aleggia intorno al tema del petrolio.  

Indiscrezioni per ora smentite ma il governo aveva già fatto una cosa simile dopo che le proposte di referendum, in tutto 6, avevano avuto l'imprimatur della Cassazione; e con la legge di Stabilità aveva rimesso mano alle norme sulle trivelle contenute nello Sblocca Italia, recependo molte delle richieste avanzate dai referendari. Infatti i quesiti sono dovuti tornare sotto la lente della Cassazione che l'8 gennaio, alla luce delle modifiche normative apportate, ne ha dichiarato ammissibile uno solo: quello sulla misura che stabilisce che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino a esaurimento dei giacimenti, traducendosi un prolungamento sine die.

Ieri è stata la volta della Corte Costituzionale, che ha dichiarato ammissibile questo referendum e improcedibili gli altri cinque già rigettati dalla Cassazione. Ma il referendum 'sopravvissuto' riguarda un tassello centrale.

Non solo.

Sei Regioni si preparano a proporre alla Corte Costituzionale un conflitto d'attribuzione nei confronti della Cassazione per la 'bocciatura' di due referendum: quello sul piano aree delle attività estrattive, su cui i governi regionali vogliono avere voce in capitolo; e quello sulla durata dei titoli, con l'obiettivo di eliminare le proroghe e sostituirle con le gare.

Il costituzionalista Enzo Di Salvatore, vicino ai No-Triv, traduce il risultato in termini calcistici: "Al momento il fronte referendario è sul 4-2 con Renzi. Il governo», aggiunge, «non è riuscito nell'intento di "far saltare i referendum per non sovrapporli alle amministrative. E, se passa il conflitto sul ripristino del Piano Area, a quel punto abbiamo messo una bella ipoteca sullo stop alle trivelle in mare Adriatico per sempre».

Intanto il governatore della Puglia, Michele Emiliano, Pd, annuncia che «la campagna referendaria inizia da subito» e dice al premier Renzi che «dev'essere contento perché quando il popolo irrompe sulla scena della democrazia, chi è iscritto al Pd dev'essere contento per definizione».

 Il presidente leghista del Veneto, Luca Zaia, dichiara che ora «i cittadini potranno dire no a una sciagura». Dalla Basilicata, capofila delle regioni referendarie, il presidente del Consiglio regionale, Piero Lacorazza, Pd, parla di «importante passo avanti» e «vittoria degli enti locali a difesa dei principi costituzionali e dei diritti dei cittadini».

In Abruzzo, invece, clima diverso dopo che la Regione capeggiata da Luciano D’Alfonso si è ritirata all’ultimo momento rompendo il fronte delle regioni contro le trivelle http://www.primadanoi.it/news/ambiente/564194/Trivelle--Consulta--si-a.html  e aprendone uno molto insidioso politico e tutto abruzzese sulla tenuta stessa del governo regionale che potrebbe vedere la fuoriuscita dalla maggioranza di Sel.

 LA CORSA ALL’ORO NERO NEI MARI ITALIANI

 Dalle estrazioni di petrolio e gas all'acquacoltura, dai trasporti marittimi al turismo, le attività produttive nel Mar Mediterraneo crescono in modo esponenziale, in una "corsa all'oro nero" che sta gettando le basi per una lotta per lo spazio marittimo e per le risorse marine. A farne le spese le aree marine protette e quindi la biodiversità, in tutto il bacino ma soprattutto in Italia, che nelle sue acque ospita 870 specie introvabili altrove.

A lanciare l'allarme sui rischi di uno sviluppo dell'economia 'blu' non pianificato e insostenibile è lo studio MedTrends del Wwf.

L'indagine analizza i settori economici marittimi chiave e ne delinea le tendenze di sviluppo da qui a 15 anni.

Si parte dalle trivelle: al momento oltre il 20% del Mediterraneo è dato in concessione all'industria dei combustibili fossili. Entro il 2030 la produzione di gas offshore verrà quintuplicata, soprattutto nell'area orientale del bacino. Per l'Italia, dove la Consulta ha appena detto sì al referendum sulle trivelle, sono previste 40 istanze di permesso di Ricerca e 9 istanze di Coltivazione. Le zone più interessate sono il medio e basso Adriatico, il Canale di Sicilia e la Sardegna occidentale.

Con la crescita del commercio tra Europa e Asia, il trasporto marittimo cresce ogni anno del 4%, mentre nella Penisola il trend prevede che dai 10 milioni di container standard si passi a 12,5 milioni nel 2020 e ai 17,5 nel 2030. Nel turismo - il Mediterraneo è la prima destinazione al mondo - si stimano oltre 500 milioni di arrivi internazionali entro il 2030. I croceristi che sbarcano nel Belpaese potrebbero superare i 17 milioni entro il 2020 e salire fino ai 24 milioni entro il 2030. Il turismo si contenderà lo spazio costiero con l'acquacoltura, che nel giro di tre lustri crescerà del 112%. L'unico settore a mostrare una tendenza in calo è la pesca professionale: agli stock ittici già sovrasfruttati si sommerà l'impatto negativo delle estrazioni di combustibili e minerali.

Altro tasto dolente è l'urbanizzazione costiera, che invaderà oltre 5mila km di coste entro il 2025. In Italia, coi suoi litorali ampiamente cementificati, si rischia un consumo di suolo di 10 km all'anno.

«L'attuale sfruttamento è semplicemente non sostenibile», avverte il Wwf.

«L'unico modo di garantire che il Mar Mediterraneo continui a sostenere le nostre economie nazionali e a promuovere un approccio 'blue growth' è una gestione integrata dello spazio marittimo. Occorre riconciliare la crescita economica e la gestione delle risorse».

 LA TRIVELLA E LA “PUNTURA”

 L'effetto di una trivellazione sul pianeta è analogo a quello di una puntura fatta con una siringa, mentre la re-immissione di fluidi in profondità deve essere fatta in modo controllato e considerando le caratteristiche del sottosuolo. E' il parere del geologo Claudio Chiarabba, dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

«Dallo scavo dei pozzi superficiali per l'acqua a quelli che arrivano a maggiori profondità per le risorse del sottosuolo, l'effetto globale è sostanzialmente quello di un'iniezione al pianeta con una siringa», rileva Chiarabba. In sostanza, aggiunge, «è più invasivo scavare una galleria che non un pozzo, anche profondo 2.000-3.000 metri».

 E' diverso il caso della re-iniezione di fluidi nel sottosuolo, che viene fatta sia per la geotermia sia per il petrolio: in questi casi possono verificarsi dei fenomeni di microsismicità. Si possono cioè indurre piccoli terremoti, di solito di magnitudo inferiore a 2.

«Casi di microsismicità indotta - prosegue l'esperto - sono legati a operazioni intensive di iniezione di fluidi relative alla geotermia non convenzionale, ossia nella geotermia che non sfrutta i flussi naturali di gas presenti nel sottosuolo, ma utilizza il calore interno alla Terra per riscaldare i fluidi immessi. Esempi di geotermia non convenzionale, pari a zero in Italia, possono provocare microsismicità».

 La reimmissione di fluidi può avvenire anche durante la produzione di petrolio, ad esempio per re-iniettare l'acqua estratta insieme al petrolio in pozzi diversi da quelli utilizzati per l'estrazione.

«L'iniezione di fluidi, così come l'estrazione prolungata di grandi volumi di fluidi, se fatta in maniera eccessiva e non controllata può generare terremoti e spostamenti del terreno. E' un'attività che va regolamentata».

 Per questo sono state predisposte recentemente dal ministero dello Sviluppo economico delle linee guida per i monitoraggi. La microsimicità legata alle attività di estrazione geotermica o petrolifera è un fenomeno osservato negli Stati Uniti, per esempio nell'Oklahoma.

«A livello generale statistico - osserva Chiarabba - i casi registrati sono molto pochi rispetto al numero dei pozzi scavati, anche se a livello locale il significato è diverso. Bisogna infine considerare che più l'azione è prolungata nel tempo, più diventa possibile generare terremoti. Le conseguenze sono molto legate alla velocità e alla durata del processo».