LA SPARIZIONE

Dopo il salvataggio delle banche una miriade di ricorsi e class action

Scenario ancora incerto per la “Nuova Carichieti”

Redazione Pdn

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Dopo il salvataggio delle banche una miriade di ricorsi e class action

ABRUZZO. La cosa più certa al momento è che una serie di azioni giudiziarie si abbatterà sull’operazione di salvataggio delle quattro banche commissariate Carife, Banca Marche, Carichieti e Banca Etruria.

Alcune associazioni si stanno organizzando per proporre class action per sanzionare la complessa operazione finanziaria ordita da Governo e Bankitalia che solo formalmente non è operata con soldi pubblici. Nella realtà le banche che materialmente mettono i 4 miliardi di euro necessari per il salvataggio ricevono un cospicuo sconto sulle tasse  e prelevano il resto del capitale da azionisti e proprietari di obbligazioni subordinate che di colpo perdono tutto il capitale.

Non tantissime persone se paragonate alla totalità dei clienti di una banca ma pur sempre un piccolo esercito molto arrabbiato sulla cui pelle si poggia gran parte del peso di questo “salvataggio a tradimento”.

C’è poi tutta la parte che riguarda le fondazioni, come la Fondazione Carichieti, che essendo socia all’80% della vecchia Carichieti -è stato calcolato- ha perso una cifra non lontana dai 77mln di euro indicati.

Si pensi anche alle ripercussioni negative a livello locale di un azzeramento totale delle iniziative e dei finanziamenti della Fondazione che contribuiva a finanziare eventi culturali anche di pregio.

E ieri anche il Codacons ha annunciato una class action in favore dei risparmiatori trascinati loro malgrado nel salvataggio.

«Ciò che sta accadendo è vergognoso – spiega il presidente Carlo Rienzi – Migliaia di risparmiatori sono stati ridotti da un giorno all’altro sul lastrico, perdendo i risparmi di una vita, a causa di una decisione caduta dall’alto con la complicità degli organi di vigilanza. Ancora una volta i piccoli investitori sono chiamati a ripianare i debiti prodotti da una gestione dissennata degli istituti di credito, mentre manager e dirigenti continuano a godere di buonuscite milionarie».

Il Codacons ha deciso quindi di intentare una azione risarcitoria collettiva – che sarà presentata la prossima settimana - in favore dei titolari di azioni e obbligazioni subordinate dei 4 istituti di credito salvati dal Governo, attraverso la quale sarà richiesto il rimborso integrale degli investimenti e il risarcimento dei danni subiti, nei confronti degli amministratori degli istituti di credito coinvolti e delle banche che hanno piazzato titoli ad elevato rischio senza fornire adeguate informazioni ai risparmiatori.

130MILA PERSONE PER 1,2 MLD DI EURO SOTTRATTI

Invece l’Adusbef calcola che 130.000 piccoli azionisti e 20.000 bond holders sottoscrittori di obbligazionisti subordinate di Banca Marche, CariFerrara, Banca Etruria e del Lazio, CariChieti (oltre alle Fondazioni bancarie), potrebbero aver perso oltre 1,2 miliardi di euro dal decreto salvabanche, con pochissime possibilità di recuperare qualche briciola.

 I sottoscrittori di bond subordinati delle quattro banche, hanno perso quasi 800 milioni di euro contribuendo così al 30% della copertura dei 2,6 miliardi di perdite totali, mentre gli azionisti 133.000 azionisti (60 mila di Banca Etruria; 44 mila di Banca Marche, 22 mila quelli di CariFerrara, 6.000 di CariChieti), hanno subito un brusco risveglio con i loro titoli trasformati in “carta straccia". Anche le Fondazioni bancarie hanno subito un azzeramento superiore a 400 milioni di euro, con la classifica guidata da Banca Marche (262 milioni di euro bruciati), 95 milioni attribuite alla Fondazioni Cassa Risparmio di Pesaro; 82 alla Cassa di Risparmio di Macerata; 63 milioni alla CariJesi; 22 alla Cassa di Risparmio di Fano; mentre CariChieti ha visto azzerare 78 milioni di euro di patrimonio; la Cassa di Risparmio di Ferrara 74 milioni.

BUON 2016

Ma questa operazione non è che una anticipazione di quello che avverrà dal primo gennaio 2016 con l’introduzione del bail-in, locuzione sconosciuta fino a poche settimane fa che però è diventato concetto subito compreso a pieno da tutti i correntisti che saranno chiamati con i loro soldi a ripianare i futuri debiti della banca nel caso il loro conto sforasse i 100mila euro.

C’è solo da abituarsi dunque perché le prossime banche amministrate all’acqua di rosa saranno salvate con i soldi dei correntisti, un metodo che non favorisce il clima di sospetto e odio crescente verso gli istituti di credito e la supercasta dei banchieri.

 LA CARICHIETI E’ MORTA, EVVIVA LA (NUOVA) CARICHIETI

 Non c’è ancora certezza sullo scenario locale e si attende in uno strano limbo. Ma oggi si può ragionare con più freddezza sulla storia recente della cassa teatina.

La Carichieti ha dato il meglio di sé tra gli ani ’90 ed il 2010 quando la sua piena operatività era garantita da una serie di reti di protezione che hanno permesso che mai, nemmeno le operazioni più spericolate, venissero scoperte o sanzionate. Qualcuna di queste, come l’operazione Merker, non ha avuto effetti rilevanti. Negli ultimi 5-6 anni, però, forse il peso dei debiti o qualche preoccupazione di troppo, ha come rallentato la cassa teatina e, qualcuno più lungimirante di altri, ha capito che presto  o tardi la Carichieti (quella abruzzese e calata sul territorio) doveva morire.  

Negli ultimi anni, infatti,  sono cambiati tre presidenti di Fondazione (Di Nisio, Sanvitale e Di Frischia), due presidenti di Carichieti (Codagnone e Falconio), due direttori generali (Di Tizio e Sbrolli), segno inequivocabile di equilibri instabili o di interessi che si fronteggiavano.  Veleni, disinformatia e colpi bassi hanno tentato di fare più di uno sgambetto alla banca di Chieti come il tentativo non si è poi saputo quanto vero della Tercas di acquistare Carichieti o un certo stile nel gestire il credito locale con il criterio della “simpatia” a farla da padrona.

Già dopo il 2010 i complottisti parlavano di una regia esterna che aveva deciso l’incorporazione della Cassa di risparmio in un gruppo bancario più grande,  secondo quella che è l’indicazione ben nota e generalizzata di Bankitalia.

Forse per questo la Fondazione è sembrata più svogliata di sempre.

L’ultimo periodo è stato lasciato tutto nelle mani del direttore Roberto Sbrolli che è sembrato a tratti l’unico oppositore a Banca d’Italia dopo il commissariamento contestato e viziato ma non da errori sostanziali. Anche il ricorso al Tar è stato bocciato per ben due volte.

Ora con il salvataggio si fa più concreta l’ipotesi di svendita della Carichieti ripulita e l’espropriazione dell’unica banca abruzzese rimasta.

 L’errore è forse stato quello di aver tirato troppo la corda e creduto che tutto quanto accadeva a Chieti Bankitalia non vedeva e sapeva mentre ad oggi l’idea è che ha lasciato fare in attesa del momento giusto.

 A Roma sapevano cosa accadeva e come le varie banche locali gestiscono il credito e con quali rischi per cui ad un certo punto è stato inevitabile il commissariamento. Ed una volta entrati nella spirale non è stato più possibile liberarsi dalle catene e sottrarsi al “salvataggio”.

E oggi più che ieri ha gioco facile anche chi sosteneva che la vera strategia di Bankitalia -e dunque dei grandi e potenti banchieri- era quella di far scomparire una per una tutte le banche indipendenti dai grandi gruppi come era Carichieti, Caripe, Carispaq o Banca Marche che avevano un tempo un ruolo importante e più elastico di finanziare l’imprenditoria locale.

Difficile non constatare come dai vari commissariamento escano fuori enormi vantaggi per i grandi gruppi bancari che da una parte si rafforzano dall’altra non hanno più gli impicci delle piccole banche locali.

E tutto questo è avvenuto a pochi mesi di distanza dall’altra gigantesca operazione miliardaria che ha favorito i banchieri e di cui si è parlato forse troppo poco: la rivalutazione del capitale di Bakitalia.

Una operazione da 7,5 miliardi che ha in sostanza rivisto le quote dei partecipanti (le maggiori banche).

La rivalutazione del capitale è stata pagata con i soldi delle riserve, quelle riserve che non dovevano essere toccate e che si era detto appartenessero allo Stato e non alle banche. Ci si è dovuti accontentare per l’occasione di un obolo da 900milioni di tasse che Banca d’Italia ha pagato per distribuire ai privati i 7,5 mln di euro.

Difficile smentire chi sostiene che il Governo favorisce smaccatamente i banchieri a scapito del pubblico e dei clienti delle banche.