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Legge Severino il 20 ottobre decisione in Corte Costituzionale: cosa succederà?

Stesso giorno in Cassazione altro nodo, potere cautelare giudice

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Legge Severino il 20 ottobre decisione in Corte Costituzionale: cosa succederà?

Paola Severino

ROMA. La Corte Costituzionale esaminerà il 20 ottobre la legge Severino e, in particolare, la sospensione degli amministratori locali nel caso in cui siano colpiti da condanne, anche in primo grado, per determinati reati: dalla corruzione all'associazione mafiosa, dal traffico di droga, all'abuso d'ufficio.

Proprio per abuso d'ufficio è stato condannato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris: mentre come pm si occupava dell'inchiesta Why Not avrebbe acquisito in modo illegittimo alcuni tabulati telefonici.

Cosa faranno i giudici? Di per sé potrebbero uscirne - e non è detto che non lo facciano - con una pronuncia di inammissibilità, come chiede l'Avvocatura dello Stato. Perché il giudice che ha rimesso gli atti alla Corte chiedendole di valutare la tenuta di fronte alla Costituzione della legge Severino non è competente.

A dirimere questo aspetto, infatti, ha già pensato la Cassazione stabilendo a maggio che debba essere il giudice ordinario, e non quello amministrativo, a giudicare sull'applicazione della Severino.

Invece è stato il Tar Campania a sollevare, nell'ambito del ricorso De Magistris, la questione di fronte alla Consulta.

I giudici costituzionali, quindi, potrebbero limitarsi a dire: non possiamo entrare nel merito, il giudice che si è rivolto a noi non è quello giusto, c'è un difetto di giurisdizione. Ma l'orientamento della Corte non sarebbe questo.

Il 20 a illustrare la causa come relatrice sarà il giudice costituzionale Daria De Pretis; Gabriella Palmieri e Agnese Soldani, avvocati dello Stato, difenderanno la legge Severino. I legali di de Magistris rappresenteranno il sindaco. Da qui all'udienza c'è una settimana, durante la quale non mancheranno momenti di confronto e ogni scenario è possibile.

Ma, ad oggi, l'opzione che sembra prevalere è affrontare il caso sotto un profilo sostanziale, e non solo formale. L'appiglio giuridico c'è. Perché è vero che gli atti arrivano dal Tar, ma nel frattempo, dopo la pronuncia della Cassazione, de Magistris ha fatto ricorso anche al giudice ordinario che ha ripetuto lo schema già messo in atto dal Tar, condividendo il percorso seguito; e, come il Tar, ha sospeso tutto e lasciato De Magistris al suo posto, in attesa della Corte Costituzionale.

 Proprio su quest'ultimo nodo, tra l'altro, è intervenuta un'altra novità: le Sezioni unite della Cassazione devono esaminare un ricorso che chiede di accertare se il tribunale ordinario abbia potere cautelare in materia elettorale: cioè, se in un giudizio che riguardi l'applicazione della Severino, il giudice ordinario possa sospenderne l'applicazione, come è successo a de Magistris e anche a Vincenzo De Luca, governatore della Campania, condannato in primo grado, anch'egli per abuso d'ufficio.

L'udienza, ironia del calendario, è a ruolo sempre il 20 ottobre, ma potrebbe slittare. Tornando alla Consulta, il "gancio" per entrare nel merito, superando l'ostacolo dell'inammissibilità, tecnicamente c'è. Più complesso capire cosa deciderà. Secondo vari osservatori, una strada possibile potrebbe essere quella di una parziale incostituzionalità della norma nella parte in cui non prevede il caso di un soggetto candidato ed eletto prima dell'entrata in vigore della legge, e solo dopo incappato nella legge Severino per una condanna non definitiva. Questo è in effetti il caso di de Magistris, sindaco dal primo giugno 2011, mentre la legge Severino è del dicembre 2012: qui non è in gioco il principio della non retroattività delle legge penale, per cui non si può essere perseguiti per un fatto che non era reato quando lo si commesso, ma il momento in cui si è assunta la carica. Un quadro di questo tipo non "coprirebbe" De Luca, eletto governatore nel giugno scorso. E probabilmente non avrebbe riflessi neppure su Berlusconi, perché a far scattare la Severino e quindi l'incandidabilità è stata una condanna definitiva, e non in primo grado o in appello, per frode fiscale.