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Megalò nella lista nera di Legambiente: «va spostato per scongiurare tragedie»

Gli ambientalisti stilano la classifica degli edifici italiani più a rischio

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Megalò nella lista nera di Legambiente: «va spostato per scongiurare tragedie»

ABRUZZO. Il centro commerciale Megalò di Chieti, realizzato a soli 150 metri dall'argine del fiume Pescara (zona definita ad alta pericolosità idrogeologica), preso come modello negativo da Legambiente tra gli edifici italiani che amplificano i danni degli eventi climatici estremi.

 Il caso abruzzese è finito nel dossier degli ambientalisti insieme al tribunale di Borgo Berga di Vicenza costruito tra due fiumi, alla Casa dello Studente di Reggio Calabria edificata all'interno di una fiumara; alle segherie di Carrara, all'area artigianale di Genova e al deposito di materiali radioattivi di Saluggia.

Sono questi per Legambiente i luoghi dove è urgente intervenire per scongiurare nuove tragedie ed effetti disastrosi: dieci luoghi ad alto rischio idrogeologico, dove già si sono succedute pesanti alluvioni e frane, e dove però sono stati costruiti edifici pubblici e privati, in grado, in caso di eventi climatici estremi, di amplificarne gli effetti mettendo a rischio la vita delle persone che in molti casi ci vivono e ci lavorano.

 IL CASO MEGALO’

Secondo Legambiente il centro commerciale di Chieti, uno dei più grandi centri commerciali d’Italia, sarebbe un  «classico esempio della scarsa attenzione degli organi competenti» verso i vincoli urbanistici che il rischio idrogeologico dovrebbe imporre.

Il centro infatti è sorto lungo le sponde del fiume Pescara, a Chieti Scalo, su un’area di poco più di 40 ettari e ad appena 150 metri dall’argine del fiume classificata dal PAI come area ad alta pericolosità idrogeologica.

 «Realizzato con il placet delle amministrazioni nell’ambito del Prusst (programma di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio)», si legge nel dossier, «non è stato neppure sottoposto a Valutazione di Impatto Ambientale, nonostante fosse noto che l’area in questione fungesse da cassa di espansione naturale del fiume e che il vincolo idrogeologico la rendesse non edificabile».

«Per superare “l’ostacolo” del vincolo», si legge ancora nel documento che analizza il caso abruzzese, «si utilizzò come escamotage per abbassare la classe di rischio dell’area (rendendola quindi edificabile), la costruzione di una arginatura alta oltre 10 metri a protezione della nuova struttura; il tutto senza che nessuno valutasse comunque l’impatto dell’opera a valle, con il rischio di favorire la piena man mano che il fiume si dirige verso Pescara».

E Legambiente ricorda anche i recenti problemi: «l’area del Megalò (precedentemente alla sua edificazione) si allagò parzialmente nel 2004 e più recentemente, nel 2013, un evento meteorico estremo portò all’esondazione alla foce di Pescara-città, costringendo il sindaco di Chieti a firmare un’ordinanza di sgombero immediato del Megalò, a titolo precauzionale, che rimase chiuso per due giorni con i piazzali dei parcheggi allagati».

 «ALIBI PER CONTINUARE A COSTRUIRE»

Gli ambientalisti ricordano anche che nel tempo si è tentato di edificare nella stessa area altre due potenziali strutture (Megalò 2 e Megalò 3) per un totale di ulteriori 10 edifici; «con la scusa della messa in sicurezza dell’area, realizzata in maniera discutibile con la costruzione e l’innalzamento degli argini, si è cercato in realtà di fornire un alibi per continuare ad urbanizzare aree a rischio, aumentandolo di conseguenza non solo nelle aree interessate ma anche più a valle, dove si è amplificato il problema delle esondazioni nel tratto finale del fiume Pescara».

 COSA FARE

l’intervento consigliato è la delocalizzazione: «Una corretta gestione del rischio idrogeologico lungo il corso del fiume Pescara deve prevedere il ripristino della naturale cassa di espansione del fiume, delocalizzando quindi l’urbanizzazione presente, per agevolare il deflusso delle acque in caso di piena, e la rinaturalizzazione di una parte del suo corso a monte per ridare, ove possibile, lo spazio necessario per la sua evoluzione naturale che porterebbe anche ad una riduzione del rischio più a valle».

 AREE A RISCHIO

Sono ben 6.633 i Comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico e oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni, a causa della forte urbanizzazione che ha interessato anche le aree a maggior rischio.

Dal 2000 al 2015 si sono verificati circa 2 mila eventi atmosferici estremi con frane e allagamenti che hanno causato la morte di più di 300 persone e richiesto uno stanziamento economico di oltre un miliardo di euro solo negli ultimi cinque anni.

«Per questo occorre cambiare le forme di intervento nel territorio e ripensare la pianificazione urbanistica attraverso la chiave dell'adattamento al clima – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini -. Ce lo chiede da tempo la commissione europea e ce lo consentirebbero anche i fondi strutturali 2014-2020. Si tratta però di un grande cambiamento culturale. I cambiamenti climatici ci obbligano a guardare in modo diverso al territorio, perché proprio la gestione sciagurata del territorio può contribuire ad aggravare i rischi per le persone e le cose. Di fronte a questo scenario servono scelte nuove e radicali: in caso di edifici che mettono a rischio le persone che vi abitano o vi lavorano e anche chi sta intorno, l'unica scelta possibile è quella della demolizione e delocalizzazione delle attività. Per questo ci aspettiamo un impegno in tal senso e un segnale di discontinuità da parte del Governo, a partire dall’appuntamento degli Stati generali sul clima di lunedì prossimo».

 «RIFLETTERE SERIAMENTE»

«Occorre ragionare seriamente sulle possibili soluzioni e sulla necessità di rimuovere questi edifici pericolosi – ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti -. Tutti i soggetti coinvolti (Ministeri, Regioni, Autorità di bacino, uffici tecnici comunali, ordini professionali, associazioni di categoria, commercianti, artigiani, comitati e cittadini), dovrebbero avviare una concertazione con l'obiettivo di rivedere la programmazione degli interventie predisporre opportuni vincoli sulle aree oggetto degli interventi di delocalizzazione, individuando soluzioni procedurali e economiche per realizzare gli interventi di demolizione e delocalizzazione. Occorre poi inserire gli interventi di delocalizzazione all'interno della pianificazione di bacino (a partire dai Piani di gestione del rischio alluvioni), e in un programma più ampio di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici e riqualificazione urbana, con l'obiettivo di aumentare la capacità di risposta della città ai sempre più frequenti eventi meteorici intensi, ristabilendo il delicato equilibrio tra la città e i corsi d'acqua e riducendo il carico delle attività antropiche nelle aree a maggior rischio».

LEGAMBIENTE. Dossier Effetto Bomba