GRANDI MAZZETTE

Tangenti grandi opere, i buoni uffici di monsignor Francesco Gioia e la spartizione dei beni di Perotti

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Tangenti grandi opere, i buoni uffici di monsignor Francesco Gioia e la spartizione dei beni di Perotti


ROMA.  Monsignor Francesco Gioia, il prelato che si attivò per trovare voti a Maurizio Lupi e chiese l'assunzione del nipote agli uomini del 'Sistema' scoperto dalla procura di Firenze, fu coinvolto nell'operazione messa in piedi per evitare che sul patrimonio accumulato dai Perotti potesse mettere le mani anche la seconda moglie del capostipite, quel Massimo Perotti già presidente della cassa del mezzogiorno e direttore generale dell'Anas rimasto coinvolto in Tangentopoli.
Sono le migliaia di pagine allegate all'inchiesta fiorentina a svelare l'ennesimo legame tra il monsignore e i soggetti finiti in carcere.
La vicenda risale a un mese fa e prende il via il 9 febbraio quando Stefano Perotti, l'uomo che aveva in portafoglio appalti pubblici per 25 miliardi, avvisa il padre che sta arrivando a Lugano.
«Si avrà modo di constatare nelle successive conversazioni - scrive il Ros - che Massimo Perotti intende ripartire i suoi ingenti beni (contante e proprietà in Brasile, Paraguay e Svizzera) fra i suoi tre figli di primo letto ed un quarto figlio avuto in seconde nozze, in un contesto familiare caratterizzato da forti contrasti con la seconda moglie».
 Per «mediare lo sviluppo dell'operazione - proseguono gli investigatori - Stefano Perotti ha pensato di coinvolgere mons. Gioia, in stretti rapporti d'amicizia con il padre».
«Stasera sei libero - afferma al telefono con Gioia proprio Perotti - perché io ho fatto 'un pizzino' da papà...così ti racconto...siamo io e te».
 Ma qual è la mediazione che deve fare il monsignore?
La spiega lo stesso Stefano Perotti al fratello. Il padre, sostiene, sta per trovare un accordo che consentirebbe alla seconda moglie di «sfilargli il 40% delle proprietà»: lui, prosegue il figlio, «si tiene il 60 e questo 60 lo distribuisce tra noi tre ed una quota se la tiene per lui per campare...quindi dai conti verrebbero 2 milioni a testa...».
 Per Stefano Perotti, invece, per «fregare» la donna c'è una soluzione diversa: «far sparire tutto»: «l'unico blitz che sarebbe da fare è fargli sparire tutto...cioè un'alternativa potrebbe essere quella di dire 'intesti la società ai figli e l'hai fregata perché non entra nell'asse ereditario».
 Ed è qui che entra in gioco monsignor Gioia.
«Se glielo diciamo noi - dice infatti Stefano Perotti al fratello - è un problema...sto pensando di fare due chiacchiere con Francesco se eventualmente glielo può suggerire lui».

 E così avviene: quella stessa sera del 9 febbraio, di ritorno da Lugano, Perotti va a casa di Gioia e il giorno dopo dà indicazioni alla sua collaboratrice di organizzare il viaggio del monsignore a Lugano: «bisognerebbe prendere un treno presto e poi lo prenderebbe...e lo porta subito da mio padre».
 La donna esegue e contatta Gioia per dargli le indicazioni sul biglietto e su chi lo aspetterà a Milano. Ma lui non vuole l'auto: «provvedo io - dice - non vi preoccupate...risparmiate questi soldi».
 Il 12 febbraio è il giorno dell'appuntamento: alle 9 del mattino il monsignore chiama Perotti e gli chiede di «rinfrescargli il discorso della società».
«Ma guarda - risponde lui - se intestasse...probabilmente ai futuri eredi la società...forse risolverebbe il problema di dover passare attraverso un accordo con lei... mettigliela come un ragionamento tuo perché non vorrei che pensasse…».
 Gioia capisce al volo: «voglio capire...come fare...il mio obiettivo è buttar fuori lei».
 La telefonata delle 16 a Perotti sembrerebbe confermare che la missione a Lugano ha dato i suoi frutti.
«C'è della gente e non posso parlare - racconta Gioia - è andato tutto bene però eh...poi ti do i particolari». Dettagli che il monsignore riferirà la sera stessa in un incontro a quattr'occhi.