CURE E BLUFF

Stamina. Vannoni patteggia 1 anno e 10 mesi, ok dalla Procura

Su Facebook dice, non è una condanna. Da Andolina stesso percorso

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Stamina. Vannoni patteggia 1 anno e 10 mesi, ok dalla Procura

Vannoni



TORINO.  Un anno e dieci mesi di reclusione con la condizionale (che permette di evitare il carcere) e la non menzione della pena nel certificato penale.
Questa la proposta presentata oggi dal padre della metodica Stamina, Davide Vannoni, per uscire dal processo in cui è accusato di associazione per delinquere. Il pubblico ministero, Raffaele Guariniello, ha dato il via libera alla sua richiesta, e ora si aspetta solo la decisione del gup, Giorgio Potito, prevista per il 18 marzo.
Il patteggiamento «non è una condanna e non è un'ammissione di colpevolezza», rivendica un post comparso giorni fa su una delle pagine Facebook di Vannoni.
«Però - ribatte Guariniello - vuol dire che si accetta l'applicazione di una pena».
 Il pm, insieme ai carabinieri del Nas, può dirsi soddisfatto: «Le richieste di patteggiamento ristabiliscono la verità scientifica sul metodo Stamina».
 E in procura, codice alla mano, fanno notare che il giudice permette a un imputato di patteggiare «se non deve essere pronunciata sentenza di proscioglimento».
 La strada di Vannoni è stata imboccata da altri cinque imputati, che hanno concordato pene variabili dai dodici ai venti mesi di reclusione. Anche il medico Marino Andolina, da Trieste, braccio destro di Vannoni, adotterà quasi certamente questa soluzione.
Degli altri imputati, due hanno optato per il rito abbreviato; gli ultimi quattro, quelli del cosiddetto "gruppo bresciano", legato all'attività di Stamina agli Spedali Civili della città lombarda, procederanno con l'ordinario mirando direttamente al proscioglimento.
Decisivo, per ottenere il parere favorevole di Guariniello, è stato l'annuncio da parte di Vannoni di ritirare il ricorso al Tar del Lazio contro i provvedimenti targati Ministero della Salute e Comitato scientifico che bocciarono Stamina.
La mossa, come si legge nel documento consegnato al tribunale dal magistrato, manifesta «la volontà di Vannoni di astenersi in futuro dal commettere comunque e ovunque i reati ascrittigli».
 In altre parole, secondo l'interpretazione che ne dà la procura, a non proseguire con Stamina né in Italia né altrove. «Con il patteggiamento - commenta Federico Gelli, deputato del Pd e membro della commissione Affari sociali - è stata messa la parola fine a una vera e propria truffa che ha creato false speranze in tante famiglie già duramente colpite. Ma adesso chi risarcisce i pazienti?».
 Sarà necessaria una causa civile. Nel frattempo, però, l'avvocato Stefano Castrale, legale di alcune delle parti civili che si erano costituite contro Vannoni, fa notare che "chi patteggia non paga le spese di giustizia, che ricadono sulla collettività". Spese che per il caso Stamina ammontano a 114.784 euro.

I MALATI
«A noi il patteggiamento non interessa, la giustizia farà il suo corso, sono decisioni di Vannoni. Ci preme molto di più il ricorso al Tar: se Vannoni non presenta il ricorso lo faremo noi malati, le associazioni. Qualcosa è accaduto in una delle più importanti strutture pubbliche italiane, sono state effettuate oltre 400 infusioni, non si può chiudere così una questione così importante».
 Così Marco Biviano, il ragazzo di Lipari affetto da distrofia muscolare che insieme al fratello Sandro ha dato vita a un presidio permanente in piazza Montecitorio per le cure compassionevoli e l'accesso al metodo Stamina dal 23 luglio 2013, commenta la decisione di Vannoni di accedere al patteggiamento nel processo che lo vede coinvolto a Torino.
«Non andremo via - aggiunge - non smonteremo la tenda blu che da qualche tempo ci ospita, perché non siamo lì per Vannoni ma per la terapia e per le cure».
«Le vicende di Vannoni non ci sono mai interessate, è ovvio che un soggetto che non ha possibilità economiche sufficienti per reggere un giudizio fatto di perizie e controperizie se si vede offerta una pena pari a quella di un ladro di caramelle accetti» sottolinea anche Tiziana Massaro, mamma di Federico, 3 anni, affetto dal morbo di Krabbe, che insieme ad altri genitori di bimbi infusi ha dato vita al movimento per le cure compassionevoli.
«Da avvocato è la prima volta che sento che esercitare un diritto come quello del ricorso Tar, per noi imprescindibile per fare chiarezza, possa scongiurare la commissione di un reato come sostiene Guariniello. Siamo schifati dalla mancata volontà di fare chiarezza - conclude -, dal fatto che la seconda Commissione non abbia visitato i bambini e che il ministro ad oggi non ci abbia proposto terapie alternative».