IL PERSONAGGIO

Federico Caffè, 101 anni dalla nascita. «Pescara non deve dimenticarlo»

Il ricordo del presidente del Consiglio Antonio Blasioli

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Federico Caffè, 101 anni dalla nascita. «Pescara non deve dimenticarlo»

PESCARA. Il 6 gennaio del 1914 nasceva a Pescara Federico Caffè.
Ieri avrebbe compiuto 101 anni. «Ironizzò spesso su questa sua data di nascita», ricorda oggi Antonio Blasioli, presidente del Consiglio comunale. «Diceva che lo aveva portato la befana in una calza piccola piccola. Caffè non era molto alto di statura. Arrivava a malapena ad un metro e mezzo. Ma non ha mai dato segni di sofferenza per la sua altezza. Anzi, a volte ci scherzava: al bar quando gli offrivamo un caffè, specificava "corto" o "ristretto", ma anche questa statura paradossalmente gli permise di avere un osservatorio privilegiato. Viaggiava in autobus a Roma. Rinunciava a qualsiasi offerta di passaggio a casa, da chiunque essa provenisse per non abbandonare la linea 47 che lo accompagnava da casa (Monte Mario) all’Università La Sapienza (zona Termini), dove insegnava. La sua statura gli permetteva quasi di nascondersi dietro i sedili e di osservare ed ascoltare la gente comune.
La sua scomparsa, avvenuta il 15 aprile 1987, è un mistero che non è stato ancora risolto. Scomparve quando aveva 73 anni, alle prime luci dell'alba. Il fratello che dormiva nella stanza a fianco, non si accorse di nulla; sul comodino trovò l'orologio, i documenti e gli occhiali che usava per leggere.
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 30 ottobre 1998, ha dichiarato la morte presunta di Federico Caffè.
Una serie di disgrazie stravolge i suoi ultimi anni: la morte della madre e quella della tata che lo aveva cresciuto, la scomparsa dei colleghi Ezio Tarantelli, assassinato dalle Brigate Rosse nell'85, e Fausto Vicarelli, morto in un incidente stradale, e quella del suo studente Franco Franciosi, stroncato da un tumore. Dolori, questi, che Caffè riescì a sopportare con l'aiuto dell'insegnamento e dei suoi allievi. Ma quando l'età gli impone di lasciare la cattedra, cade in un profondo sconforto. Agli amici confessa di non riuscire a scrivere e di avere amnesie sempre più frequenti: «Io non sono un uomo -dice- sono una testa. Se quella arrugginisce, di me non resta più niente».
Secondo alcuni l’economista si sarebbe suicidato, secondo altri si sarebbe ritirato nella solitudine di un convento. Negli ultimi mesi Caffè non mangiava quasi più ed era molto debole: difficilmente avrebbe potuto allontanarsi da solo. Quella mattina di aprile, qualcuno potrebbe averlo accompagnato in un luogo isolato in cui compiere l'estremo gesto, o in cui trovare rifugio.
«Caffè non merita la mancanza del ricordo di quello che fu in vita», continua il presidente Blasioli; «anzi, autorevoli commentatori sono arrivati a teorizzare che questo modo di uscire di scena potesse rappresentare proprio un modo per tenere viva l'attenzione su quanto il professore teorizzò». Cosa resta della sua eredità intellettuale?
«Molto, i temi che trattava sono ancora oggi di grandissima attualità. Caffè aveva intuito su quali strade si avviava l' economia. Non gli piaceva la piega presa in quegli ultimi anni dal paese, non poteva condividere la filosofia della Milano da bere, della ricchezza a tutti i costi, del gioco in Borsa fine a sé stesso».
E Pescara? Che rapporto ebbe il professore con la sua città e la sua città con lui?
«Caffè, qualche giorno prima di morire, rilasciò un’intervista alla giornalista Nadia Tarantini in cui dimostrò tutto l’amore per la sua città e alla domanda se Pescara si fosse dimenticata di questo suo figlio rispondeva: “Pescara ha proprio dimenticato questo suo figlio, pensi ho donato i miei libri all’Università D’Annunzio e non ne ho ricevuto neanche il riscontro"; e concludeva: "avranno le mie ossa”, ma poi la scomparsa ci privò in effetti anche di queste.
Noi pescaresi abbiamo un debito verso questo grande concittadino. Non dedicammo la giusta attenzione quando Caffè operava e lo dimenticammo dopo la sua scomparsa nel 1987. Sono convinto che tutti noi dobbiamo essere capaci di interpretare la lezione economica di Federico Caffè, perché tramite l’attualità, il continuo riferimento al quotidiano, si può interpretare la sua scomparsa nella notte tra il 14 e 15 aprile 1987 come l’uscita di casa e non l’uscita di scena».
«E’ vero», aggiunge Blasioli, «proseguono ogni anno le attività dell’Istituto Acerbo in ricordo di Caffè, ma sono sicuro che si può fare molto ma molto di più per affiancare a giusto titolo la figura di questo Professore ai grandi cittadini abruzzesi, a D’Annunzio, a Flaiano a Cascella».

Blasioli pensa ad una fondazione di studi: «per questo motivo lancio nuovamente la proposta alla politica, agli imprenditori ed agli accademici pescaresi».