IL GARBUGLIO

Pasticci amari, proteste e tensioni per il personale in esubero delle Province

In ballo 20mila addetti, proteste anche in Abruzzo

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Pasticci amari, proteste e tensioni per il personale in esubero delle Province

ROMA. La partita sugli addetti delle Province rischia di riverberarsi negli anni prossimi, con costi che potrebbero aumentare a dismisura. Intanto le tessere del mosaico, che sono tante, quasi 20 mila (19.3339, di cui 3.615 per le città metropolitane), che corrispondono ad altrettante persone ('soprannumerarì) che finora hanno lavorato negli enti.
Tutto nasce dalla logica di rivedere i costi delle Province - che subiranno tagli alle risorse per 1 miliardo nel 2015, che arriveranno a 3 nel 2017, anche se la mannaia ha già colpito prima del 2010 per circa il 50% - e le loro funzioni, nodo che dovrà essere sciolto soprattutto dalle Regioni, anche se queste recentemente hanno eufemisticamente evidenziato più di una perplessità, nate soprattutto dal timore di incorrere in un ulteriore appesantimento dei conti, peraltro in fase di spending review.
Intanto la preoccupazione del personale delle Province - che in molte realtà, soprattutto nel Sud, non percepisce da mesi lo stipendio - sfocia in agitazioni di protesta.
Scontento che si è organizzato in qualche modo a Torino, dove i dipendenti oggi hanno dato vita a forme di protesta, al pari tuttavia di altre realtà locali. In forma organizzata proprio ieri Fp-Cgil, Cisl-Fp e Uil-Fp hanno dato vita a un sit-in nazionale davanti al Senato, contemporaneamente alla discussione a Palazzo Madama della legge di stabilità.
Ma il malcontento potrebbe esprimersi al meglio venerdì prossimo, quando i sindacati della funzione pubblica daranno vita a una occupazione simbolica di tutte le sedi delle Province.
La vicenda dei 'soprannumerari' delle Province nasce con l'emendamento 35bis presentato dal governo alla legge di stabilità ('Mobilità del personale per gli enti di area vastà), che al primo comma prevedeva una riduzione della pianta organica del 50% per le Province e del 30% per le città metropolitane.
E se da un primo conteggio la riduzione dei costi per le prime si attestava intorno ai 700 milioni, da un'analisi più attenta è emerso che l'entità del taglio in realtà dovrebbe superare gli 862 milioni (rispetto alla spesa affrontata nel 2013, pari a 1 miliardo e 882 milioni, su cui le Province hanno pesato per 1 miliardo e 338 milioni).

I DUBBI SUGLI EMENDAMENTI
La situazione si è poi avvitata con i dubbi suscitati dagli emendamenti del governo alla legge di stabilità presentati in Commissione Bilancio del Senato, che fissano gli organici delle Province e delle Città metropolitane «in misura pari alla spesa del personale di ruolo alla data di entrata in vigore della legge 56 del 7 aprile 2014» (la cosiddetta Delrio), ridotta «rispettivamente tenuto conto delle funzioni attribuite". Il tutto con la finalità di favorire la mobilità per personale eccedente in maggior parte verso Regioni e Comuni e, in seconda battuta, verso le altre pubbliche amministrazioni, tranne in alcuni ambiti caratterizzati da "specifiche professionalità».
 Ma un altro scopo è quello di continuare a finanziare i centri per l'impiego delle Province, dando la possibilità di far fronte «temporaneamente» al mantenimento del personale di Province e Città metropolitane e alla proroga dei contratti cosiddetti flessibili.
Di fronte a una situazione «che sta creando un clima di allerta sociale», le province (Upi) si appellano alla Commissione Bilancio del Senato, sottolineando che «le possibili soluzioni ci sono, e sono soluzioni che partono prima di tutto dal percorso di attuazione della riforma delle Province, che sposta funzioni e il personale corrispondente in altri enti».