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Mare. Invasione di meduse e gli stabilimenti mettono rete

Esperto, in Alto Adriatico riapparsa rara maxi-medusa da 80 cm

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 Mare. Invasione di meduse e gli stabilimenti mettono rete



ROMA.  Il Mare Nostrum, il Mediterraneo, è sempre più loro: le meduse. Queste nascono nel blu profondo, in corrispondenza dei canyon marini, e spesso scelgono per la riproduzione il golfo di Pozzuoli, quello di Salerno o le Eolie per poi seguire il regime correntizio, e disperdersi ovunque. Anche se storicamente snobbano la costa laziale dove gli avvistamenti sono rari, salvo le belle isole pontine.
L'estate si apre con «una grande proliferazione della medusa Pelagia nel Mediterraneo occidentale, mentre in Alto Adriatico è tornata dopo quasi un secolo la Drymonema dalmatinum, la medusa più grande del Mediterraneo con un cappello di circa 80 cm» segnala Ferdinando Boero, biologo marino dell'Università del Salento e Cnr-Ismar, nel sottolineare una novità che arriva dall'uomo: dall'Elba alla Puglia gli stabilimenti si stanno attrezzando con reti anti-medusa.
Dal monitoraggio fatto anche attraverso le segnalazioni dei cittadini e dei pescatori, precisa Boero che è il coordinatore del progetto Ue Coconet e ricercatore Perseus, emerge che «la Pelagia quest'anno si è riprodotta tantissimo e le correnti possono spingere queste specie marine urticanti, tipiche del Mediterraneo e dal caratteristico bordo violaceo, sul mar Ligure, il Tirreno e lo Ionio. In Alto Adriatico non ci sono, ma lì è tornata - continua il biologo marino dell'Università del Salento e Cnr-Ismar - la Drymonema dalmatinum, una specie descritta per la prima volta nel 1880, poi riavvistata solo nel 1940, e poi più nulla per decenni. Di questo maxi animale marino sono tre gli avvistamenti nell'ultima settimana: al largo di Lignano, poi a Pirano e un altro, di 80 cm di diametro, spiaggiato a Muggia. E' una specie rarissima, e ci sono pochissime segnalazioni. Probabilmente mangia meduse. Ed è parente di Cyanea capillata, la medusa criniera di leone che vive nel mare del Nord e in Atlantico. Queste grandi meduse mangiano altre meduse, ed è lo stesso proliferare delle specie urticanti a favorire la crescita dei mangiameduse come le tartarughe marine, i pesci luna e, ora, anche Drymonema. Nel golfo di Venezia - continua Boero - c'è stata invece da novembre a marzo una specie aliena, la Benovici, molto probabilmente portata dall'acqua di zavorra delle navi ma ora è sparita; forse non è riuscita ad acclimatarsi. A fior d'acqua invece, sul Mar Ligure, Toscana, Sardegna, Lazio e Campania le colonie di Velella Velella, polpi galleggianti carnivori che quando spiaggiano rendono la riva blu. Ce ne sono a miliardi, non sono meduse e l'unico rischio per queste che vengono chiamate 'le barchette di San Pietro' è per la pesca perché mangiano le uova galleggianti dei pesci».


L'esperto studioso di meduse guarda con favore la risposta pratica attuata dagli imprenditori del turismo balneare, da Castellaneta Marina nel tarantino alle Eolie col progetto Med-Jellyrisk coordinato da Stefano Piraino dell'università del Salento, e auspica sia «l'installazione di reti anti-medusa nelle spiagge libere, sia misure di sostegno, come avviene per le calamità naturali, a quegli esercenti degli stabilimenti che devono fare un investimento non irrilevante» per spegnere l'allarme dei bagnanti rispetto a queste specie marine urticanti. E se le crisi possono diventare opportunità, secondo Boero non andrebbe sottovalutata l'idea dell'avvio un turismo per le meduse.
«Sono specie non aggressive, e viste a debita distanza con una maschera uno spettacolo a mare aperto tra i più affascinanti: sono animali bellissimi» afferma.
 Affascinanti anche gli scenari tecnologici di monitoraggio dell'ecosistema marino: stiamo studiano con Issia del Cnr e Ismar sensori remoti per gli 8400 km di coste italiane, come droni volanti e sottomarini, annuncia infine Boero.