CONOSCENZA BACATA

Con la scusa dell’oblio si vuole legalizzare la censura postuma

Fioccano le richieste, il Parlamento si attiva per aumentare tutele e per cancellare informazioni dagli atti parlamentari

Redazione Pdn

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Con la scusa dell’oblio si vuole legalizzare la censura postuma




ABRUZZO. Sebbene non esista una norma del diritto all’oblio (non c’è un articolo di legge), il concetto “giuridico” sta diventando una delle nozioni più popolari degli ultimi tempi in grado di interessare e di raggiungere anche il cittadino della strada che di leggi non ne sa.
Sarà forse per questo che il concetto di “Diritto all’oblio” (solo accennato in un paio di sentenze della Cassazione), meglio descritto dal Garante della Privacy, stiracchiato dalla Corte Europea, sembra un mostro dalle molte facce, spesso irriconoscibile.
Sta di fatto che ognuno si gioca questa nuova chance come crede per ripulirsi la reputazione sul Web e così PrimaDaNoi.it (che ha il triste primato di essere stato il primo quotidiano ad essere condannato da sentenze ancora non definitive) ha oggi anche la sventura aggiuntiva di essere il ricettacolo privilegiato di richieste irricevibili allo stato, ancor di più dopo la decisione europea di demandare la cancellazione di articoli a Google.
Il caso di PrimaDaNoi.it è ancora una volta emblematico perché fioccano decine di richieste di personaggi molto noti in Regione che hanno svolto ruoli nelle istituzioni pubbliche e civili e tutti (guarda caso) hanno avuto problemi giudiziari di cui chiedono la rimozione. Si tratta di fatti recentissimi ed in molti casi persino non conclusi.

REPUTAZIONE TERREMOTATA
Non interessa che il tempo trascorso sia di pochi mesi, la minaccia di adire le vie legali è una costante, così come ognuno si argomenta come vuole la richiesta appellandosi ad argomentazioni e norme inventate. Quell’alto funzionario invischiato in una brutta storia giudiziaria mentre era a L’Aquila chiede la rimozione di tre articoli solo perché la vicenda giudiziaria è finita con una archiviazione.
Passando questo principio dovrebbero sparire tutte le notizie sulle indagini finite archiviate.
L’alto funzionario dello Stato che oggi vuole riscriversi a piacimento la sua storia personale grazie all’oblio non tiene conto del fatto che una inchiesta archiviata non pregiudica affatto l’interesse pubblico a sapere. Ma questa è la sensibilità che anche i più potenti uomini delle istituzioni italiane hanno nei confronti della informazione e della conoscenza dei fatti.
E nei prossimi mesi a stretto giro arriveranno molte novità perché l’argomento è caldo e si vuole battere il ferro finchè si riesce a modellarlo.

GOOGLE RIMUOVERA’ I LINK A LUGLIO
Google investito da un compito molto contestato dalla Corte Europea a giugno inizierà a rimuovere i primi link: sono oltre 100mila le richieste giunte nella sede europea del colosso americano e non si sa ancora con quali criteri verranno cancellati, se vi saranno informazioni a riguardo, se i proprietari dei domini saranno avvisati. Molti studiosi hanno fortemente criticato questa decisione della Corte perché demanda ad un privato la funzione di giudice il quale dovrà stabilire se una notizia è degna di essere conosciuta dalla collettività.

LA NUOVA LEGGE SU DIFFAMAZIONE E OBLIO
Non basta perché in parlamento si tentano più strade per cercare di colpire l’informazione e soprattutto gli archivi digitali dei giornali.
Un emendamento di Forza Italia al ddl diffamazione approvato in commissione Giustizia Senato starebbe di fatto allargando l’ambito del “diritto all’oblio”.
Nella norma si dice che, "fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l'aggiornamento delle informazioni contenute nell'articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l'interessato può chiedere ai siti internet e ai motori di ricerca l'eliminazione dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione" della legge sulla diffamazione.
L'interessato, si legge ancora nella norma, "in caso di omessa cancellazione dei dati" può chiedere "al giudice di ordinare ai siti internet e ai motori di ricerca la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l'ulteriore diffusione". In caso di "morte dell'interessato, la facoltà e i diritti" della persona oggetto di diffamazione potranno essere esercitati dagli eredi o dal convivente".
In realtà la Corte Europea con un orientamento ondivago aveva di recente stabilito che per salvaguardare i fatti e la conoscenza doveva rimanere accessibile persino una notizia diffamatoria aggiornata con la notizia della condanna in modo da garantire a tutti la conoscenza che quel giornale e quella notizia erano falsi.
E poi si parla di pesanti multe per chi sarà condannato o non rimuoverà le informazioni.

Che l’argomento dell’oblio faccia “gola” a tutti e interessi ogni archivio digitale accessibile sul Web viene testimoniato anche dal documento della Camera che stabilisce le regole per un “diritto all’oblio” negli atti parlamentari.
Qui non si parla più di informazione giornalistica in senso stretto ma di vera e propria conoscenza e ricerca storica che riguarda il nostro Paese.
Nel documento si precisa che possono essere cancellati i dati “sensibili” da atti parlamentari in determinati casi (per esempio quando c’è la prova che quello che è stato scritto è falso) «ferma restando la valutazione circa l'eventuale perdurante esistenza di un interesse generale alla massima diffusione dell'atto, a prescindere dal decorso del tempo, sono prese in esame le istanze aventi oggetto dati sensibili o giudiziari o riferite a minori ovvero concernenti ricostruzioni di fatti successivamente rivelatesi non vere sulla base di documentazione ufficiale fornita dagli istanti».
Dunque anche in questo caso per “dati sensibili” si intendono anche i dati “giudiziari” e anche in questo caso tutto viene demandato alla discrezionalità di qualcuno che dovrà stabilire la persistenza di un interesse generale.
L’obiettivo è chiaro: far sparire informazioni che danno fastidio a qualcuno. Così diventerà inapplicabile il famoso adagio sul giornalismo “se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno non diremo mai la verità”.
Al momento però la cosa che preoccupa di più è lo spazio lasciato all’arbitrio di chi deve decidere se cancellare o meno informazioni. Tutto questo è molto pericoloso e avviene all’interno di un diritto all’oblio che non esiste e che per moltissimi versi mina pesantemente la libertà di pensiero e soprattutto il diritto di accedere alla conoscenza di ognuno.
Cancellare informazioni per definizione equivale sempre ad una censura. Che sia postuma non cambia le cose.