LA PROTESTA

Scuola: studenti boicottano test Invalsi in alcune città

Proteste anche contro i test d'ammissione all'Università

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Scuola: studenti boicottano test Invalsi in alcune città





L’AQUILA. In tante scuole italiane, comprese quelle abruzzesi, gli studenti stanno boicottando i test Invalsi con scioperi bianchi, presidi, flash mob e assemblee.
A renderlo noto è la Rete della Conoscenza, che spiega che in questi giorni striscioni, volantini e manifesti hanno invaso le scuole di tante città italiane, accompagnate da quelli contro i test d'ammissione all'università che, dicono gli studenti, «ricalcano la medesima logica escludente degli Invalsi».
"Valutati, non schedati!" è lo slogan che si legge a Roma, Milano, Siena, Pisa, L'Aquila, Genova, Napoli, Salerno, Bari, Torino, Catania, Cagliari e in tanti altri centri.
A Milano ieri, per protestare contro i test, è stato occupato anche il Teatro Lirico. Gli studenti si rifiutano di compilare a testa bassa dei test di cui non condividono né la natura né lo scopo.
«Abbiamo deciso di disobbedire, di rifiutarci di sottoporci ad un meccanismo di valutazione escludente e ingiusto che mira a rendere la scuola pubblica sempre più a servizio delle logiche manageriali. Valutare non può significare schedare, mettere in classifica, favorire la competizione tra scuole e studenti, indirizzare e svilire la didattica rendendola un semplice bagaglio di nozioni da digerire per affrontare i test - afferma Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti - siamo l'unico Paese in Europa che somministra agli studenti in maniera censuaria e non campionaria dei test assolutamente inutili, che non tengono conto delle condizioni sociali ed economiche degli studenti e che aprono pericolosamente le porte a dei criteri premiali per le scuole che eccellono. A fronte di tutto ciò riteniamo veramente inaccettabile che si spendano 16 milioni di euro per finanziare questo strumento di valutazione dannoso e inutile».
«Da anni - prosegue Lampis, coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti - si levano delle voci critiche in merito ai test, ma i governi non sembrano propensi ad ascoltare chi vive ogni giorno le scuole».

Nel nuovo Def 2014 si inseriscono i test Invalsi alla base della revisione dei nuovi contratti per gli insegnanti e per i sistemi di reclutamento di dicenti e dirigenti scolastici. Il 4 maggio inoltre la presidente dell'Invalsi ha sollecitato gli insegnati a somministrare i test, convincendoli della bontà di questo strumento.
«Oggi boicottiamo i test - ha aggiunto - perché pensiamo che sia giunto il momento di bloccare questa riforma strisciante della didattica e della valutazione. L'idea che si possa produrre un'istantanea della scuola pubblica senza tener conto delle specificità di ogni contesto e della processualità della valutazione non è solo deleteria ed errata, ma tende ad appiattire verso il basso la didattica, svilendo anche il lavoro dei professori. I test ci riducono a numeri e foraggiano l'idea dello studente come soggetto passivo, pieno di nozioni e incapace di pensare criticamente».
Gravi e illegittime sono le minacce e le ritorsioni, raccontano gli studenti, che già in queste settimane si stanno riversando sugli studenti che protestano contro i test Invalsi.

«Crediamo sia necessario ribadire pubblicamente che a presidi e docenti è fatto divieto di risalire al singolo studente, sfruttando il codice alfanumerico del test, per attribuirgli voti su registro o sanzioni disciplinari: le prove, lo dice la normativa sulla privacy diffusa dallo stesso Istituto, devono essere totalmente anonime». Infine, conclude l'Uds, «le prove sono attività ordinarie e non obbligatorie: al pari di gite e attività pomeridiane i test devono essere approvati dagli organi collegiali e la partecipazione degli studenti è completamente libera».
A protestare anche i Cobas che protestano: «altro che il “forte rilancio” promesso dal nuovo Grande Imbonitore Renzi: il governo vuole realizzare la “piena eguaglianza” tra scuola privata e pubblica, tagliare un anno di scolarità e quindi un’altra cospicua parte di spese per l’istruzione pubblica (già ridotte del 30% negli ultimi 20 anni), cancellare gli scatti di anzianità e bloccare per altri sei anni contratti e salari».