LA SENTENZA

Abruzzo. Discarica Bussi, Tar: «la Edison deve rimuovere i rifiuti»

I giudici respingono il ricorso presentato dalla società

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Abruzzo. Discarica Bussi, Tar: «la Edison deve rimuovere i rifiuti»




PESCARA. La sezione distaccata di Pescara del Tar Abruzzo ha dichiarato «inammissibile e comunque infondato» il ricorso presentato dalla Edison contro il provvedimento del ministero dell'Ambiente, datato 13 settembre 2013 e riguardante la megadiscarica di Bussi Officine.
In sostanza, con il provvedimento impugnato, il Ministero intimava alla Edison (che si è opposta) di provvedere, entro 30 giorni, alla rimozione di tutti i rifiuti depositati «in modo incontrollato» nelle aree individuate come “Tre Monti”, 2A e 2B, situate nei pressi dello stabilimento industriale di proprietà Edison. Si chiedeva anche il ripristino integrale dello stato dei luoghi mediante la rimozione delle discariche e di altre fonti di contaminazione ancora attive; infine di procedere alla bonifica delle matrici ambientali «che all’esito della rimozione dei rifiuti dovessero risultare contaminate».

EDISON: «CONFERIMENTO CESSATO NEL 1973»
La Edison si è difesa in giudizio sostenendo che nella discarica “Tre Monti” il conferimento sarebbe cessato sin dal 1973, quindi «oltre trenta anni prima dell’adozione del provvedimento impugnato». Un lasso di tempo così lungo da fare decorrere i termini e rendere inapplicabili le normative dell’epoca e quelle attuali. La Edison ha anche sostenuto che dal 2008 al 2011 si sarebbe occupata, su sollecitazione del Commissario straordinario competente, «alla livellazione e copertura del terreno ed alla sistemazione delle sponde del fiume Pescara».

«QUELLE AREE NON SONO NOSTRE»
Quanto alla discariche 2A e 2B, la ricorrente ha sottolineato che le aree non sono di sua proprietà ma della società Solvay.
«In particolare», si legge nel ricorso «per la 2A, la società Montefluos (poi Ausimont ed oggi Solvay), l’ 11 marzo 1982 avrebbe chiesto l’autorizzazione alla prosecuzione dell’attività di discarica, già in atto da diversi anni. Il via libera sarebbe arrivato dalla Regione ad agosto 1987, e poi la discarica sarebbe stata chiusa nel 1990».
Per la discarica 2B, la società Montefluos (poi Ausimont ed oggi Solvay), «a dicembre 1986 avrebbe proposto domanda di autorizzazione ad una discarica per rifiuti speciali, rilasciata dalla Giunta regionale in data 5 maggio 1988, e poi anche tale discarica sarebbe stata chiusa nel 1990; per entrambe tali discariche, poi, Solvay avrebbe provveduto, nel 2010, alla costruzione di una barriera idraulica e alla realizzazione di una copertura impermeabile; non vi sarebbe inoltre alcuna prova circa l’epoca dell’eventuale deposito di rifiuti eccedenti le autorizzazioni da parte della società Montefluos».

«SEMPLICI IPOTESI INVESTIGATIVE»
La Edison ha dunque ribadito che la discarica Tre Monti sarebbe inattiva già dagli anni Settanta, mentre, quanto alla 2A e la 2B, anch’esse chiuse da oltre vent’anni, «non vi sarebbe alcuna prova in ordine ad un uso non corretto delle medesime».
Ma la società ha contestato anche una «carenza di istruttoria» dal momento che il Ministero avrebbe agito «sulla base di semplici ipotesi investigative avanzate dalla Procura della Repubblica, a tutt’oggi ancora al vaglio dei Giudici, in fase dibattimentale».
Il provvedimento impugnato, dice sempre Edison, «sarebbe poi in contrasto con gli altri provvedimenti per mettere in sicurezza le discariche» e le opere richieste sarebbero di difficile attuazione in soli trenta giorni visto «il sequestro delle aree da parte dell’Autorità giudiziaria ordinaria».

MINISTERO: «DEPOSITO INCONTROLLATO»
Il Ministero ha depositato una dettagliata relazione nella quale ha ripercorso quanto emerso dalle indagini della procura e dalla consulenza dell’Ispra, ricordando che la discarica Tre Monti «è tutt’ora di proprietà di Edison spa e nel corso della caratterizzazione sarebbe emerso il deposito incontrollato e senza alcuna impermeabilizzazione di rifiuti identificati come scarti della produzione industriale dello stabilimento di proprietà della medesima società (solventi clorurati, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti) e la contaminazione avrebbe interessato non soltanto il terreno ma anche la falda, determinando una contaminazione di 8 pozzi di captazione per l’acqua potabile, destinato a soddisfare il fabbisogno idrico-alimentare di tutta la Val Pescara».

«MESSA IN SICUREZZA INEFFICACE»
Il Ministero ha poi chiarito che gli interventi di messa in sicurezza del sito Tre Monti sono stati in realtà effettuati dal Commissario straordinario «con la partecipazione economica di Montedison» ma si sarebbero rivelati a tutt’oggi inefficaci, sarebbero cioè non definitivi e parziali. Quanto alle altre due discariche, 2A e 2B, viceversa, «è stata la stessa Solvay nel 2004, dopo essere subentrata nella gestione, a rinvenire e segnalare, previa caratterizzazione, depositi non autorizzati di rifiuti industriali».
«Dall’esito delle indagini», ha contestato ancora il Ministero, spiegando la necessità di mettere in sicurezza i tre siti, «è emerso che in tali discariche a quella data risultavano smaltiti rifiuti non autorizzati e pertanto la struttura di protezione contro il percolamento non aveva impedito l’infiltrazione di essi nel sottosuolo e nelle falde acquifere (metalli pesanti, idrocarburi, composti alifatici clorurati cancerogeni)».

I GIUDICI: «RIFIUTI RICONDUCIBILI ALLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE»
I giudici che hanno ritenuto inammissibile il ricorso della Edison, sostengono che la società non abbia «analiticamente ed efficacemente contestato che nei siti in esame sono state rinvenute sostanze altamente inquinanti e che esse costituiscono scarti e prodotti industriali tipici dell’attività ivi esercitata da Edison spa».
«Tali dettagliate e circostanziate evidenze», si legge nella sentenza, «non risultano oggetto di specifiche e documentate contestazioni da parte della ricorrente, sicchè ad avviso del Collegio esse costituiscono prova della circostanza che gli inquinamenti accertati sia nei siti aziendali che extra aziendali sono riconducibili alle attività produttive svolte negli stabilimenti del polo industriale in esame; e ciò per l’ovvia circostanza che essi costituiscono gli scarti tipizzati di tale produzione e sono stati rinvenuti sia in prossimità dei siti aziendali sia nei riporti di terra e nelle discariche».
«E’ ovvio», scrivono i giudici, «che i responsabili di detto inquinamento non possono che essere individuati in coloro che hanno gestito tali impianti nel periodo antecedente a quello in cui gli inquinamenti hanno iniziato ad essere rilevati. Considerate inoltre l’estensione e la profondità di tale inquinamento, nonché i sui notevoli effetti già causati sull’ambiente (dati compiutamente analizzati ed esposti nella relazione Ispra), appare evidente come si verta su un’attività di inquinamento protratta e risalente nel tempo».

«LA EDISON AVREBBE DOVUTO INDICARE UN COLPEVOLE»
«Al cospetto di tale quadro indiziario, sia in ordine all’epoca dell’inquinamento che in ordine alle sue causa, la Edison», si legge sempre nella sentenza, «non avrebbe potuto limitarsi a ventilare genericamente il dubbio circa una possibile responsabilità di terzi, ma avrebbe dovuto provare e documentare con pari analiticità la reale dinamica degli avvenimenti e indicare a quale altra impresa, in virtù di una specifica e determinata causalità, debba addebitarsi la condotta causativa dell’inquinamento».
Il Collegio, citando una sentenza del Consiglio di Stato ricorda che l’ordine di ripristino e bonifica ambientale «può essere rivolto al soggetto responsabile dell’inquinamento anche qualora quest’ultimo non sia più nella disponibilità delle aree, com’è almeno in parte nel caso di specie »

«30 GIORNI, TEMPO CONGRUO PER PRIMA FASE RIPRISTINO»
E se la Edison sosteneva che 30 giorni per la bonifica siano pochi, i giudici spiegano che il termine «appare congruo con riferimento alla prima fase del ripristino, vale a dire alla predisposizione del piano».
. Quanto infine alla circostanza che il sito sarebbe attualmente sotto sequestro e dunque la bonifica sarebbe impossibile «non è una causa di illegittimità del provvedimento impugnato», dicono i giudici, «dovendo quantomeno la ricorrente chiedere, all’Autorità che ha disposto il sequestro, la sua rimozione al solo fine di consentire quelle attività necessarie per eseguire l’ordine di bonifica e ripristino, con le cautele che saranno indicate (e anche sotto la vigilanza del Ministero resistente che ha ordinato la bonifica e il ripristino ambientale). Solo l’eventuale diniego assoluto dell’Autorità medesima potrebbe essere allegato come motivo giustificativo del ritardo».
La Edison è stata anche condannata alle spese di giudizio (5 mila euro).

Tar Sentenza Edison bonifica BUSSI