LA PROVA REGINA

Processo Bussi: nell’archivio segreto della Montedison le prove della consapevolezza del disastro

Oltre 5 ore di ricostruzione storica con documenti e prove testimoniali

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Processo Bussi: nell’archivio segreto della Montedison le prove della consapevolezza del disastro

Bellelli e Mantini



ABRUZZO. Più che un disastro, una vera apocalisse. Più che la consapevolezza dei veleni, la vera e propria volontà di inquinare senza preoccuparsi minimamente delle immense conseguenze nefaste sull’ambiente.
Non poteva essere più lieve il duro atto di accusa contenuto nella requisitoria dei pm Giuseppe Bellelli e Annarita Mantini che questa mattina hanno iniziato a Chieti la loro requisitoria nel processo davanti la Corte di Assise.
Secondo quanto riferito in aula fino a tutti gli anni '60 il sito industriale chimico di Bussi ha sversato una tonnellata al giorno di veleni residui della produzione nel fiume Tirino. Il Tirino poi confluisce nel Pescara che attraversa tutta la vallata e sfocia a mare sulle sponde dove sorge la città.
I pm hanno poi mostrato la lettera inviata nel 1972 dal Comune di Pescara a firma dell'assessore Giovanni Contratti che PrimaDaNoi.it ha reso noto molti mesi fa e nella quale si chiedeva ai vertici della Montedison di Bussi di rimuovere i rifiuti tossici interrati nel sito perché costituivano un pericolo di inquinamento concreto per le falde acquifere dell'acquedotto Giardino che forniva l'acqua potabile a tutta la Val Pescara. Per i Pm questo dimostra come già allora si sapesse degli effetti letali dell'interramento dei rifiuti.
Alla sbarra, con l'accusa di avvelenamento delle acque e disastro ambientale doloso, ci sono 19 imputati quasi tutti ex amministratori e vertici della Montedison che vengono giudicati con il rito abbreviato e dunque a porte chiuse. Per decenni la discarica sarebbe stata utilizzata per smaltire illegalmente rifiuti pericolosi, poi permeati nelle falde acquifere, tra cui cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni e metalli pesanti.
Con dovizia di particolari e con analitica ricostruzione dei documenti processuali, i pubblici ministeri da oltre cinque ore, con l’ausilio di immagini, stanno ricostruendo nell’aula della Corte d’Assise di Chieti la complessa vicenda storica, sociale e ambientale della mega discarica di Bussi Officine.
Sono state ripercorse le complesse vicende di quel sito industriale e del gruppo Montedison, a livello nazionale e locale; si è parlato dell’aumento di quei tumori, in particolare alla vescica, che la scienza attribuisce a inquinamento chimico.
Notevole attenzione è stata data all’enormità dei dati di contaminazione del suolo e del  sottosuolo e a quella che è stata definita l’impronta genetica degli inquinanti con isotopi tipici che si riscontrano sia nella discarica sia nell’acqua.
Nella introduzione il pm Bellelli, con citazioni letterarie e riferimenti storici precisi, ha ripercorso le vicende del colosso chimico e quelle del sito ricordando anche l’espressione tipica «ho preso la puzza», utilizzata da chi si ammalava di tumore. 

Il pm Mantini, nella sua esposizione, ha riferito invece, tra l’altro, il racconto di un testimone, presente negli atti del processo, che nel dire dei movimenti  di camion e ruspe che vedeva nell’area della discarica abusiva Tre Monti, ha narrato di aver notato una mattina all’alba una lepre col suo leprotto prima bere acqua dal fiume e poi mangiare erba sulla discarica. Il leprotto è subito dopo morto e la madre non si decideva ad abbandonare il suo corpicino…
Si è parlato anche della consegna del silenzio, mostrando una lettera manoscritta nella quale si spiegava che «occorre non spaventare chi non sa» e delle indagini, dalla scoperta di inquinanti nell’acqua sino alla individuazione delle discariche abusive. In un passo è stato anche affermato che la Tre Monti, «altro che ingabbiata», continua a rilasciare inquinanti.
I pm hanno poi mostrato un documento interno dell'azienda in cui la stessa Montedison segnalava che l'acidità delle scorie avrebbe potuto sciogliere i cassoni di cemento utilizzati per seppellire i rifiuti industriali nella discarica Tremonti.
 La discarica Tremonti di Bussi sul Tirino (Pescara), sequestrata nel marzo del 2007, è arrivata a saturazione nel 1983, mentre nel 1974 era al 75% della capienza.
A fine anni '70 Montedison inseriva le scorie acide in cassoni di cemento che poi venivano portati con dei camion nella discarica Tremonti del sito di Bussi, per essere seppelliti.
È quanto ricostruito, citando una testimonianza agli atti, dai pm Annarita Mantini e Giuseppe Bellelli. La discarica Tremonti dista poche centinaia di metri dal polo chimico, dalla stazione e dal paese eppure la discarica è stata ufficialmente “scoperta” solo nel 2007 dopo essere stata dimenticata per anni.  

Il pm Mantini nella parte conclusiva del suo discorso ha analizzato le varie perizie tecniche, comprese quelle delle difese, soffermandosi in particolare sulle direttrici dell’inquinamento, smontando la tesi che lo vorrebbe originato dal fiume e non dalla discarica, per due ordini di ragioni: perché alcuni degli inquinanti ritrovati sono tipici di quel sito industriale e non prodotti in altri posti in Italia; perché il livello di inquinamento rilevato con i piezometri diminuisce man mano che ci si avvicina al fiume e non il contrario. L’intervento dei pm è iniziato alle 9.15 e si è concluso poco dopo le 16.30, con due brevi pause; la seconda parte, con le richieste, si terrà fra una settimana, nell’udienza dell’11 aprile.

«Una poderosa e convincente discussione – questo il commento dell’avvocato del WWF Italia Tommaso Navarra – che nel dettaglio degli atti e dei dati evidenzia le prove assunte e illumina le responsabilità contestate». «L’accertamento della verità dei fatti – ha dichiarato invece il presidente del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio – è un passo fondamentale verso la bonifica del territorio che deve restare il primo obiettivo, per restituire serenità e fiducia nel futuro agli abruzzesi».

1972 L'ASSESSORE DEL COMUNE DI PESCARA CONTRO LA MONTEDISON