IL TAGLIO CHE NON C'E'

Governo Renzi: la «rivoluzione delle Province» non prevede la loro abolizione

Polemiche sul mancato coraggio del governo. M5s:«niente risparmio. Era meglio la nostra proposta»

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Governo Renzi: la «rivoluzione delle Province» non prevede la loro abolizione




ROMA.  Prove tecniche di rivoluzione nel quadro ingarbugliato degli enti locali italiani. La sbandierata riforma delle Province è però duramente contrastate e avversata da più parti come il Movimento 5 Stelle e naturalmente l’Unione delle Province italiane.

La mannaia del ddl Delrio rimodula nel profondo, all'interno delle Regioni ordinarie, il quadro istituzionale previsto dall'articolo 114 della Costituzione, ma, nonostante l'esistenza di numerosi enti commissariati e in via di cancellazione, un buon numero di Province continuerà a rimanere in vita nel 2015 e nel 2016.
E' quanto accadrà a Caserta, Imperia, L'Aquila e Viterbo e, fra due anni, a Campobasso, Lucca, Macerata, Mantova, Pavia, Ravenna, Reggio Calabria, Treviso e Vercelli. Nel frattempo però, e ciò ha certamente un suo peso, 2.159 poltrone delle Province salteranno entro settembre di quest'anno e circa 750 nei prossimi due anni.
Conto a cui vanno aggiunti i 57 commissari che saranno sostituiti da amministratori comunali.
Ma intanto il countdown per l'azzeramento delle Province ha subito un'altra accelerazione, come quella impressa dalla procedura d'urgenza votata oggi dall'Aula del Senato per il ddl costituzionale che dovrebbe cancellare la parola 'Province' dalla Costituzione.
Dopo la 'cura Delrio' le nuove Province diventeranno, com'è noto, enti di secondo livello che conteranno - tutti a titolo gratuito - un presidente, vale a dire il sindaco del Comune capoluogo (che resterà in carica 4 anni, anche in caso di cessazione della sua carica, quando avvenga per fine mandato), il consiglio provinciale (la cui durata prevista è di 2 anni), costituito da 10 a 16 membri (16 nel territorio con una popolazione superiore a 700 mila abitanti, 12 per una popolazione compresa tra 300 mila e 700 mila abitanti e 10 per quelle fino a 300 mila) e l'assemblea dei sindaci.
Sul fronte delicatissimo delle funzioni, i nuovi enti continueranno ad occuparsi di edilizia scolastica (in termini di programmazione), cura dello sviluppo strategico del territorio e pianificazione dei servizi di trasporto, con due innesti rappresentati dalla promozione delle pari opportunità e dal monitoraggio sul territorio di eventuali casi discriminatori a livello lavorativo.

RISPARMIO ZERO
 Lo schieramento piuttosto ampio di contrari alla cancellazione delle Province ha già evidenziato un possibile azzeramento dei risparmi attesi, che dovrebbe ammontare a circa 430 milioni (319 per il mancato rinnovo delle giunte e 111 per stipendi), a causa del numero rilevante di nuovi consiglieri e assessori che opereranno nell'ambito del nuovo impianto comunale.
Qualche dubbio lo ha evidenziato anche la Corte dei Conti, che a novembre 2013, nel corso di un'audizione in Commissione Affari Costituzionali, ha sottolineato che, pur comportando oneri a livello 'progettuale', «è ragionevole ipotizzare, almeno nella fase di transizione, che il trasferimento di personale e funzioni ad altri enti territoriali, con il loro subentro in tutti i rapporti, abbia un costo sia in termini economici sia in termini organizzativi».
 Dubbio che ha sollevato pochi giorni fa anche il Servizio Bilancio del Senato. Forse anche in riferimento alla carica dei 24 mila, tra consiglieri e assessori, che torneranno ad operare in tutte le taglie dei Comuni, da quelli fino a mille abitanti a quelli con oltre 10 mila. Un aspetto che ha rilevato il senatore Roberto Calderoli della Lega, secondo il quale con il ddl Delrio «rischiano di arrivare anche gli esodati delle Province».
 Di diverso parere la titolare del Ministero degli Affari Regionali Maria Carmela Lanzetta: «è passato il decreto Delrio che tutti abbiamo condiviso, siamo felici e possiamo dire che le riforme in Italia si possono fare».


SAITTA:«E’ MANCATO IL CORAGGIO».
Il presidente dell’Upi, Antonio Saitta sostiene invece che «la vera riforma era quella che prevedeva l’accorpamento delle Province piccole e degli uffici periferici dello  Stato, con un vero dimezzamento e risparmi concreti. Ma non si è avuta né la forza politica né il coraggio per opporsi alle alte burocrazie dello Stato, e si è scelto di accontentarsi di una piccola riforma, banale, confusa, superficiale, che non produce risparmi ma anzi porta all’aumento della spesa pubblica. Una riforma antieruopea, del tutto in controtendenza con quanto accade nel resto dei Paesi Ue. Questo Disegno di Legge che si sta approvando in Senato, non solo non abolisce le Province e non produce risparmi, come ha chiarito la Corte dei Conti, ma crea una grandissima confusione tra chi dovrà assicurare ai cittadini i servizi essenziali. Nella fase transitoria sarà un disastro, perché non ci sono norme  chiare per accompagnare una rivoluzione così pesante che avrà ripercussioni immediate sui cittadini. E gli effetti si vedranno da subito, anche perché i servizi sono già a rischio,  a causa del furore abolizionista contro le Province che ha giustificato in questi anni tagli drammatici alle risorse necessarie per garantirli. Questo Disegno di Legge poi– sottolinea Saitta – è una scelta del tutto opposta al  modello di governo dei territori degli altri paesi Ue: in Germania, le Province sono 400, 16 le regioni e oltre 12 mila comuni  e a non esistere non sono gli amministratori eletti dai cittadini ma i prefetti nominati dal Governo; in Francia le Province sono 100, e amministrano insieme a 26 Regioni e 36 mila comuni; in Spagna ci sono 17 Regioni, 50 Province e 8.000 Comuni. Per non parlare delle Città metropolitane, che in Italia sono almeno 10, più almeno le 5 che certamente nasceranno nelle regioni a Statuto Speciale, contro meno di 20 in tutta Europa, 2 in Francia, 2 in Germania, 2 in Spagna.   Noi invece, pur di non fare le riforme vere, quelle che avrebbero scontentato gli alti burocrati dello Stato, abbiamo scelto di propinare ai cittadini una riforma banale, intervenendo sull’1,27% della spesa pubblica, che è quella delle Province, pur di non toccare il 60% della spesa pubblica, quella dell’amministrazione centrale».

DI GIUSEPPANTONIO: «NON è STATA TOCCATA LA SPESA DELLO STATO»
Il Presidente dell’Unione delle Province Abruzzesi, Enrico Di Giuseppantonio, non è meno duro e dice: «si è scelto di intervenire sull’1,27% della spesa pubblica delle Province pur di non toccare il 60% a carico dell’amministrazione centrale. L’Italia ha letteralmente buttato al vento un’occasione unica per fare una vera riforma del sistema degli organi periferici dello Stato, con l’accorpamento delle Province piccole e degli uffici dello Stato, per dare concreta attuazione al tanto sbandierato taglio dei costi della politica che avrebbe fatto risparmiare agli italiani ben 5 miliardi a fronte di tagli che si fermeranno a 32 milioni di euro. Dobbiamo prendere atto che non vi sono stati né la forza politica né tantomeno il coraggio per intraprendere una strada più difficile ma senz’altro più efficace e ci si è accontentati di una riforma banale e superficiale».




MOVIMENTO 5 STELLE:«LA SOLITA FARSA, LA SOLITA PROPAGANDA»
Il movimento di Beppe Grillo invece contesta le conseguenze del ddl che non cancella le province, che non dà tempi certi che da una parte diminuisce le poltrone nelle province ma le aumenta nei consiglio comunali. Anche per il M5s questa riforma non porta alcun beneficio dal punto di vista del risparmio.