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Bussi, acqua inquinata nell’acquedotto certamente dal 1992

Storia di incuria e omertà: ecco chi sapeva e cosa è stato fatto

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BUSSI. «Recenti informazioni avute in via informale da enti di controllo esterni» raccontano che «nelle acque emunte da pozzi per l’approvvigionamento di H2O (acqua, ndr) potabile a distanza di circa 2 Km dallo Stabilimento vi è presenza di clorurati in quantità superiori ai valori limite del DPR 236/88 (relativi alle acque potabili)».
Dunque veleni nell’acqua potabile distribuita dalla rete acquedottistica a distanza di 2 km da Bussi Officine. La sorpresa, però, è che il documento che parla chiaramente di veleni e di sforamento dei parametri di legge è datato 1992.
PrimaDaNoi.it, dunque, alla luce dei documenti sequestrati dalla Forestale di Pescara e che fanno capo all’archivio segreto della Montedison, è in grado di affermare che almeno dal 1992 è stata distribuita acqua contaminata oltre i limiti di legge. I pozzi sono stati chiusi solo dopo la “scoperta” della mega discarica di Bussi, verso la fine del 2007. Altri documenti pubblici e già pubblicati provano in maniera inconfutabile come gli enti locali fossero a conoscenza della contaminazione dell’acqua potabile già dal 2004.
Sono questi i parametri dell’immenso scandalo di Bussi, una storia di incuria e inciviltà ma anche di grandissima omertà di gente comune e soprattutto di chi rappresentava le istituzioni ed aveva precisi obblighi non solo morali di fare qualcosa e quantomeno di avvertire la popolazione del pericolo.
Chi pensa che la discarica sia una scoperta recente si sbaglia , così come coloro che pensano che non si conoscessero i pericoli connessi.
 Il primo studio sull’inquinamento di Bussi di cui si ha conoscenza risale ai primi anni ’70. Ma è un rapporto del 1992 che non lascia scampo ed afferma come il livello di contaminazione di pozzi e falde sia oltre ogni limite. Dunque carte alla mano nel 1992 si conosceva il  «grave stato di contaminazione della falda superficiale»; «l’esistenza di una falda profonda anch’essa gravemente contaminata, collegata idraulicamente a quella superficiale»; di un «concreto rischio di migrazione a valle della contaminazione esistente».

CAMIONATE DI RIFIUTI E SVERSAMENTI DI GIORNO E DI NOTTE
Oggi però PrimaDaNoi.it cerca di ricostruire la storia della discarica di Bussi tra gli anni ’60 e il 2007, cioè ben prima dell’intervento della procura di Pescara.
Secondo fonti ascoltate dagli inquirenti la mega discarica di Bussi sarebbe stata inaugurata all’inizio degli anni ’60 e sarebbe stata infarcita di veleni a camionate continue e sversamenti di giorno e di notte. Secondo altre e più variegate fonti invece da sempre, cioè dall’inizio del 1900, la Montedison avrebbe avuto l’abitudine di interrare rifiuti tossici nei terreni circostanti il polo chimico. I documenti segreti della Montedison però provano che già nel 1970 il pericolo dei veleni era chiaro e per questo si è tentato di monitorarlo e studiarlo anche ufficialmente.
Come abbiamo già avuto modo di riportare è provato che Montedison sapesse dei pericoli e dei veleni nel 1972 quando era in atto una corrispondenza epistolare con il Comune di Pescara.
Una volta acquisiti i dati sulle contaminazioni, dal 1993, secondo varie versioni provate da documenti interni inizia «l’occultamento sistematico» del pericolo.

LE ANALISI DEGLI ANNI ‘70
Nel 1970 la Direzione dello stabilimento di Bussi commissiona sistematicamente al laboratorio interno controlli sulle emissioni dei camini industriali SIAC (azienda che opera nell’area dello stabilimento di Bussi), sugli scarichi idrici e sui sedimenti del fiume Tirino.
La circostanza è provata, in particolare, dalla “Nota per la Direzione” del 5 febbraio 1976, dalla quale emerge peraltro che il laboratorio interno non riusciva a far fronte alle richieste di controlli periodici a causa della carenza di personale: «si ritiene opportuno evidenziare, ancora una volta, che in seguito al mancato incremento di personale previsto nei budget 1975 e 1976 non è possibile far fronte alle seguenti richieste analitiche: controllo emissioni dei camini di fabbrica (è stata eseguita solo una parte: bisogna iniziare i controlli periodici ai camini della SIAC); censimento scarichi idrici; […] carotaggio fiume Tirino e prelievo polveri stradali per dosaggio Pb e Hg; […] dosaggio del piombo nel sangue».
Dalle indagini emerge chiaramente come tutte le informazioni di tipo ambientale arrivassero tutte alla direzione dello stabilimento («sig. Quaglia»).
La Direzione dello Stabilimento di Bussi era certamente a conoscenza, all’epoca, di numerose criticità in materia ambientale, concernenti sia le zone interne allo stabilimento, sia quelle esterne.
Per quanto riguarda le aree interne, nella “Nota per la Direzione” dell’11 Aprile 1978, i tecnici di laboratorio profilano l’ipotesi che i fenomeni di ricaduta (“fall out”) delle emissioni SIAC siano in grado di contaminare il terreno superficiale.
Per quanto riguarda invece le aree esterne allo stabilimento, sono state rinvenute numerose offerte relative ad attività di campionamento e indagini varie formulate da ditte esterne (senza che, tuttavia, sia dato sapere quando tali indagini siano state effettuate, e quali ne siano stati i risultati).
Tra le offerte va segnalata anche una planimetria denominata “zona ex-yprite – discarica” in cui è riportata l’ubicazione dei carotaggi effettuati o da effettuare. L’area oggetto delle indagini coincide perfettamente con quella che sarà poi identificata con la “zona ex discarica”.
Dunque la Montedison sapeva e sapeva tutto.
 

LE ANALISI DEGLI ANNI ‘80
Negli anni ’80 la direzione dello stabilimento commissionò altre analisi nelle discariche note come “2a” e “2b” cioè quella nei pressi della stazione e quella sotto i piloni dell’autostrada.
La Montefluos (società della Montedison) incaricò nel 1986 il geologo  Molinari, consulente esterno di fiducia sia di Ausimont che di Montedison, di condurre un’indagine idrogeologica dell’area circostante lo stabilimento di Bussi al fine di rinnovare l’autorizzazione per l’esercizio della discarica 2A
Nella relazione del 1986 si fa riferimento a una «discarica di rifiuti speciali esistente nell’area immediatamente a monte agli impianti in sponda sinistra del fiume Tirino in località Chiusella» e si precisa che «nella discarica vengono posti a dimora da diversi anni rifiuti speciali dello stabilimento per un totale di circa 3000 Mc /anno. Si tratta generalmente di: prodotti di demolizione e scavi; rocce e materiali litoidi; materiali tipo sabbie silicee»; e, ancora, che «la discarica di inerti […] è stata realizzata in un’area utilizzata già da decenni come discarica».

PERICOLI E CERTEZZE DEL 1992
Nel luglio 1992 è ancora Molinari, per conto della società Praoil (azienda specializzata nell’esecuzione di indagini ambientali) a redigere un documento che fornisce un quadro dettagliato dell’idrogeologia di stabilimento e dello stato qualitativo dei terreni e delle acque di falda («Nota conclusiva sulle indagini effettuate nel sottosuolo dello stabilimento di Bussi»).
Il compito assegnato a Praoil era finalizzato a «verificare la situazione idrogeologica dell’area dove sorge lo stabilimento in relazione alle possibilità di contaminazione dei terreni sottostanti l’insediamento industriale da prodotti ricollegabili agli impianti Montefluos».
Le indagini svolte da Praoil nel 1992 confermano in toto questi risultati. I dati rilevati dai piezometri, infatti, rilevano «una forte compromissione delle acque sotterranee», contaminate da «mercurio, piombo e, soprattutto, clorometani» (ossia da sostanze residue dei processi produttivi dello stabilimento).
Estremamente allarmanti apparivano, anzitutto, i risultati relativi alla falda superficiale.
Nel documento, con riferimento ai pozzi superficiali utilizzati per prove di pompaggio, si legge che «anche sulle acque di questi pozzi si evidenzia traccia di contaminazione ricollegabile agli impianti produttivi […]. Significativa la presenza di cloruri, dovuti ad un deposito di sale sul terreno in prossimità del pozzo n°1, perforato nella zona a monte in prossimità dei terreni calcarei e che sfrutta per l’appunto questo acquifero».
L’affermazione riveste una certa importanza in quanto testimonia innanzitutto la presenza in sito di un pozzo che nel passato ha attinto acqua dal sottosuolo; in secondo luogo, attesta che i terreni calcarei contengono un acquifero contaminato che, per le sue caratteristiche, facilita la migrazione verticale della contaminazione.


La cartina che pianifica e riassume lo sversamento dei veleni nella discarica

 VELENI A 40 METRI DI PROFONDITA’
La relazione Praoil –sempre del 1992- dà poi conto dei risultati delle indagini effettuate attraverso sondaggi sino a quaranta metri di profondità, che permettono di verificare quanto ipotizzato nell’indagine preliminare dell’anno precedente: che, cioè, sostanze inquinanti ricollegabili alla produzione dello stabilimento (soprattutto clorometani e piombo) fossero presenti in grande quantità (ben al di sopra dei parametri fissati dall’allora vigente D.P.R. 236/88 per le acque sotterranee destinate al consumo umano) anche nelle falda profonda – e ciò sebbene il limite di rilevabilità analitica dei clorometani adottato da Praoil per analizzare la falda profonda fosse cento volte più alto di quello adottato per l’analisi dei clorometani nella falda superficiale.
Questi dati erano specialmente gravi, data l’elevata permeabilità del terreno e il conseguente rischio di migrazione della contaminazione a valle (dove era attivo il Campo pozzi Sant’Angelo, dal quale si emungevano acque sotterranee destinate all’alimentazione umana).

«FARE QUALCOSA PER FERMARE L’INQUINAMENTO DELLE FALDE»
La relazione si conclude con le seguenti, inequivoche considerazioni di Molinari: «nei terreni sottostanti lo stabilimento Montefluos di Bussi sono presenti più falde acquifere localmente separate ma che a scala “regionale” costituiscono un unico acquifero; praticamente in tutti i pozzi e piezometri analizzati si rinvengono presenze di prodotti riconducibili alle produzioni di stabilimento; alla luce delle recenti disposizioni governative sulla protezione delle falde dall’inquinamento la Direzione dovrebbe prendere a mio avviso tutti i provvedimenti per tentare di limitare la contaminazione degli acquiferi; le prove effettuate hanno altresì messo in evidenza la elevata permeabilità dei terreni sottostanti lo stabilimento, fenomeno che se da un lato facilita la diffusione dell’inquinamento, dall’altro permette di mantenerlo sotto controllo con opportune opere di emungimento».

ACQUA POTABILE INQUINATA: LA PROVA NELL’AUDIT INTERNO DELLA MONTEDISON
In un audit interno tenuto segreto e ordinato dalla direzione generale di Milano sulla qualità delle acque si legge: «nel sottosuolo sono presenti materiali di riporto di origine naturale di consistente permeabilità nei quali è presente una falda freatica superficiale, alimentata dal fiume Tirino e dalle perdite delle reti di distribuzione H20 e fognarie, che probabilmente è in collegamento con la falda acquifera profonda situata a circa 40 metri. A conferma di quanto sopra vi sono le analisi su quattro piezometri profondi 40 m che evidenziano contaminazioni da metalli e clorurati. Tale situazione viene ulteriormente convalidata da recenti informazioni avute in via informale da enti di controllo esterni [secondo cui] nelle acque emunte da pozzi per l’approvvigionamento di H20 potabile a distanza di circa 2 Km dallo Stabilimento vi è presenza di clorurati in quantità superiori ai valori limite del DPR 236/88 (relativi alle acque potabili)».

Alessandro Biancardi