DOCUMENTO INEDITO

Bussi, dopo l'Abruzzo la Montedison penso' di portare i rifiuti tossici in Romania

Era il 1987 ed un documento racconta una storia inedita

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Bussi, dopo l'Abruzzo la Montedison penso' di portare i rifiuti tossici in Romania

Un barile di rifiuti spiaggiato



 
 
ABRUZZO. Afamis, Mosa, Almar, Arcipel, Kapetan Stamatis, Cornillios, Fume, Kos, Nouf, Momoli, Munzur, Gilli, Diloy, Kupotan. E poi La Arcipel, la Momoli e la Munzur.
Sono questi i nomi dei mercantili di nazionalità libanese, liberiana, panamense e tedesca che sparirono nel nulla tra il 1986 e il 1988. La loro rotta abituale era quella “del tabacco”, tra l’Italia e la Romania. 
Navi risucchiate da una specie di “triangolo delle Bermuda” tanto che molti hanno persino dubitato la loro reale esistenza poiché non vi è traccia nei registri navali ufficiali. 
E poi ci sono 342 bidoni spiaggiati in nove località turche nel 1987. Si tratta di bidoni ricolmi di rifiuti tossici comparsi a distanza di poco tempo sulle spiagge un tempo incontaminate della Romania che oggi è diventata la «pattumiera d’Europa». Forse non sapremo mai se quei veleni almeno in parte provenivano anche dall’Abruzzo ma oggi però c’è una traccia in più.  
Fatti di cronaca cancellati dal tempo e che non hanno né padri né tessitori abili che siano riusciti a riannodare i fili di una trama troppo vasta e occulta.
A quel tempo i più arditi favoleggiavano di navi che venivano affondate deliberatamente con il loro carico di morte e per questo vennero chiamate “le navi dei veleni” o le “navi fantasma”.
Ipotesi ardite per l’epoca poiché nessuno poteva immaginare che fosse già florido il traffico di rifiuti verso l’Etiopia (vicenda di cui si occupò Ilaria Alpi ormai 20 anni or sono e che le costò la vita), né si sapeva allora che proprio in quel periodo la Camorra stava iniziando a soddisfare i bisogni delle aziende italiane infarcendo di rifiuti velenosi la “terra dei fuochi”.
Qualche anno più tardi saranno le indagini del capitano di corvetta Natale De Grazia a ricostruire le rotte dei veleni trasportati dalle “navi a perdere”; purtroppo a “perdere” fu anche lui poiché morì in circostanze misteriose per cause apparentemente “naturali”.

ROMANIA FA RIMA CON RIFIUTI E SMALTIMENTO FACILE
Tra il 1986 e il 1988 una delle rotte preferite di quelle navi portava in Romania dove era facile smaltire a basso prezzo i rifiuti.
La porta d’ingresso era il posto di Sulina, piccola cittadina del distretto di Tulcea: il punto più orientale della Romania e dell’intera Unione Europea.  
Così le cronache dell’epoca raccontarono che nella primavera del 1987 due mercantili carichi di rifiuti pericolosi, la Akbay I e la Corina, salparono dai porti di Marina di Carrara e di Chioggia diretti a Sulina. A commissionare i viaggi fu un’azienda italiana, la Sirteco Italia S.r.l. , che si impegnò a smaltire tramite la compagnia rumena Kimica ICE di Budapest varie centinaia di barili d’acciaio per mezzo di incenerimento o conferimento in discarica.
Ma era tutto falso: a Sulina non esistevano né inceneritori né discariche adatte a smaltire materiali tossici. Dopo essere state stoccate in via provvisoria nei magazzini del porto, le sostanze nocive dovevano semplicemente essere gettate nel Mar Nero.
 Da un dossier di Greenpeace del 2002 si apprende che la Corina giunse in Romania l’11 aprile 1987 con 2796 fusti e solo cinque giorni più tardi la Kimika ICE emise un falso certificato attestante la distruzione dei rifiuti. Il 26 di aprile dello stesso anno la seconda nave, la Akbay I, scaricò nel porto rumeno 828 tonnellate di rifiuti industriali.
Secondo il dossier di Greenpeace in Romania dovevano “atterrare” 150.000 tonnellate di scorie all’anno pagate  dalla Sirteco alla Kimika ICE, circa 600 lire al chilo, quando lo smaltimento legale in Italia sarebbe arrivato a costare oltre 2000 lire al chilo.
Un business colossale stimabile secondo l’Agenzia Ambientale delle Nazioni Unite in 50 milioni di euro.
 

IL DOCUMENTO DELLA MONTEDISON: DUE CONTI PER SMARLTIRE IN ROMANIA
Storie di veleni archiviati dalla cronaca e dalla giustizia dopo le sentenze ma non dall’ambiente che risente ancora oggi di quelle bombe ecologiche.
Fatti che riaffiorano tra le carte sequestrate nel 2006 dalla Forestale di Pescara e contenute nell’inchiesta sulla megadiscarica di Bussi ed il conseguente avvelenamento delle acque potabili da parte della Montedison che fino al 2000 è stata proprietari dello stabilimento di Bussi sul Tirino.
Nessuno ha mai potuto dire se tra qui veleni smaltiti illegalmente ci fossero anche quelli della Montedison di Bussi. Oggi PrimaDaNoi.it pubblica un documento inedito che prova come la multinazionale di allora era a conoscenza della società specializzata nello smaltimento illecito (Sirteco) e dei prezzi che questa praticava giudicandoli più che vantaggiosi.
L’appunto a mano accompagna un documento interno e riservato del novembre 1987,  che viene spedito da “U. Montiglio” della divisione “Montefluos” della Montedison ad altri componenti della stessa società con un oggetto preciso: «smaltimento peci clorurate».
Dal documento si evince che vi sono state comunicazioni precedenti sul tema ed il firmatario informa i colleghi che per lo smaltimento la ditta più quotata allora era la «Sirteco Italia srl di Agrate Brianza» i cui vertici hanno già incontrato emissari della Montedison il 20 ottobre 1987.

CONTENITORI ANONIMI
 Dall’incontro è scaturito che quella società assicura lo smaltimento delle peci clorurate. Il firmatario del documento della Montedison inoltre autorizza le trattative con la medesima ditta per guadagnare tempo e avverte: «come già in altre occasioni», impossibile dire quali, si legge nel documento, «si sottolinea la necessità, soprattutto trattandosi di rifiuti tossici e nocivi, di obtemperare scrupolosamente alle normative di legge e di ottenere dallo smaltitore tutte le garanzie previste dalla stessa. Si ricorda inoltre l’opportunità di usare contenitori anonimi».
Dunque se da una parte l’invito (superfluo) è quello di attenersi scrupolosamente alle leggi e di fare in modo di ottenere la documentazione necessaria di manleva sullo smaltimento avvenuto regolarmente, dall’altra però si ricorda “l’opportunità” di utilizzare contenitori anonimi…
Gli appunti vergati a mano che accompagnano la nota sequestrata dalla Forestale, invece, sembrano raccontare i veloci calcoli per lo smaltimento delle peci: vengono calcolati i chili di rifiuti (“capienza max geometrica cont.”) ed i relativi costi; per esempio dei fusti piccoli a “4 strati “ o a “2 strati”. C’è poi un calcolo che sembra indicare l’incidenza del costo dello smaltimento per contenitore: il risultato della «incidenza media costo container» è di «70 lire al chilo».
A questi va aggiunto il costo del trasporto «da Bussi a Trieste 1,2 ml/ cont» (forse da interpretare con 1milione e 200mila lire per container)   e da «Trieste a Mar Nero: 50 lire al chilo». Infine dal «Mar Nero a miniera (Romania)».

BEL RISPARMIO
Alla fine, tutto compreso, lo smaltimento costerebbe alla Montedison 1160 lire al chilo e la spesa totale sarebbe di 226 milioni di euro. Secondo i calcoli riportati da alcuni giornali dell’epoca il costo per lo smaltimento in Italia sarebbe costato almeno 2000 lire, dunque la Sirteco assicurava un risparmio netto di più di 800 lire al chilo.  
«Comunque per guadagnare tempo si possono iniziare le trattative con Sirteco», dice il documento...
Un’inchiesta del tribunale di Venezia sul traffico di rifiuti con la Romania rivelò che la Sirteco  aveva raccolto e trasportato rifiuti tossici sversati nel Mar Nero.
Nel luglio del 2000 il Ministero dell’Ambiente turco dichiarò che fino a quel momento erano stati ritrovati in Turchia 367 barili con stampigliata la lettera “R” e le cui etichette indicano senza ombra di dubbio la presenza di rifiuti tossici prodotti in Italia.
Il ministero dell’Ambiente italiano dichiarò che avrebbe riportato i barili in Italia se si fosse provata l’origine dei rifiuti. Una copia della documentazione relativa alle scorie venne inviata al governo italiano che nonostante l’evidenza valutò di non aver ricevuto sufficienti prove per dimostrare l’origine italiana del materiale nocivo.
Come siano poi andate le cose tra Montedison e Sirteco è impossibile saperlo perché chi lo sa ha sempre taciuto.

Alessandro Biancardi

Dedicato ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi il 20 marzo 1994 in circostanze mai chiarite del tutto.
Oggi è attiva una petizione per chiedere al presidente della Camera, Laura Boldrini, la desecretazione di tutti i documenti (8000) accumulati sull’argomento dai servizi segreti.



Montedison Appunti Romania by PrimaDaNoi.it