“RIDISEGNARE” L’ITALIA

La riforma delle Regioni: oddio, mi sparisce l'Abruzzo

L’ossessione-necessità per la spending review ed i tagli si porta via anche le regioni minori

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La riforma delle Regioni: oddio, mi sparisce l'Abruzzo




ABRUZZO. Si parla tanto di Senato delle autonomie, riforma del Titolo V e riorganizzazione degli enti locali.
Temi caldi che, se non affrontati, rischiano di esplodere nelle mani dei soggetti coinvolti, a cominciare dai Consigli regionali.
Già, perché se con gli scandali dei rimborsi in corso e il bisogno di tagliare tutto quello che si può per dare respiro alle casse pubbliche, della cosa dovesse occuparsi solo il Parlamento potrebbero derivare non pochi dolori per i sostenitori del regionalismo corrente e dello status quo.
Ecco allora la necessità di anticipare le mosse mettendo in campo iniziative in grado di assicurare un futuro il più luminoso possibile alle ventuno Regioni italiane. Magari con un progetto di riforma partorito dagli stessi consigli.
La parola d'ordine, per risparmiare ed evitare penalizzazioni ancora maggiori, è una sola: accorpare. Come è capitato con il primo progetto messo in campo nei giorni scorsi e che vede le stesse regioni mescolate, fuse o aggregate sotto i nomi più originali e che fa inevitabilmente nascere una domanda: ma l’Abruzzo, in  questo gioco di riassestamento, a quale destino va incontro?

La proposta è arrivata dal presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Raffaele Cattaneo, che l'ha illustrata alla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative e delle Provincie autonome, riunita il 7 Febbraio a Roma. Lo studio si articola in tre progetti differenti che come elemento comune hanno proprio l’idea dell'accorpamento.

UNO STUDIO PER 3 IPOTESI

PRIMA IPOTESI. La prima proposta prevede la riorganizzazione dell’Italia in tre “macroregioni”.
Anzitutto la  Padano-Alpina, composta da Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna; la seconda, denominata  Meridionale-Insulare risulta formata da Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, Sardegna. Terza macroregione, quella che più ci interessa, è la Centro-Appenninica nella quale l’Abruzzo si ritroverebbe accorpato a Toscana, Lazio, Marche, Umbria e Molise.
Un'aggregazione che conterebbe circa 13 milioni e 307 mila abitanti (l’Abruzzo ne vanta  1.312.507) ed un Prodotto interno lordo (Pil) pari a 373 miliardi 223 milioni di euro, cioè il 23,8 per cento di quello nazionale.

SECONDA IPOTESI. La seconda ipotesi messa in campo dal presidente Cattaneo divide lo stivale in 9 Regioni dando vita vita ai frankensteiniani “Limonte” (Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta) e Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino). Verrebbero poi accorpate la Toscana con l’Emilia Romagna; il Lazio con Umbria e Marche; la Campania con la Basilicata e la Calabria, mentre Lombardia,  Sardegna e  Sicilia, manterrebbero la loro attuale identità regionale. E l'Abruzzo? La nostra regione risulta aggregata con Molise e Puglia, con 5.676.651 abitanti e un Pil pari a 107 miliardi di euro (primatista con 331 miliardi è la Lombardia, la regione più ricca).

TERZA IPOTESI. Anche nella terza proposta di Cattaneao l’Italia risulta sostanzialmente ridisegnata, anche se  con un assetto molto più vicino all'attuale: si contano infatti 10 Regioni ordinarie e 5 a statuto speciale.  l’Abruzzo verrebbe annesso a Marche, Umbria e Molise. Ma non saremo gli unici sacrificati: anche Piemonte e Liguria si fonderebbero; stessa sorte subirebbero Calabria e Basilicata. Nessuna modifica  invece per le rimanenti Regioni.

Insomma in tutte le proposte del presidente Cattaneo l’Abruzzo non avrebbe nessuna speranza di sopravvivere come “single”, a differenza della Lombardia che in due ipotesi su tre manterrebbe invece intatta la sua autonomia.

Ma c’è di più ed è l'elemento politico che rischia di trasformarsi in un fattore scatenante di polemiche e divisioni. In almeno due di questi scenari, infatti le Regioni a statuto speciale, tradizionalmente gelose della loro autonomia, scomparirebbero.
Dettaglio che non è passato inosservato agli occhi dei diretti interessati e che non è andato a genio soprattutto al Presidente del Consiglio regionale del Trentino Alto Adige, Bruno Dorigatti, che subito ha messo le mani avanti: «La questione non è quella di mettere in discussione le autonomie speciali», sostiene, «quanto piuttosto favorire un innalzamento delle competenze delle altre regioni.»
L’argomento scotta dunque e le cinque Regioni interessate (Val d'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia, Sardegna) già protestano contro ogni ipotesi di accorpamento: sono decise a non perdere le loro peculiarità e a difendere i privilegi derivanti dalla loro autonomia.
Ma di tempo per discutere ne è rimasto poco. La presentazione di una proposta condivisa da tutte le Assemblee legislative sembra essere l’unica strada percorribile per non subire riforme ancora più sfavorevoli, magari da parte del Parlamento.
Un elemento al centro delle preoccupazioni  del  Coordinatore della Conferenza e Presidente del Consiglio regionale dell’Umbria, Eros Brega, che sta tentando di convincere i suoi colleghi a mettere in campo una proposta condivisa il più largamente possibile e in modo da giocare la partita come protagonisti e non soggetti passivi.
g.d.n.