GLI ARRESTI

Operazione Ermitage: nuovo arresto per Oliverio

Nuovi guai per il commercialista del Padre dei Camilliani

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Operazione Ermitage: nuovo arresto per Oliverio




ROMA. Nuovo arresto, questa mattina, per Paolo Oliverio, il faccendiere già finito in manette per lo scandalo che ha visto coinvolto l'ordine religioso dei Camilliani.
Oliverio è tuttora detenuto presso il carcere romano di Regina Coeli, nell’ambito dell’indagine che ha coinvolto, tra gli altri, padre Renato Salvatore, Superiore Generale dell’Ordine religioso, anche lui ancora in carcere.

La guardia di Finanza stamattina ha arrestato 9 persone, imprenditori e professionisti, per reati fiscali e fallimentari nell'ambito dell'operazione "Ermitage".
Contemporaneamente agli arresti, il Nucleo di Polizia Tributaria di Roma ha sequestrato beni del valore di 154 milioni di euro, tra i quali 54 immobili tra Roma e provincia, Milano, Perugia, Viterbo, Latina e in diverse località toscane,  auto, moto, quadri di Schifano ed una barca a vela di 15 metri.
Tra gli immobili sequestrati anche una lussuosa villa di 500 mq (3 piani e 14 vani), con annesso giardino di circa 2.500 mq, sulle sponde del lago di Castel Gandolfo intestata appunto alla società "Ermitage", cassaforte anche degli altri edifici sigillati dalla Guardia di finanza.

79 INDAGATI, 82 IMPRESE CONTROLLATE
Nel corso degli accertamenti sono state denunciate in totale 79 persone, tra cui 5 commercialisti; e setacciate 82 imprese, di cui 3 inglesi, una lussemburghese e 4 panamensi. . Nei confronti di 11 soggetti è contestata pure l’associazione a delinquere.
I reati ipotizzati vanno dall'emissione ed utilizzo di fatture false all'occultamento di scritture contabili; dall'omessa dichiarazione dei redditi ed Iva, alla sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte; dal millantato credito, al riciclaggio, e alla bancarotta fraudolenta.
Secondo gli inquirenti nel corso delle indagini partite nel 2012 sarebbe emerso un «collaudato e gigantesco sistema di false fatture», emesse da imprese operanti nel settore dell’informatica e della gestione dei call center.
Nel complesso, le 82 società coinvolte avrebbero sottratto al Fisco materia imponibile ad oggi stimata in oltre 1 miliardo di euro, con un’effettiva evasione d’imposta quantificata in circa 500 milioni di euro, negli anni dal 2006 al 2013.

INDAGINE PARTITA DA UNA VERIFICA FISCALE
Le indagini hanno preso avvio da una verifica fiscale nei confronti di una società che opera nel settore informatico ed hanno fatto emergere l’esistenza di una «collaudata organizzazione, articolata su vari livelli», riconducibile ad un unico dominus, Giovanni Mola, destinatario oggi di ordinanza di custodia cautelare in carcere, tuttora residente in Italia ma con rilevanti interessi economici anche in territorio svizzero, dove ha avuto la disponibilità di conti correnti monegaschi e svizzeri, «fittiziamente intestati a società off – shore», dicono gli inquirenti.
Proprio su quei conti sarebbero transitate somme pari a circa 110 milioni di euro. Mola, che aveva l’hobby di organizzare e partecipare esposizioni, in vari Paesi del mondo, di moto d’epoca di valore - è risultato disporre, in aggiunta, di alcuni “bond” emessi da società di diritto britannico, per un valore di circa 80 milioni di euro. Le attività dei finanzieri hanno consentito di censire, all’interno del gruppo societario riconducibile di fatto Mola (che non vi appariva formalmente), ben 32 imprese: alcune erano “scatole completamente vuote”, dicono gli inquirenti, «costituite al solo fine di emettere false fatture».

«FATTURE TOTALMENTE FITTIZIE»
Altre società sono risultate, invece, aver assunto anche centinaia di dipendenti (per poi cessare, riassumendo le medesime risorse in altre società, dalla differente denominazione) che venivano posti a disposizione di ulteriori imprese, questa volta “terze”, cioè estranee al perimetro societario facente capo a Mola e aggiudicatarie di appalti pubblici. Tali società beneficiavano di fatture totalmente fittizie o recanti corrispettivi sovradimensionati, emesse dalle imprese di Mola, cui faceva seguito la restituzione, in nero, di una frazione dell’imponibile, che veniva “spartita” tra lo stesso Mola ed i referenti delle stesse società terze beneficiarie, secondo un prefissato accordo tra le parti.
Il sistema, così come ricostruito dalla Finanza, consentiva alle società “terze” di abbattere il proprio reddito con fatture di acquisto “gonfiate” e di risultare (ingiustificatamente) competitive sul mercato.
Al pari, i ricavi connessi alla somministrazione di manodopera da parte delle società di Mola venivano abbattuti da costi documentati da fatture altrettanto fittizie e gli oneri contributivi ed assistenziali del personale formalmente assunto erano assolti utilizzando, in compensazione, indebiti crediti iva, artatamente costituiti attraverso, appunto, le false fatturazioni.
Nel complesso, è stato documentato il ricorso a circa 1,3 miliardi di falsi documenti contabili.

IL RUOLO «DI PRIMISSIMO PIANO» DI OLIVERIO
Per gli inquirenti un ruolo di «primissimo piano» spettava a Paolo Oliverio «che si era inserito nel contesto associativo orchestrato da Mola sia in ragione della sua vantata capacità di risolvere, con modalità illecite, problematiche varie connesse ad alcuni intervenuti accertamenti tributari che quale materiale organizzatore dell’occultamento della documentazione contabile delle società del gruppo; egli, inoltre, risulta aver fornito un contributo essenziale al fine di ostacolare le azioni di recupero erariale, anche in pregiudizio dei creditori, acquistando, ad esempio, nel settembre 2012, un immobile di proprietà di una società riconducibile al Mola, dichiarata fallita dopo soli due mesi».