IL FATTO

Nuova bufera su Stamina, «infusioni senza staminali». Vannoni: «è falso»

Ricercatori contro il metodo delle cure compassionevoli

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Beatrice Lorenzin

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ROMA. Nessuna scienza dietro la vicenda Stamina, ma solo "ciclopici interessi internazionali" che progressivamente potrebbero portare al fallimento del nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Un verbale dei Nas e del comitato scientifico sostiene che il protocollo Stamina non utilizza cellule staminali e presenta ulteriori rischi per la salute dei pazienti.
«Siamo al ridicolo», replica il presidente della Fondazione, Davide Vannoni, «il protocollo si basa sull'utilizzo di cellule staminali molto pure, che sono tra l'altro caratterizzate e documentate presso gli Spedali Civili di Brescia. La conferma è contenuta nelle cartelle biologiche di ogni paziente presso la struttura ospedaliera. Ci sono i documenti presso gli Spedali di Brescia - afferma Vannoni - che contraddicono queste accuse.
Nel merito di quanto pubblicato, Vannoni sostiene che il comitato scientifico «non ha fatto alcuna valutazione della quantità di cellule staminali presenti nelle infusioni, avendo solo valutato il metodo sulla carta».
Quanto al riferimento alla visita ispettiva nel nosocomio bresciano da parte dell'Aifa nel 2012, il presidente di Stamina Foundation precisa che già nel 2012 «è stato diffuso un documento della Regione Lombardia nel quale si definiscono i risultati di tale visita ispettiva non corretti e si sottolinea come non siano stati raccolti i documenti relativi alla produzione delle cellule staminali».
Intanto crescono le polemiche intorno al sistema di cura.

«DE LUCA: «BLOCCARE SUBITO TUTTO»
Michele De Luca, direttore del Centro di Medicina Rigenerativa "Stefano Ferrari" dell'Università di Modena e Reggio Emilia, dopo la pubblicazione del verbale dei Nas sostiene che sia necessario bloccare i trattamenti in atto «per tutelare i pazienti e non procedere oltre con la sperimentazione per non sprecare denaro pubblico».
Quanto è stato pubblicato, rileva, «non fa che ribadire quanto noi scienziati ripetiamo da mesi: non solo non esiste un metodo Stamina in grado di differenziare le staminali mesenchimali in neuroni, ma la sua somministrazione rappresenta un reale pericolo per i pazienti, che oltre a non trarne nessun beneficio rischiano di contrarre malattie molto gravi».
Per De Luca è difficile comprendere «come sia possibile che la magistratura non abbia ancora chiuso la pratica Stamina e rinviato a giudizio chi sembra essersi macchiato di reati che credo vadano oltre la tentata truffa. Non riesco a comprendere come si possa continuare a sprecare risorse pubbliche per cercare di trovare una sorta di mediazione per cercare di tener viva una speranza terapeutica che non c'è, una illusione, pur davanti a relazioni di questa gravità da parte delle massime istituzioni del Paese», ha detto riferendosi a Istituto Superiore di Sanità, Aifa e Nas.
«Non solo - ha aggiunto - la sperimentazione ministeriale andrebbe definitivamente bloccata, ma bisognerebbe impedire con un decreto urgente anche la prosecuzione dei trattamenti già avviati, per non mettere a rischio la salute dei pazienti che si dovrebbero tutelare».

CATTANEO: «INCOMPETENZA, SPREGIUDICATEZZA E INGANNI»
Stessa linea viene espressa da Elena Cattaneo, direttrice del Laboratorio cellule staminali dell'università di Milano. Quella emersa dai documenti del Comitato di esperti del ministero della Salute è una situazione nota da «oltre un anno» al mondo della ricerca, ha rilevato Cattaneo. «Abbiamo sempre detto - ha aggiunto - che le preparazioni Stamina contengono solo detriti cellulari, per giunta pericolosi, come succede sempre quando si inietta qualcosa di inutile».
Non c'è quindi «nessuna scienza, nessuna medicina, solo incompetenza, spregiudicatezza, inganni, con cui si intrecciano ciclopici interessi internazionali che puntano ad usare Stamina come testa di ponte, cercando anche di screditare gli scienziati italiani che si oppongono a questo scempio, per poi sostituire Stamina con altri preparati magari meglio prodotti ma egualmente inutili. E far sì che questi penetrino gli ospedali italiani e ottengano il rimborso del Ssn, impiantando cose in pazienti prima del tempo, prima delle prove, senza un briciolo di razionale ma facendo un gran business ai danni del Ssn e dei malati».
Su queste operazioni, ha proseguito la senatrice «i vertici istituzionali e il Governo dovrebbero porre la massima attenzione perché i rischi che stanno facendo correre al Paese sono enormi, grazie anche alle incomprensibili sentenze dei tribunali. Il rischio - ha aggiunto - è che Stamina e surrogati simili portino al fallimento del nostro Servizio Sanitario Nazionale».
Cattaneo rileva inoltre che i ricercatori italiani hanno esaminato «50 manoscritti presenti in letteratura, nei quali si parla di tentativi di generare neuroni da staminali mesenchimali. E' una letteratura di basso profilo e i tentativi sono tutti fallimentari. Chi fa scienza sa bene che un cambio di morfologia non significa nulla, che una proteina che si accende non qualifica le cellule come neuronali, sappiamo bene che quei trattamenti sono solo citotossici cioè provocano la morte delle cellule». Tuttavia, prosegue, «alcuni laboratori italiani ci hanno comunque riprovato e non esce nessun neurone. E supponiamo anche che si formino neuroni: ma cosa pensate che succeda dopo l'iniezione di queste cellule in vena o intratecale? Moriranno. Insieme al nostro Servizio Sanitario Nazionale. Quando andremo in ospedale ci dovremo portare le siringhe e le garze da casa oltre che gli strumenti per operarci. Perché il Ssn non ci sarà più».

DALLA PICCOLA: «NUTRO TROPPI DUBBI»
«Nutro parecchi dubbi e non so come il comitato etico degli Spedali civili di Brescia abbia potuto autorizzare, a suo tempo, la sperimentazione con il metodo Stamina. Mi chiedo cosa avessero in mano per prendere questa decisione, perchè anche con le cure compassionevoli non si può prescindere da un fondo di scientificità». Così Bruno Dallapiccola, genetista e uno degli esperti nominati dal ministero della Salute per valutare il metodo, commenta quanto riportato dal quotidiano La Stampa. Dallapiccola non si dice comunque affatto sorpreso dalle notizie trapelate, come che non vi sarebbero quasi per nulla staminali nelle soluzioni iniettate nei pazienti, e che vi è il rischio di contaminazione: «ne ero già venuto a conoscenza un anno fa, dopo il sopralluogo dell'Aifa a Brescia - spiega - Sapevamo che qualcosa non funzionava, che c'erano delle contaminazioni. Nella nostra commissione non siamo entrati nel merito delle cose fatte a Brescia, ma avevamo il compito di valutare il protocollo, vedere se funzionava, su quali malattie potesse essere usato e su quali malati usarlo». Essendo vincolati da un vincolo di riservatezza gli esperti nominati dal Ministero non possono entrare nei dettagli, «ma una cosa si può dire - continua Dallapiccola - e cioè che in questo metodo non c'è scientificità, nè originalità ma vi sono invece dei problemi di sicurezza. Tutti i nodi stanno emergendo e verranno al pettine. I giudici del Tar del Lazio avrebbero fatto meglio a confrontarsi con degli esperti, prima di prendere la loro decisione»

LORENZIN SABATO A CHIETI
Intanto il ministro della salute Beatrice Lorenzin sarà a Chieti sabato mattina per visitare il reparto del professor Leonardo Mastropasqua. La visita avviene in occasione del riconoscimento della Clinica oculistica dell’ospedale SS. Annunziata di Chieti come “Centro nazionale di alta tecnologia in Oftalmologia”. Il programma di sabato prevede solo una visita alle strutture dirette dal professor Mastropasqua, seguita da una conferenza stampa nella sala riunioni dell’Ospedale. L’arrivo del ministro conferma l’importanza di questo riconoscimento che la Società italiana di oftalmologia ha inteso dare per la prima volta ad un Centro che opera in una struttura pubblica e rilancia l’idea che oggi in medicina l’eccellenza paga sempre. Quasi un monito per le Asl abruzzesi e non solo, alle prese con i tagli del Piano di rientro che sono stati “lineari” ed hanno colpito anche i settori che funzionavano bene. Sorprende però che il ministro non approfitti della vicinanza della facoltà di medicina per un approfondimento dei rapporti reciproci, come da Convenzione.