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Tagli per stipendi d’oro dei dipendenti del Senato. Approvato odg Blundo (M5s)

I dipendenti di Palazzo Madama vanno in pensione a 51 anni

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ROMA. L'Ufficio di presidenza e il Collegio dei Questori del Senato hanno accolto un ordine del giorno della senatrice del Movimento 5 Stelle Enza Blundo con il quale si impegnano ad allineare progressivamente i trattamenti stipendiali del personale dipendente del Senato a quelli delle altre amministrazioni pubbliche.
Il guadagno medio di un dipendente del Senato (come svelato dal libro ‘la Casta’) è di 149.300 euro: quattro volte quanto uno statale medio italiano, più dei magistrati e dei diplomatici.
«La nostra richiesta», ha spiegato la senatrice aquilana, «nasce dalla presa di coscienza delle condizioni in cui versa il nostro Paese, che vede ad oggi un tasso di disoccupazione sempre crescente e salari notevolmente bassi per tutti i “fortunati” che riescono a mantenere o a trovare un posto di lavoro».
Recenti inchieste giornalistiche hanno mostrato i privilegi di quanti lavorano a Palazzo Madama.
I commessi o i barbieri, ad esempio, guadagnano al loro ingresso un lordo di 2.482 euro al Senato (2.338 euro alla Camera dove godono più o meno degli stessi stipendi) ma dopo un anno di servizio, come disposto dal contratto arrivano a guadagnare 2.659 euro. Con 40 anni di anzianità, come ha ricostruito Il Giornale, l'ultimo stipendio dell'usciere è di 10.477 euro lordi mensili (aumentato del 400% rispetto inizio carriera), che moltiplicati per 15 mesi fanno 157.500 euro all'anno, come un dirigente di una grossa azienda. La fascia successiva, quella della «Assistenza amministrative» (le segretarie che fanno le fotocopie e mandano le convocazioni delle commissioni), che partono appena assunti da 3.048 euro al mese e finiscono la carriera con 12.627 euro mensili. Poi ci sono i funzionari, che partono da 3.700 come neoassunti e finiscono a 17mila euro, fino ai dirigenti, che progrediscono da 5.593 a 27.885 euro mensili.
Inoltre si va in pensione a 51 anni e con una penalizzazione dall'1% al 4,5% massimo sull'ultimo stipendio.
«Sempre in un ottica di razionalizzazione dei costi», spiega ancora Blundo, «l'ordine del giorno impegna lo stesso Ufficio di Presidenza e i Questori a bloccare l'aumento degli stipendi nelle parti terminali di carriera e a vietare il cumulo, per i dipendenti in quiescenza, dei trattamenti pensionistici erogati dal Senato con i redditi da lavoro. In questa Italia, dove è sempre più evidente il divario tra ricchi e poveri, è necessario intervenire in tale direzione, ai fini di un miglioramento della condizione di tutti coloro che percepiscono un salario non consono alle proprie capacità ed alle ore lavorative».