SCIENZA

Biotech: «in Italia buona ricerca ma si investe poco»

Assobiotec: «le aziende rischiano di non farcela»

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 Biotech: «in Italia buona ricerca ma si investe poco»

Franco Cuccurullo



ROMA. Una ricerca di buona qualità, perfino con punte di eccellenza, ma che non riesce ad attrarre capitali e con ricercatori di ottimo livello che stentano ad emergere: sono solo alcune delle contraddizioni vissute dalle biotecnologie in Italia, nel quadro presentato dagli esperti riuniti a Roma per lanciare la Settimana Europea delle Biotecnologie promossa dalla Commissione Europea.
Delle circa 400 aziende attive in Italia, quelle che si occupano esclusivamente di biotecnologie sono 248. Complessivamente gli addetti sono oltre 6.700 addetti e il fatturato è di circa 7 miliardi, il 25% dei quali investiti in ricerca.
«Una quota che nelle aziende che si occupano solo di biotecnologie può raggiungere il 44%», ha detto Alessandro Sidoli, presidente dell'associazione che in Italia riunisce le aziende biotecnologiche, l'Assobiotec, partner italiano della Settimana Europea della Biotecnologie. Le biotecnologie, ha aggiunto, «sono fra i settori che investono di più in ricerca e - ha proseguito Sidoli - sono anche un settore anticiclico, che ha tenuto bene nonostante la crisi».
 Tuttavia, ha detto ancora, «le aziende sono molto piccole, considerando che oltre la metà ha meno di dieci addetti, e che sono sottocapitalizzate».
 Per il presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della vita, Franco Cuccurullo, «l'Italia non investe nelle biotecnologie quanto sarebbe necessario».
 Le biotecnologie si conoscono poco e altrettanto nell'ombra restano i ricercatori che si specializzano in questo settore: «quello dei laureati in Biotecnologie - ha proseguito Cuccurullo - è un vero dramma, con almeno 22.000 giovani che non trovano lavoro: è un enorme problema del quale dobbiamo farci carico e per risolvere il quale stiamo lavorando».
 Manca poi la fiducia nelle biotecnologie: se quelle in campo medico non trovano ostacoli, quelle per il settore agricolo sono accolte con profonda diffidenza. Eppure, ha osservato la genetista Chiara Tonelli, poter trasferire geni di altre piante in piante di interesse agricolo ha permesso di combattere piante che tollerano la siccità, resistenti ai virus e ricche di nutrienti. Per Carlo Alberto Redi, dell'università di Pavia, «é un problema culturale», e per uno dei pionieri italiani del biotech, Riccardo Cortese, la scommessa è abbattere il muro che rende le biotecnologie italiane poco interessanti per i capitali di rischio.