L'INCHIESTA

Monte Paschi di Siena, suicida il capo della comunicazione

Da Gabriele Cagliari a Moroni, da 'mani pulite' a tempi recenti

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ROMA. David Rossi, capo dell'area comunicazione di Mps, si è tolto la vita ieri sera, poco dopo le 21, gettandosi nel vuoto dal suo ufficio della sede di Rocca Salimbeni e finendo in un cortile interno.
Nel suo ufficio, afferma il Corriere della Sera, sarebbe stato trovato un biglietto accartocciato, con su scritto «Ho fatto una cavolata». Rossi, che non era indagato, una decina di giorni fa era stato perquisito nell'ambito dell'inchiesta sul Monte dei Paschi.
Considerato uomo vicino all'ex presidente Mussari, Rossi, che aveva 51 anni, era rimasto al suo posto anche con la nuova dirigenza. Il sodalizio con Mussari era cominciato dal 2001, quando l'ex presidente di Mps e Abi era a capo della Fondazione, azionista di riferimento con il 34,9% del capitale della banca, e Rossi era il responsabile della comunicazione dell'ente.
Il suicidio di Rossi richiama alla memoria quelli di molti amministratori indagati nelle inchieste di Tangentopoli degli anni Novanta. Tra tutti, uno dei suicidi "eccellenti" dell'epoca di "Mani Pulite", che coinvolse non un politico ma il presidente dell'Eni Gabriele Cagliari. Quest'ultimo, 67 anni, designato alla presidenza dell'ente petrolifero italiano il 3 novembre 1989, venne ritrovato il 20 luglio 1993 nel carcere di San Vittore con la testa infilata in un sacchetto di plastica.
Era recluso a Milano dal 9 marzo precedente, dopo l'arresto su ordine di custodia cautelare emesso dai giudici del pool milanese. Dopo aver ammesso l'esistenza di un sistema di fondi neri, Cagliari si dimise dalla presidenza dell'Eni. Fu raggiunto da un nuovo ordine di custodia per la vicenda Eni-Sai e dopo quattro mesi di carcere si uccise. Il 27 ottobre 1997, un anno prima di morire, Bruna Di Lucca, vedova di Cagliari, mise a disposizione dell'Eni 13 miliardi che il marito aveva depositato presso una fiduciaria ticinese e che provenivano da quei fondi neri. 


Oltre alla vicenda di Gabriele Cagliari, fece rumore il suicidio del deputato socialista Sergio Moroni, che si tolse la vita subito dopo aver ricevuto due avvisi di garanzia, nel giugno e nell'agosto di quell' anno, il primo in relazione alle indagini sulla concessione regionale per la discarica di Pontirolo (Bergamo) e sulle attività delle Ferrovie Nord Milano, la seconda nell'ambito di un'inchiesta sugli appalti dell'Ospedale di Lecco. In entrambi c'era l'accusa di finanziamento illecito ai partiti. Prima di suicidarsi Moroni scrisse una lettera al presidente della Camera Giorgio Napolitano nella quale diceva di non avere mai pattuito tangenti e di «non avere mai personalmente approfittato di una lira».
Accanto a questi casi più eclatanti, la cronaca dei primi anni Novanta restituisce diversi episodi di amministratori locali suicidatisi dopo essere stati indagati. Il primo fu l'ex segretario del Psi di Lodi, Renato Amorese, che si uccise il 17 giugno 1992 con un colpo di pistola alla tempia. Pochi giorni prima era stato interrogato da Antonio Di Pietro. A lungo gli inquirenti cercarono inutilmente 400 milioni di lire, che secondo gli investigatori erano frutto di una tangente. In maniera simile a quanto fatto da Sergio Moroni, anche il consigliere comunale di Pescara Valerio Cirillo, architetto eletto nel Psdi e poi passato alla Dc, lasciò un biglietto prima di lanciarsi dal tetto della sua abitazione il 12 aprile 1993. Disse di non essere un "corrotto" e chiese la "riforma del sistema politico". Aveva ricevuto un avviso di garanzia nell' ambito di un' inchiesta su presunte irregolarità nella informatizzazione della Usl del capoluogo abruzzese. Pochi giorni dopo, il 30 aprile, Gino Mazzolaio, ex segretario amministrativo della Dc di Rovigo, indagato per concussione, venne ripescato nell' Adige nei pressi di Anguillara Veneta (Padova). Anche Mazzolaio era stato arrestato, il 16 marzo precedente, nell'ambito di un'inchiesta su presunte tangenti per appalti ospedalieri. Era tornato in libertà il 10 aprile e poi aveva fatto perdere le sue tracce. In epoca ormai lontana da Tangentopoli, il 19 marzo 2001, Aniello De Chiara, sindaco diessino di Solofra (Avellino), già presidente del Consiglio regionale della Campania dal 1985 al 1990 per il Psi, si gettò anch'egli nel vuoto dalla sua abitazione al quarto piano nella cittadina irpina. Pochi minuti prima il maresciallo comandante della stazione locale dei carabinieri gli aveva notificato un atto di citazione come testimone in un procedimento avviato dal sostituto procuratore della Repubblica di Avellino su denuncia dello stesso De Chiara. L'indagine si riferiva a vicende relative all'ospedale di Solofra.