MAFIA

Relazione semestrale Dia: «Cosa Nostra perde consenso mentre la ‘Ndrangheta fa affari»

Raddoppiati arresti e denunce per corruzione ma la crisi economica aumenta i rischi di infiltrazione

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ROMA. Se da un lato c'é Cosa Nostra che, forse per la prima volta, «inizia a confrontarsi con un'apprezzabile perdita di consenso», dall'altro si registra un'ulteriore salto in avanti della 'Ndrangheta, che consolida la sua «'evoluzione affaristico imprenditoriale» in un contesto in cui la crisi economica e la contrazione del credito «producono un effetto moltiplicatore dei fattori di rischio».
 L'analisi sullo stato della criminalità organizzata in Italia è contenuta nella relazione semestrale che la Direzione investigativa antimafia ha consegnato in questi giorni al Parlamento. Una relazione, quella relativa ai primi sei mesi del 2012, dalla quale emerge, su tutti, un dato piuttosto inquietante: da gennaio a giugno dell'anno scorso, è più che raddoppiato il numero delle persone arrestate e denunciate per corruzione, passando dalle 323 del secondo semestre 2011 alle 704 del 2012.
«La corruzione - scrive la Dia - rappresenta un punto di forza delle mafie. I gruppi criminali sono adusi a coltivare cointeressenze con la cosiddetta 'zona grigia' dell' imprenditoria, della pubblica amministrazione e della politica, al fine di ottenere agevolazioni e condividere gli illeciti profitti».
 E non deve trarre in inganno, afferma ancora la Dia, il dato riguardante l'esiguo numero di persone denunciate per scambio elettorale politico mafioso (solo sette): ciò «non corrisponde alla diffusione dei fenomeni corruttivi e concussivi».
 Ed anzi «non è dato escludere che tale discordanza derivi dalle difficoltà degli organi inquirenti nel provare l'erogazione di denaro in cambio della promessa dei voti dell'associazione mafiosa».
 E andando ad analizzare le singole organizzazioni criminali, gli analisti rivelano che proprio la Ndrangheta si è dimostrata la più capace a stringere «rapporti con settori compiacenti della politica, della P.A e dell'imprenditoria, attraverso una fitta rete di collusioni e corruttele che si estende ben oltre i confini regionali».
 Non è un caso infatti che la Calabria è la regione con il maggior numero di comuni sciolti per mafia (8 in sei mesi). Senza dimenticare che le «proiezioni extraregionali della Ndrangheta, con particolare riguardo a quelle europee, rendono l'organizzazione calabrese tra le più attive espressioni criminali italiane all'estero». Vive invece una situazione completamente diversa Cosa Nostra che inizia a perdere consenso «anche in seguito al rafforzamento delle istanze di giustizia sociale» della gente. Oggi dunque, la mafia siciliana risulta «piuttosto indebolita nelle capacità militare ed economica, costretta ad un basso profilo e totalmente impegnata a ridare credibilità e consistenza alla struttura».
 Cambiano le cose anche in Campania, dove l'arresto di Zagaria ha rappresentato un duro colpo per il clan dei casalesi che sta tentando di riorganizzarsi.
«Iniziano a manifestarsi - scrive la Dia - i primi segnali di ascesa di nuovi leader, camorristi di rango. Un processo che potrebbe portare al riconoscimento di una nuovo leader o alla costituzione di una cupola». E non va sottovalutato neanche quello che sta succedendo a Napoli dove lo scontro tra i clan ha fatto emergere «il rigurgito di una camorra arcaica, sanguinaria, costituita da bande criminali che rifiutano di assoggettarsi ad un unico controllo verticistico». Una situazione che, avverte la Direzione investigativa, non esclude una nuova guerra tra i clan. Un capitolo della relazione è poi dedicato ai controlli per evitare l'infiltrazione della criminalità organizzata negli appalti. 731 imprese - di cui molte impegnate in lavori nel nord Italia, compresi quelli per l'Expo 2015 - e oltre 4600 persone sono state monitorate e controllate nei sei mesi in esame. I rischi maggiori, dice la Dia, arrivano dalla Ndrangheta «la presenza di imprese contigue o emanazione" delle ndrine "é stata rilevata in diverse aree del territorio nazionale con particolare riferimento alle regioni più ricche quali la Lombardia, l'Emilia Romagna e la Toscana».