IPSE DIXIT

Abruzzo. Benvenuti a L'Aquila città distrutta dal terremoto e dalla dittatura

Oggi il ministro Barca ammette: «c’è stato un deficit di democrazia. In Irpinia e Friuli partecipazione, in Abruzzo no»

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

5055

Abruzzo. Benvenuti a L'Aquila città distrutta dal terremoto e dalla dittatura

Fabrizio Barca a L'Aquila

L’AQUILA. Nella fase post sisma a L’Aquila è mancata la partecipazione, i cittadini non hanno avuto alcun ruolo decisionale.


Lo hanno detto per mesi gli aquilani. Lo hanno gridato, scritto sui manifesti, condiviso migliaia di volte sui social network, denunciato sotto le tende e anche sotto il tetto delle abitazioni provvisorie che provvisorie non sono e non saranno mai. Lo hanno gridato a gran voce persino mentre venivano manganellati a Roma dalle forze dell'ordine.
C'è stata la ‘dittatura’ della Protezione Civile di Guido Bertolaso (prefetto Franco Gabrielli), la trovata della «somma urgenza», leggi imposte da Roma, enti pubblici locali esautorati, aggirate tutte le leggi urbanistiche del territorio, saltate tutte le procedure per gli appalti pubblici, affidamenti diretti, il 50% delle centinaia di milioni di euro affidati a ditte in subappalto direttamente e senza alcun controllo.
Hanno cercato di farlo capire in tutti i modi gli Aquilani, contestando anche l'infinito  commissariamento e le ordinanze che un giorno sì e l’altro pure piovevano sulla città ad imporre un sistema, una nuova città, un nuovo stile di vita. E dopo tutto questo strapotere il risultato è sotto gli occhi di tutti: la ricostruzione uno sfacelo.
Poi si è arrivati addirittura all’aberrazione e anche il momento di protesta e contestazione si è ritorto contro gli aquilani. Lo sanno bene quei cittadini che nei prossimi giorni dovranno affrontare un processo per aver manifestato nella zona rossa, interdetta al pubblico da una ordinanza del sindaco Massimo Cialente, o quelli che hanno occupato l'ex presidio ospedaliero di Collemaggio, anche loro oggi sotto processo.
Perché nell’Aquila martoriata dal sisma si è tentato anche questo: alzare i toni per farsi sentire, usando metodi estremi (ma sempre in modo pacifico) per chiedere di essere ascoltati.
Ma adesso di quel «deficit di democrazia» (sì lo definisce proprio così) ne parla anche il ministro per la Coesione territoriale, Fabrizio Barca, che con l’arrivo del Governo Monti è stato dirottato sulle vicende aquilane. Grazie ministro ma a L'Aquila qualcuno se ne era accorto e molti avevano negato. Come la mettiamo ora?  
In una intervista a Radio 24 ha espresso il proprio parere su quello che è avvenuto nella città terremotata dopo il 6 aprile e ha ammesso: «il problema non sono i soldi per la ricostruzione all'Aquila, che non sono mai mancati. Ci sono sempre stati e non sono mai stato il problema, tanto meno oggi. Il punto debole che ho trovato è stato un vero e propri deficit di democrazia».
Che cosa intende il ministro? Lo ha spiegato poco dopo: «ho girato tutte le altre aree terremotate, dal Friuli all' Irpinia - ha dichiarato Barca - ho trovato ovunque un livello di democrazia più alto di quello dell'Aquila. Nelle altre aree colpite negli ultimi 20 anni è diventata normale una fortissima partecipazione dei cittadini, assemblee, discussioni, dibattiti. Purtroppo - ha sottolineato - all'Aquila la governance che si era costituita, e il modo in cui si è ricostruito, non ha dato ai cittadini aquilani degli spazi di democrazia in cui esprimere le loro valutazioni e le loro opinioni».
In città questo lo sanno benissimo. Quando qualcuno ha provato a denunciare i costi esorbitanti del Progetto case e la gestione dei terremotati (per 1.220 milioni di euro)  non è accaduto niente. Quando i cittadini hanno pulito con le proprie mani il centro storico per denunciare l’immobilità delle ruspe non è successo nulla. Quando sono andati a Roma a manifestare hanno rimediato anche una denuncia.
Oggi le parole del ministro Barca appaiono quantomeno oneste. Ma è troppo in ritardo, lo sfacelo è in pieno svolgimento.

CIALENTE: «UN PEZZETTO DI GIUSTIZIA»
«Queste affermazioni rese dal Ministro Barca rendono forse un pezzetto di quella giustizia che io invoco», ha commentato su Facebook il sindaco Massimo Cialente. «Aver puntato su un ininterrotto e totalizzante commissariamento che ha tolto ogni ruolo agli enti ed istituzioni locali, ha esautorato i cittadini dal poter partecipare e discutere. Se riguardiamo indietro a questi pesantissimi 1200 giorni, vediamo che ci hanno ridotto a scontrarci sulle scelte che ci piovevano addosso, mai su cosa avremmo dovuto e voluto decidere noi, magari anche sbagliando. Sono affermazioni che confermano quanto da me sempre detto: siamo stati vittime di una governance pesante ed a noi estranea. Questo è il fallimento della nostra ricostruzione. Ora però è arrivato il momento di chiedere di essere finalmente noi i protagonisti e guardare avanti credendo nella nostra forza».