IL PROCESSO

Abruzzo. L'Aquila processo alla Grandi rischi: la lunga strada verso la sentenza

Tra polemiche e scoop giornalistici una condanna che vede al centro i media

Alessandra Lotti

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Abruzzo. L'Aquila processo alla Grandi rischi: la lunga strada verso la sentenza

L’AQUILA. Trenta udienze in 13 mesi e due giorni: poi è arrivata la sentenza di primo grado che ha portato alla condanna a sei anni di reclusione per tutti gli imputati.

L'organo consultivo della presidenza del Consiglio è finito alla sbarra nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.
L’inchiesta è partita, come ha ricordato in aula il pm Fabio Picuti, a seguito della denuncia di Guido Fioravanti che nel sisma ha perso il padre Claudio Fioravanti, avvocato e giudice tributario. «E’ venuto da me», ha detto il magistrato, «e mi ha detto 'mio padre e' morto perché ha creduto allo Stato’. Questo è il punto di partenza».

I SETTE RINVIATI A GIUDIZIO
Dopo le indagini la procura ha chiesto il rinvio a giudizio: era il 25 maggio 2011. La prima udienza viene fissata per il 20 settembre.
Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile, Enzo Boschi presidente dell'Ingv, Giulio Selvaggi direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto Case, Claudio Eva ordinario di fisica all'Universita' di Genova e Mauro Dolce direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile.
Loro che il 31 marzo del 2009, cinque giorni prima del tragico terremoto, hanno dato vita alla riunione della Commissione che per la prima volta si svolse all'Aquila, da mesi interessata da uno sciame sismico.

«MESSAGGI RASSICURANTI»
Secondo il pm della Procura della Repubblica dell'Aquila i sette furono colpevoli di aver lanciato alla popolazione messaggi rassicuranti che hanno indotto le persone a non prendere le dovute precauzioni. La Commissione Grandi Rischi è accusata, infatti, di aver redatto «una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace in relazione alla attività della commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio sismico». Ma anche di aver fornito «dopo la riunione» recita il capo di imputazione «informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell'attività sismica vanificando le attivita' di tutela della popolazione».
Secondo i pm gli imputati «sono venuti meno ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro funzione» anche sotto il profilo dell'informazione. E le notizie rassicuranti «hanno indotto le vittime a restare nelle case».


«IMPOSSIBILE PREVEDERE UN TERREMOTO»
Uno dei primi organi di informazione a puntare la lente di ingrandimento sulla “comunicazione” è la rivista Nature in un articolo che fece discutere.
E' fuori discussione, secondo i ricercatori, il fatto che prevedere un terremoto sia impossibile alla luce delle conoscenze scientifiche attuali. Bisogna piuttosto riflettere sulle strategie di comunicazione perché quello che è accaduto all'Aquila è destinato a fare riflettere e porterà i sismologi di tutto il mondo a chiedersi quale sia la strategia migliore per comunicare il rischio. Comunicazioni così delicate «devono essere fatte bene, e all'Aquila non è stato fatto»: è il giudizio severo e senza appello espresso su Nature da Thomas Jordan, direttore del Centro terremoti dell'Università della California a Los Angeles e presidente della Commissione Internazionale sulla Previsione dei Terremoti (Icef).


LE PAROLE DEL SINDACO E L’IRA DEI PARENTI
Fu seguita da una serie di polemiche la deposizione del sindaco Massimo Cialente che disse: «Dopo avere parlato con gli esperti mi resi conto che in nessun caso essi avrebbero potuto fornire risposte precise alla domanda che i cittadini si ponevano su cosa sarebbe potuto succedere visto che i terremoti non sono prevedibili». Una deposizione che di fatto scagionava la Commissione e che ha spiazzato tutti: dai legali della difesa che si sono ben guardati dal fare domande al sindaco a quelli di parte civile che hanno tentato di metterlo in difficoltà. Grande rabbia da parte dei cittadini che gridarono «al complottismo». «Si coprono a vicenda», disse Vincenzo Vittorini che quella tragica morte perse moglie e figlia.
«La Commissione Grandi Rischi», ha detto sempre l’assessore Stefania Pezzopane, allora presidente della Provincia, «deve spiegarci perché ha rassicurato un’intera città. Ricordo perfettamente il clima di quei giorni. Subito dopo la scossa del 30 marzo eravamo chiaramente in ansia, ma fummo tranquillizzati».
In aula hanno sfilato anche i parenti delle vittime che hanno tutti confermati la stessa tesi: i familiari morti dalle macerie restarono in casa perché tranquillizzati.

FAGLIA CONOSCIUTA E TERREMOTI OGNI 300 ANNI
Tra gli argomenti portanti dell’accusa c’è stato quello della faglia di Paganica che era conosciuta da tempo ma non a L’Aquila dove il piano regolatore non ha mai tenuto conto del “terremoto potenziale” che covava sotto.
Infatti un intero quartiere è stato costruito interamente sopra la faglia (male e senza criteri antisismici).

«RISCHIO VENNE ANNUNCIATO»
Boschi ha sempre sostenuto che il rischio era stato annunciato, Bertolaso smentì. Sul settimanale L’Espresso a fine 2009 finì anche un duro scambio di lettere tra i due. Nella prima Boschi contestava il fatto che il 6 aprile, subito dopo il terremoto, Bertolaso dichiarò che «in una conferenza stampa Boschi ha stabilito che non era prevedibile alcuna situazione di terremoto più violenta di quelle che si erano registrate».
Non è vero, giurò Boschi: «il fatto che io possa avere escluso forti scosse in Abruzzo è assurdo», si legge nella lettera.
Nella famosa riunione della Commissione grandi rischi svoltasi a L'Aquila il 31 marzo (appena 6 giorni prima del sisma devastante e subito dopo una scossa di magnitudo 4), «non si è discusso minimamente sulle azioni da intraprendere» nonostante «l'altissima pericolosità sismica» dell'Abruzzo, ricordò Boschi.
Lo stesso ricordò che qualche giorno dopo, quando la Commissione viene riconvocata a l'Aquila, «Mauro Dolce, capo dell'Ufficio sismico del dipartimento, mi mostra un testo che riporta in maniera confusa cose dette nella riunione del 31 marzo». Qualcuno «corregge il testo alla meno peggio e Dolce ce lo fa firmare per "ragioni interne"», salvo poi vederlo pubblicato sui giornali. Soprattutto dopo avere scoperto che il 30 marzo e il 1° aprile «dalla Protezione civile sono stati diramati due comunicati (recanti anche il mio nome) "tranquillizzanti" di cui non sapevo niente».

«UNA OPERAZIONE MEDIATICA»
In una conversazione del 30 marzo 2009, il giorno prima della riunione della Commissione Grandi rischi, Bertolaso definì la convocazione degli esperti «una operazione mediatica» e spiegò all’allora assessore regionale Daniela Stati che la riunione era stata convocata «perche' vogliamo tranquillizzare la gente». Dopo la diffusione su internet, il contenuto della telefonata e' stata poi verbalizzata dagli investigatori e trasmessa negli uffici della Procura come notizia di reato. Il fascicolo è affidato al pm Fabio Picuti, titolare della maxi inchiesta sui crolli. Bertolaso è indagato per omicidio colposo.

«ZITTIRE I GIORNALI»
In un’altra intercettazione Bertolaso, parlando con l’allora sottosegretario alla presidenza Gianni Letta, chiese di zittire i giornali: «devi gestire un po’ questa vicenda che già ti ho detto stamattina…quelli che fanno polemiche perché dicono che avevano previsto un terremoto». Era il 7 aprile del 2009. «Sì purtroppo stamattina su qualche giornale c’era», risponde Letta, «sciame sismico da Trieste a L’Abruzzo…».
Adesso tu devi dire ai giornali che questa cosa qui la devono tenere bassa come polemica. Hai capito? Perché altrimenti andiamo a diffondere un disorientamento totale». «Certamente, certamente», replica Letta.

«DI IORIO HA MENTITO»
Nel corso delle 30 udienze del processo è stato ascoltato dal giudice anche il rettore Ferdinando Di Orio.
Alla domanda del pubblico ministero se avesse disposto la chiusura dell'Università dopo la scossa del 30 marzo, Di Iorio ha detto: «non erano stati chiusi nemmeno gli altri istituti scolastici e quindi neanch'io ho ritenuto opportuno farlo. Gli avvocati della difesa avevano chiesto di procedere d'ufficio con l'ipotesi di reato di falsa testimonianza nei confronti del rettore a causa di alcune «incongruenze». Ma la procura non la ha fatto.

DURE ACCUSE ALLA PROCURA
Le ultime udienze sono state certamente quelle più vivaci. Gli avvocati degli imputati hanno contestato aspramente il lavoro della procura parlando di «analisi confusa, scoordinata con risultati aberranti» ma hanno anche sostenuto che fu la stampa a tranquillizzare gli aquilani.
Non sono mancate nuove accuse contro il sindaco Cialente che per alcuni legali era la persona deputata a lanciare l’allarme.
Nella requisitoria finale i pm hanno chiesto 4 anni di reclusione per tutti gli imputati denunciando una «negligenza monumentale»
Il giudice Marco Billi, dopo 5 ore di camera di Consiglio ha emesso la sentenza, ben più pesante di qualsiasi previsione: 6 anni di carcere per omicidio colposo e lesioni, interdizione dai pubblici uffici più 7,8 milioni di euro da versare alle parti civili.
Agli imputati sono state riconosciute le attenuanti generiche.