LA PROTESTA

Rifiuti, 2 mila firma contro gli inceneritori

Dopo le dichiarazioni dell’assessore Di Dalmazio si riapre il dibattito

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Piccone, Chiodi, Giuliante

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ABRUZZO. «Non abbiamo bisogno di un inceneritore. Forse piace solo al Pdl».

Il segretario provinciale teramano del Pd Robert Verrocchio replica alle dichiarazioni dell'assessore regionale ai Rifiuti Mauro Di Dalmazio, secondo il quale sarebbe arrivato il momento di pensare all'incenerimento come soluzione al problema dei rifiuti.
E’ stata infatti superata la soglia del 40 per cento di raccolta differenziata e il governo Chiodi si dice pronto ad affrontare, «in maniera aperta e con un dibattito sereno con il territorio», la questione della valorizzazione energetica dei rifiuti.
Verrocchio chiede qual è la strategia che sta portando avanti Di Dalmazio e il suo assessorato e in che modo la Regione sta finanziando e aiutando questo ciclo.
«Non abbiamo discariche», contesta l’esponente del Partito Democratico, «non abbiamo impianti pubblici di trattamento, non abbiamo impianti di compostaggio, e dunque è senza senso che Di Dalmazio venga a parlare di come chiudere il ciclo dei rifiuti se questo ciclo neanche è stato aperto, e questo nonostante la Regione abbia a disposizione milioni di euro per finanziarlo. La mia impressione è che il Pdl stia facendo di tutto per arrivare alla costruzione di un termovalorizzatore, nonostante le inchieste della procura di cui tutti sono a conoscenza».
Per il Pd, in pratica, la provincia di Teramo ha ancora «molta strada da fare sulla via del riciclo», e bisognerebbe puntare a percentuali ben più alte perché «una differenziazione spinta dei rifiuti renderebbe di fatto inutile un inceneritore, viste le minime quantità che dovrebbero essere bruciate».
E per rispondere all’assessore Di Dalmazio oggi pomeriggio il Movimento 5 stelle Abruzzo consegnerà al presidente del Consiglio regionale Pagano le quasi duemila firme raccolte in questi mesi in tutto il territorio regionale «per una corretta gestione dei rifiuti», e invierà a tutti i capigruppo regionali i 5 punti della petizione.
Il movimento chiede una maggiore trasparenza nell’informare i cittadini sulla destinazione dei rifiuti raccolti; di rinunciare alla realizzazione di inceneritori, o termovalorizzatori, di qualsiasi tipo, favorire con incentivi la riduzione di rifiuti civili, commerciali ed industriali; rispettare il raggiungimento del 65% di differenziata entro il 2012, proponendo di arrivare all’80% entro il 2013; favorire la realizzazione di impianti di riciclo e di compostaggio.
Isidoro Malandra se la prende invece con i suoi ex compagni di Rifondazione Comunista: «quando obiettai ai miei amici di Rc che il voto entusiastico sulla Legge Regionale Rifiuti sdoganava e quindi spianava la strada agli inceneritori in Abruzzo, i “governisti” mi risposero che, ove mai si fosse raggiunta la quota del 40% di raccolta differenziata, si sarebbe solo aperto un dibattito sull’incenerimento e Rifondazione avrebbe fatto muro. Oggi il dibattito si apre e coloro che pensavano di poter avere voce in capitolo sono ridotti ai margini».
Per Malandra l’incenerimento è già un caposaldo delle legge regionale abruzzese. «Anche la produzione di CDR (combustibile da rifiuti) è stata sdoganata da Rifondazione», va avanti l’avvocato, «con il parere favorevole di un’autorevolissima associazione ambientalista, ed il materiale che si produce in Abruzzo può, nel pieno rispetto della legge, essere bruciato fuori Regione o, ancor meglio, nei cementifici locali. Quello che si è imposto in Abruzzo (in questo campo il centrosinistra ha realizzato con Del Turco ciò che il centrodestra ha soltanto sperato di realizzare) è un modello ibrido in cui si fa raccolta differenziata ma anche “valorizzazione” per la parte di rifiuto energeticamente importante. Ebbene, se in Abruzzo la raccolta differenziata fosse fatta seriamente, fino a raggiungere il 70/80%, per gli inceneritori non ci sarebbe spazio. Per il semplice fatto che non ci sarebbe materiale sufficiente per alimentare un solo inceneritore di piccole dimensioni. Non ci sarebbe, in sostanza, l’interesse economico del privato ad investire sull’incenerimento».