L'INCONTRO

Attraversa l’Abruzzo a piedi con due capre

La storia di Carmine, pastore toscano diretto in Puglia per un futuro migliore

Marirosa Barbieri

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Marirosa Barbieri

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Attraversa l’Abruzzo a piedi con due capre

Carmine e le sue capre

FRANCAVILLA AL MARE. La luce del lampione riflette una sagoma. Anzi tre.
Dall’angolo tra via Zara ed il lungomare Cristoforo Colombo, in pieno centro a Francavilla, sbucano un uomo e due capre. Lui guarda a destra, poi a sinistra, si accerta che le macchine non passino. Arretra per qualche istante e finalmente attraversa.
Carmine è un pastore della Maremma ma è giovane, sui 37 anni, rossiccio, barba incolta, occhi marroni e profondi. Viene dall’Appennino toscano, è diretto in Puglia, sul Gargano. Si trova a Francavilla di passaggio. Ha con sé una borraccia, un melograno ingiallito, un sacco a pelo e due capre legate con un cordoncino. Lo guardo e mi incuriosisce. Decido di saperne di più: non capita tutti i giorni di trovare un uomo e due capre per strada…
Faccio fatica ad avvicinarlo. E’ schivo. Di poche parole. Alterna un italiano stentato ad un linguaggio tutto suo. Dice che solo così riesce a parlare con loro, con le capre.  
Decido di accompagnarlo per un pezzo di strada nel frattempo guardo e domando.
«Devo trovare un posto per loro», dice.
Le guarda orgoglioso. Per entrarci in confidenza devi fraternizzare prima di tutto con le sue capre.
Che hai detto?
«Ho detto che tra un po’ ci fermiamo».
Me le presenti?
«Quella si chiama "Essenza uno" e quella "Essenza due". Perché gli animali hanno un’ essenza, un’anima».
Che ci fai qui?
Ha lo sguardo sospettoso, poi risponde: «attraverso l’Abruzzo. Sono diretto in Puglia. Mio zio ha una terra laggiù, spero di vivere meglio».
E perché a piedi?
«Perché nun c’ho soldi sennò me lo facevo in treno il viaggio».
Carmine è partito da un paesello toscano, ed ha raggiunto a piedi Ancona. Poi da lì gli «angeli della ferrovia» (il personale dei treni ndr), così li chiama, lo hanno fatto salire su un treno per Termoli.
«Le capre le ho messe nel vagone biciclette. Ma puzzavano troppo e m’hanno fatto scendere a Pire…Pine…».
«Pineto», gli dico. Il suo sguardo si illumina. Annuisce.
Accelera il passo. Stargli dietro diventa difficile. Le persone per strada lo guardano, ridono. Aprono le braccia in segno di sgomento. Fanno gruppetto. Un bimbo gli fa ciao con la mano, la madre lo tira a sé preoccupata. Un paio di ragazzi in bici domandano: «ma che animali sono quelli?».
Carmine si infastidisce e biascica qualcosa in toscano all’orecchio della capra più grande, come a rassicurarla.
«Le ho detto che deve stare tranquilla e che tra un po’ potrà riposarsi», mi dice.
 La capra sembra avere capito davvero e riprende il passo.
Perché hai fatto il pastore?
«Perché mi riempie. Entri a contatto ogni dì con madre terra. E’ una scelta di vita. E non mi costa. Sono cresciuto vedendo crescere i ravanelli, respirando l’odore delle piante in fiore, dell’erba bagnata e di quella essiccata».
Già, quanti di noi possono davvero capire queste cose o sapere cosa si prova odorando l’erba o la terra?
Carmine diventa incredibilmente loquace.
«Non è che mi mancasse niente», racconta, «ma mi trovo più me stesso con la natura. Vivevo in una comunità di pastori, di 20 pastori, che bello».
Ora parla molto di più di prima… forse gli sono simpatica. E quando parla e mi racconta la sua vita ripete spesso «che bello…», «che bello»…
Gli domando di cosa si nutre durante il viaggio. Stringe a sé il melograno, forse è il pasto di oggi.
«La gente buona mi tende la mano, e mi offre qualcosa».
La cosa più odiosa del viaggio, per Carmine, sono gli occhi inquisitori della gente, della società e infatti mi racconta del suo disagio nel mondo, così come è oggi, disagio per la gente così distante e sempre di corsa.
Fa uno strano rumore con la bocca per attirare le capre. Poi a sorpresa mi fa una domanda: «ma a chi vuoi che interessi sta storia?».
Forse a nessuno, rispondo, ma sei in una terra di pastori…  Sai, un tempo le greggi e le mandrie si spostavano come te dalle colline verso la pianura. E facevano lunghe soste e percorrevano le vie dei tratturi... Anche gli abruzzesi tanto tempo fa facevano quello che fai tu oggi… Oggi però anche qui è tutto diverso… si va di fretta, c’è la tecnologia e la terra serve per fare soldi…
Sorride. I suoi occhi sembrano aver trovato casa.
«Proprio come i butteri (tipici pastori toscani) della Maremma? Che bello» , ripete ancora.
Ha lo sguardo sognante. Forse ora sta pensando di essere in mezzo ai fratelli pastori abruzzesi…
«Ho dei progetti. Voglio migliorare la mia vita. Sempre con le capre. Sempre da pastore. Nella terra di mio zio…ora vado, devo trovare un posto per loro».
Ha dei progetti da realizzare, dei sogni, delle speranze… penso «che bello».
Poi ci  salutiamo e lo ringrazio. Gli auguro buona fortuna.
Carmine si volta, riprende il passo. Dietro di sé la scia delle capre.
«Che bello», ripenso.