IL RICORSO

Discarica Bussi, Codici impugna la sentenza in Cassazione

D’Ambrosio & co rischiano ancora di essere processati

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

4189

Il giudice Luca De Ninis

Il giudice Luca De Ninis

ABRUZZO. Si terrà il 26 ottobre prossimo l’udienza di Camera di Consiglio presso la Prima Sezione della Corte Suprema di Cassazione a Roma.

Si dovrà dunque decidere sul ricorso proposto dall’associazione Codici e dalla Procura della Repubblica di Pescara avverso la sentenza del Tribunale del gup di Pescara del maggio 2011 sulla mega discarica di Bussi.
In quel caso il giudice per l’udienza preliminare, Luca De Ninis, dichiarò non luogo a procedere nei confronti di Giorgio D’Ambrosio, Bruno Catena, Bartolomeo Di Giovanni, Lorenzo Livello e Roberto Rongione.
E sono diversi gli scenari che potrebbero aprirsi. La Cassazione potrebbe dichiarare il ricorso inammissibile, rigettare il ricorso confermando la sentenza precedente, rettificare in parte, annullare la sentenza e rispedire il tutto in primo grado (ad un giudice diverso) fornendo indicazioni alle quali ci si dovrà adeguare.
Secondo l’associazione Codici che ha firmato il ricorso, il gup del tribunale di Pescara nella sentenza avrebbe fatto affermazioni «in totale contrasto con il materiale acquisito agli atti», come ad esempio che l'immissione di acqua dal campo pozzi certamente contaminato sarebbe avvenuto «in periodi limitati a pochi mesi».

Ma Codici contesta anche «motivazioni carenti» nella parte in cui il giudice omette di considerare che l'esposizione alle sostanze «non va considerato come dato temporale astratto, ma va considerata con riguardo anche alla situazione pregressa, ben nota agli imputati».
Gli imputati, sostiene il pm nella richiesta di rinvio a giudizio, avrebbero prodotto atti contrari all'iniziativa del Commissario Adriano Goio, che, dopo aver verificato che quanto segnalato dalle associazioni corrispondeva a verità, aveva disposto ai primi di agosto 2007 l'immediata chiusura dei pozzi S. Angelo per l'inquinamento.
«Il gip», contesta ancora l’associazione, «aveva a disposizione centinaia di referti di Aca e Arta agli atti processuali per verificare se quanto sostenuto dai difensori corrispondesse al vero» e «l'affermazione positiva circa il non superamento nei limiti, semplicemente non corrisponde a quanto attestato e provato, in quanto nella stragrande maggioranza delle centinaia di referti forniti da ACA spa e Asl e relativi ad analisi ai rubinetti le sostanze più pericolose (esacloroetano; tetracloruro di carbonio) trovate ai pozzi non venivano semplicemente cercate».

L’associazione contesta anche «l'atteggiamento» del giudice nei confronti delle analisi operate da terzi, considerate non ufficiali. «Stupisce», si legge nel ricorso, «una tale posizione nei confronti di due laboratori che, seppur privati, hanno quelle caratteristiche di professionalità che invece secondo il pm non potevano riscontrarsi nei laboratori dell'Aca Spa, sguarniti delle professionalità necessarie proprio per assicurare i monitoraggi e un'adeguata valutazione dei dati. Inspiegabilmente il gup omette completamente di trattare questo elemento seppur contestato dal pm e di inserirlo nel quadro necessario a valutare quanto accaduto e i relativi profili penali».
Infine l’associazione contesta «la mancata verifica delle affermazioni delle difese degli imputati, verifica assai agevole per mezzo di una mera consultazione delle analisi agli atti processuali. Il Gup clamorosamente omette di menzionare quanto sollevato dalla relazione agli atti dell'Istituto Superiore di Sanità circa la pericolosità dell'uso dell'acqua dei pozzi S. Angelo».
Si tratta di censure pesanti che riguardano la prima decisione sul mega processo di Bussi quella sul rinvio a giudizio. Nel frattempo il processo è iniziato, si sono tenute alcune udienze fino alla decisione di incompetenza di qualche mese fa nella quale il giudice Antonella Di Carlo ha chiuso il processo, rimesso gli atti al pm e stabilito che per la gravità dei reati non è il tribunale collegiale ad essere competente ma la Corte d'assise che si trova a Chieti. Il processo dunque dovrebbe riaprirsi nuovamente cominciando da capo nel capoluogo teatino. La Cassazione dovrà stabilire se ci saranno nuovi imputati oppure no.