L'APPROFONDIMENTO

Porto di Pescara (quasi) tutti i nomi dello scandalo nazionale

Guardare indietro per capire cosa ha determinato uno scempio simile che oggi tutti riconoscono

Alessandro Biancardi

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Alessandro Biancardi

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Porto di Pescara (quasi) tutti i nomi dello scandalo nazionale

PESCARA. L’ultima è che il presidente della Regione ha definito «scandalo nazionale» la vicenda del porto di Pescara, un mostro creato dalla politica che sembra si stia vendicando atrocemente mettendo in luce l’imperizia della classe dirigente e delle istituzioni.
Ma c’è anche chi sostiene che i ritardi incredibili del dragaggio tornino utili a chi spinge per avviare subito i lavori per la costruzione di un nuovo porto (un altro), lavori che servirebbero per correggere gli errori fatti con il porto inaugurato il 2005.
La memoria è corta e gli interessi inquinano come sempre fatti e ricostruzioni. Anche questa con tutti i limiti non è perfetta nè completa. Chi sa ed ha il coraggio può contribuire a ricostruire questo pezzo di pessima storia contemporanea. Molte delle informazioni sono state attinte dal sito di Antonio Spina  che ad oggi rimane il miglior contributo storico e tecnico sul porto. Il resto delle informazioni sono frutto di memoria storica e ricerca negli archivi.


CHIODI E I POLITICI ARRIVANO TARDI (COME SEMPRE)
E’ da circa 3 o 4 anni che la classe politica ha dovuto ammettere l’errore di aver avallato un progetto del porto che è responsabile principale dell’anormale insabbiamento del porto canale. Il perchè lo abbiamo già raccontato ben 7 anni fa grazie al contributo del presidente dell’associazione Antonio Spina che già nel 2000 si opponeva alla costruzione della diga foranea e poi del nuovo molo. Ieri persino il presidente del consiglio, il pescarese Nazario Pagano, è uscito con una dichiarazione che più chiara non si può «eliminare la diga foranea».
Che sarebbe stato un “porto nuovo di secca” Antonio Spina e pochi altri lo avevano capito senza dover aspettare un decennio. La politica sorda si è mostrata pure miope o accecata da altri interessi che si possono solo supporre visto che le “grandi inchieste giudiziarie” sono una conquista più recente. Con “l’ammissione di colpa”, rigorosamente senza colpevoli, si è varato nel frattempo (in piena era d’oro D’Alfonso) un nuovo progetto che potrebbe costare oltre 150 milioni di euro. Anche su questo versante si registrano nuove battaglie e l’imposizione della politica di un progetto che non piace agli operatori per motivi chiari e scientifici. Insomma si rischia un pericoloso bis...
Nessuno parla di responsabilità e oggi sembra normale essere obbligati a spendere 150milioni di euro per stravolgere opere che hanno appena 7 anni mentre la procura piomba sul dragaggio, c’è il balletto delle analisi, il problema di dove scaricare i fanghi, dei costi e la marineria è sempre più affamata. E il "porto delle sabbie" ci fa vergognare in tutta Italia. 
Ma ritorniamo indietro e cerchiamo di capire chi ha contribuito nel bene e nel male alla costruzione dell’attuale assetto portuale.

CENTO ANNI DI VITA POI E’ ARRIVATO “IL GENIO”
Il porto-canale nacque ai primi del novecento: prima c’era solo l’approdo lungo le sponde del fiume e l’accesso attraverso la foce ad estuario. La prima pietra fu posata nel 1907 ma la costruzione del porto-canale, fortemente voluta dai pescatori già dalla fine del 1800 e il cui progetto fu presentato al Ministero dei lavori pubblici del Regno nel 1868 dall’ingegner Mati, andò avanti negli anni seguenti. Presumibilmente fu completato all’inizio della prima guerra mondiale.
Fu evidente fin dall’inizio che il bacino vecchio (quello davanti al Mercato Ittico) aveva bisogno di essere dragato ogni anno in quanto fungeva da bacino di evoluzione per i pescherecci (le paranze a vela) e per i mercantili e anche da camera di accumulo (e quindi da ciò la sedimentazione) «per dare impeto alla corrente» (ing. Mati) nella canaletta fra i due moli guardiani e spingere al largo le acque del fiume. Data la velocità delle acque nella stessa canaletta, questa non aveva bisogno di dragaggio annuale ma solo sporadico. Verso la fine della seconda guerra mondiale, i tedeschi in ritirata minarono e fecero saltare in più punti i due moli guardiani, che dopo la guerra vennero ricostruiti.


IL DOPOGUERRA
Negli anni ’50 e ’60, mentre cresceva di nuovo il traffico peschereccio e mercantile, fu messa nel bacino vecchio una draga fissa che manteneva i fondali più o meno ad una profondità di – 4metri, portando poi a mare quello che non vi portava il fiume e che si sedimentava nel bacino. Allora le acque del fiume erano ancora in buono stato. Negli anni ’70, prima con la motonave Egadi, poi con la Tiziano, iniziò anche il traffico passeggeri. La Tiziano attraccava alla banchina del molo sud, più o meno all’altezza dell’attuale stazione marittima.


GLI ANNI ’80: IL PRIMO ERRORE
Nel 1981 per motivi non chiari i due moli vennero “lisciati”. Cioè il Genio Civile Opere Marittime di Ancona, allora responsabile dei porti regionali di Marche e Abruzzo, invece di fare manutenzione alle vecchie palafitte (i pali che reggevano i moli), costruì sulla parte interna dei moli una soletta liscia in cemento armato che copriva interamente la vecchie palafitte e annullando quindi la funzione antirisacca che esse avevano, prevista già ai primi del secolo dall’ingegner Mati, progettista del porto-canale.
E’ certo che questo fu comunque il primo errore compiuto sulle strutture originarie progettate da Mati nel 1868 ed ormeggiare non fu più cosa tranquilla per la risacca aumentata.
Per mettervi riparo nel 1984 fu presentato dal Genio Civile di Ancona un primo progetto di modifica al Piano Regolatore Portuale, con una diga foranea un po’più obliqua di quella attuale e su un asse est ovest, e con una piccola darsena rientrante sul molo sud, per l’accosto del traghetto Tiziano. Di questo progetto era entusiasta il padre di Bruno Santori, attuale titolare della agenzia marittima Sanmar
Il progetto fu però sostituito sulla spinta delle forze imprenditoriali ed economiche della città (portuali, Santori figlio, Confindustria, Confcommercio) per divenire quello che conosciamo oggi.
Il primo lotto fu costruito dal 1993 al 1997 e venne realizzata la diga foranea; con il secondo lotto si costruì il braccio di levante dal 2001 al 2005. Il progetto era sempre del Genio Civile di Ancona (ingegnere Giorgio Occhipinti), con una collaborazione dell’Università di Ancona nella quale aveva insegnato l’ingegnere idraulico Carlo Pace, che fu sindaco di Pescara a cavallo del nuovo millennio. L’allora sindaco ha sempre detto di aver dato il suo contributo al miglioramento architettonico della città e di fatto non ha mai sconfessato quel progetto di porto che si completò mentre era a palazzo di città. 


RISOLVERE IL PROBLEMA (CREATO) DELLA RISACCA: LA DIGA SECONDO ERRORE
Con il “lisciamento” delle pareti dei moli la risacca rendeva il lavoro dei pescatori complicato per la forte risacca dentro il bacino vecchio, dove non c’era più pace ed era difficile attraccare e scaricare il pesce.
Iniziarono le proteste e le istanze alla politica per risolvere il problema.
Il Genio civile accontentò pescatori e operatori realizzando la diga foranea. Secondo errore.
Nel lungo e concitato dibattito di allora non fu esente da responsabilità la classe imprenditoriale, gli spedizionieri portuali, le cooperative dei pescatori. I nomi che allora citavano i giornali come i portavoce di organizzazioni e associazioni erano quelli di Gianni Papponetti, Giovanni Verzulli, Giuseppe Gasparroni i quali trovarono una buona sponda in un onorevole in particolare ma qui i ricordi e le fonti si fanno scarse: c'è chi ricorda del socialista D’Ambrosio chi invece (come il sindaco Luciano D'Alfonso) dei deputati Amedeo D’Addario e Ugo Crescenzi. Gasparroni qualche tempo dopo in tv ammise «la diga foranea l’abbiamo voluta noi».
Il progetto seppure “ascoltava” gli operatori tralasciò molti degli aspetti tecnici che non dovevano essere tralasciati.
Nel 2000 un altro ingegnere, il professor Matteotti, chiamato dall’allora assessore Carlo Masci, definì il progetto complessivo, in una riunione al Ministero, presente Maurizio Acerbo, una «ciofeca», dopo aver relazionato al Comune tutti i problemi inerenti alla diga e al costruendo braccio di levante.
Raccontano che il Comune gli debba ancora la parcella di 35 milioni di lire forse perchè non ha mai usufruito dei suoi consigli, sta di fatto che Masci non se la sentì di andare contro il sindaco Carlo Pace che era favorevole all’avanzamento dei lavori già progettati.

L’ALLARME CADE NEL VUOTO: LA POLITICA NON SENTE
Fu questo uno dei tanti momenti decisivi della storia dello scempio infinito: erano già stati compiuti due errori ma si era in tempo per limitare i danni fermando o modificando il progetto.
E’ in questo periodo che si fa veemente l’azione del comitato che si oppone al progetto, presieduto da Antonio Spina, che sensibilizzò con lettere e incontri tutti gli amministratori che poteva.
Nel febbraio 2000 Spina mandò una lettera a tutte le autorità civili e militari lanciando l’allarme sui guasti che avrebbe provocato la diga, «intuitivamente», dopo aver notato i primi insabbiamenti nel moletto sotto la Madonnina. Sempre grazie a Spina potè studiare il problema l’architetto Alberto Polacco che nel 2000 dopo aver letto le carte del progetto sentenziò: «l’avamporto si insabbierà tutto».
Qualcuno iniziò a preoccuparsi e il vertice del Genio civile (Occhipinti) invio un telegramma con minacce di azioni legali a Spina «per allarme ingiustificato».
Il Comune di Pescara e il Ministero Infrastrutture chiamarono l’Anpa (poi diventata Apat) e l’ingegnere Paolo De Girolamo, dell’Università de L’Aquila, a valutare ufficialmente la questione (era il febbraio 2001).
La commissione in cui c’era De Girolamo disse che si poteva realizzare anche il braccio di levante e che non sarebbe successo niente. Insomma il progetto contestato doveva andare avanti.
A questo punto le cose iniziarono a cambiare e qualcuno che prima si diceva favorevole alla diga e al nuovo porto iniziò a dubitare. Quasi tutta la marineria era con il comitato di Antonio Spina (rimasero distinte le posizioni di Papponetti, Verzulli e Gasparroni).
Il comitato presentò ben tre esposti alla procura di Pescara ma tutti e tre gli esposti vennero archiviati.
Così il braccio di levante venne costruito: terzo errore

(fine prima parte)

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