SFRUTTAMENTO DEL TERRITORIO

Cave, l’atmosfera si surriscalda: cavatori teramani contro i privilegi de L’Aquila

Oggi protesta davanti al Consiglio regionale

Redazione Pdn

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Cave, l’atmosfera si surriscalda: cavatori teramani contro i privilegi de L’Aquila

ABRUZZO. Da 30 anni manca una legge in materia di cave e da un anno vige il blocco totale delle autorizzazioni.
Si surriscalda il clima nel settore che sta vivendo il suo momento più importante da 30 anni a questa parte. Tutti infatti guardano con attenzione a quello che succede nelle segrete stanze della regione Abruzzo dove si stanno facendo scelte che peseranno non poco sul futuro.
L’intento del vicepresidente della Regione, Alfredo Castiglione, è infatti quello di riuscire a varare finalmente il piano cave, una sorta di piano regolatore che stabilisce dove, come e quanto si può estrarre in determinate zone del territorio. Il percorso tuttavia non sarà facile né veloce e al momento è stato scelto (non si sa con quali criteri, con quale pubblicità o avviso pubblico) un comitato che si occuperà di redigere il piano.
Tecnici, avvocati, ingegneri sembra sostituiranno i consiglieri regionali che sono gli unici deputati a proporre un progetto di legge. Le polemiche sono già scoppiate poiché il presidente di questo gruppo di lavoro è il vertice di Assomineraria, cioè la principale associazione che riunisce i cavatori.
Sulla questione tuttavia oltre qualche sortita di un paio di consiglieri regionali non si sono registrati altre reazioni. Intanto, però, sul fronte pratico i problemi aumentano e molte imprese dicono di iniziare a sentire la crisi e le difficoltà derivanti anche dal blocco totale delle autorizzazioni imposto dall’art. 29 della legge regionale 10 gennaio 2012, n. 1.
Niente più nuove concessioni in attesa del piano cave. Passano i mesi e la stasi persevera con piccole eccezioni.
Una recente proposta di legge, che sarà in discussione al prossimo Consiglio regionale, vorrebbe superare questa situazione di stallo introducendo una deroga alla sospensione delle autorizzazioni per il solo territorio del Comune dell’Aquila. Una deroga dettata dalle esigenze della ricostruzione contro la quale i cavatori teramani si oppongono e ne denunciano «l’iniquità» e la «sospetta illegittimità»
La posizione dell’Associazione Cavatori Teramani è chiara: «siamo assolutamente contrari».
«Se le intenzioni della politica regionale», dice il presidente Aldo Di Carlo, «venissero confermate attraverso l’approvazione del progetto di legge proposto da Ricciuti, saremmo di fronte ad un enorme fallimento che metterebbe in ginocchio le tante imprese presenti in regione a beneficio di pochi e localizzati in un ben determinato territorio. La nostra Associazione, infatti, non è mai stata contraria all’adozione di una nuova programmazione territoriale, e non ha mai osteggiato che la Regione Abruzzo si dotasse di un Piano Cave riteniamo, anzi, che dovremmo essere un soggetto interessato alla stesura del Piano Cave in esame.
Il blocco delle autorizzazioni, invece, sembra punire proprio chi, come noi, non ha nessuna responsabilità.
Se da trent’anni manca la tanto attesa pianificazione, le colpe vanno ricercate altrove, semmai proprio nella politica che si è alternata al governo della nostra regione. Penalizzare chi lavora onestamente tutti i giorni è ingiusto ed è un atto vergognoso. Riteniamo, perciò, che non vi sia alcun bisogno di dover sospendere le autorizzazioni per le attività estrattive in attesa dell’approvazione del Piano Cave. Siamo convinti che il blocco si protrarrà negli anni con conseguenze del tutto negative per il settore delle costruzioni riconducibile all’aumento dei prezzi delle materie prime».
La norma che introdurrebbe una situazione di assoluto favore per il Comune dell’Aquila, poi, secondo i cavatori teramani, accrescerebbe una disparità di trattamento tra le aziende che operano in questo comune e quelle del restante territorio regionale, disparità dovuta al fatto che nel Comune dell’Aquila si scava su suolo ad uso civico o di proprietà demaniale, praticamente a costo zero per chi estrae.
Una disparità che sarebbe fatale per le altre imprese concorrenti.
«Il nostro comparto», ha concluso di Carlo, «è già pesantemente colpito dalla negativa congiuntura economica derivante, tra l’altro, dal crollo del mercato immobiliare e dall’aumento generale dei costi energetici e di trasporto. Non crediamo, visto il periodo di grave crisi che sta colpendo il nostro Paese, sia condivisibile la scelta di arrecare ulteriori danni alle imprese, ai propri lavoratori e a tutti i cittadini per le negative conseguenze che il blocco del nostro settore produrrà per il tutto l’indotto delle costruzioni».
Una manifestazione di protesta è stata organizzata per oggi davanti il Consiglio regionale.