LA SENTENZA

«Errori medici, oltre le indagini della procura per la sanzione si deve guardare il curriculum»

Lo stabilisce la Cassazione esaminando il caso del medico pescarese Orazio Lotti

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«Errori medici, oltre le indagini della procura per la sanzione si deve guardare il curriculum»
ROMA. Le indagini ancora in corso sulla morte di una paziente e l'archiviazione di precedenti denunce, non giustificano l'interdizione cautelare dall'esercizio della professione medica nei confronti del camice bianco finito sotto inchiesta.
Lo sottolinea la Cassazione avvertendo che prima di applicare un simile provvedimento «è necessario anche valutare il curriculum del medico» e l'assenza di episodi «connotati da colpa».
 Per queste ragioni la Suprema Corte - con la sentenza 35472 della III Sezione penale depositata oggi - ha, per la seconda volta, riesaminato il caso del ginecologo pescarese Orazio Lotti.
Nei suoi confronti, lo scorso 15 dicembre, il Tribunale dell'Aquila aveva emanato la misura cautelare dell'interdizione professionale per due mesi ritenendo ci fossero «gravi indizi di negligenza» a lui addebitabili per la morte di una paziente sulla quale aveva eseguito un intervento in laparoscopia.
Il Tribunale dell'Aquila, nella sua decisione, aveva seguito le indicazioni venutegli dalla stessa Cassazione che il 19 novembre aveva accolto il reclamo della Procura di Pescara per la mancata applicazione della misura interdittiva alla quale il gip si opponeva.
In quell'occasione i supremi giudici avevano accolto la tesi per cui quando l'incompetenza di un chirurgo arriva a rasentare l'accusa di omicidio volontario, seppure nell'ipotesi del dolo eventuale, allora è legittimo sospenderlo dall'esercizio dell'attività ospedaliera fino a quando non sia stata fatta luce su quanto accaduto in sala operatoria.

Ora, però, i supremi giudici hanno accolto il ricorso di Lotti annullando con rinvio, per nuovo esame, la sospensione perché i magistrati del riesame avrebbero trascurato di valutare il suo curriculum professionale e l'assenza di precedenti connotati da colpa. Per la Cassazione c'é un vizio di motivazione «nella parte in cui non è stata compiuta la valutazione del percorso e del pregresso professionale di Lotti che non può ricevere notazioni negative in relazione ad accertamenti ancora in corso e a procedimenti archiviati in relazione a fatti diversi».
L'inchiesta pescarese era nata dopo la morte di una paziente, A. M. D. F., a seguito di un intervento in laparoscopia operato, secondo la Procura, «in presenza di circostanze che suggerivano l'adozione di altre tecniche chirurgiche».
 Lotti, eseguendo in maniera non corretta l'operazione, avrebbe procurato alla donna «molteplici lesioni alla vescica e all'intestino». Inoltre il dottore «non si sarebbe preoccupato di trattare tali lesioni nonostante, nel corso dell'intervento, si fosse reso conto dell'accaduto, non diagnosticando, neppure nei giorni successivi, le ragioni del quadro gravemente precario delle condizioni di salute della donna».
 Per questo, secondo la Procura di Pescara, il chirurgo sarebbe «incorso in gravissima negligenza e imperizia e alcuni profili della sua condotta apparivano configurare addirittura un'ipotesi di omicidio volontario sotto l'aspetto del dolo eventuale». Proprio facendo leva su questo elemento la Procura abruzzese, aveva ottenuto lo scorso novembre l'annullamento con rinvio da parte della Cassazione della decisione con la quale il Gip aveva detto no alla misura interdittiva. Ora il Tribunale del riesame dell'Aquila dovrà scrivere un'altra motivazione.