IL CASO

Politici in tv a pagamento: inchieste in Emilia ma in Abruzzo tutto tace

Mentana: «l’ordine dei giornalisti non dice che è sconveniente»

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Politici in tv a pagamento: inchieste in Emilia ma in Abruzzo tutto tace
ABRUZZO. Il mese di agosto appena trascorso è stato caratterizzato, tra le altre cose, anche da un piccolo scandalo scoppiato in Emilia Romagna.

Si tratta delle trasmissioni “giornalistiche” a pagamento dove a pagare erano i politici con i soldi dei gruppi regionali «per avere maggiore visibilità».
Uno scandalo piccolo solo per lo spazio che ha trovato sui maggiori quotidiani nazionali e sulle tv. In realtà si tratta di un problema di sempre (più volte denunciato anche da PrimaDaNoi.it tra il silenzio generale), sottovalutato, e che è andato crescendo con l’esplosione dei nuovi media e delle centinaia di testate che popolano l’universo italiano.
Pagare per andare in tv è una prassi talmente consolidate che viene considerata normale tanto che non c’è molto mistero intorno alle comparsate di politici. E’ una usanza che spesso riguarda alcune televisioni e nello specifico alcuni format o programmi televisivi che mirano per lo più a mascherare messaggi pubblicitari o di marketing propalati con la forma del talk show o persino della intervista.
Ieri il tg di La7 di Enrico Mentana è tornato sull’argomento più critico che mai, illustrando brevemente i gravi pericoli che questa prassi porta con sé. In altre parole la morte del giornalismo e soprattutto della verità, sempre più difficile da far emergere.
E se i politici emiliani dapprima hanno negato, sono stati poi costretti dai fatti ad ammettere. Dei giornalisti non si parla e nemmeno sembrano essere stati chiamati in causa dall’ordine dei giornalisti che, si dice, aprirà un provvedimento disciplinare.
«Nessun organo che si occupa della nostra professione –sindacato e ordine dei giornalisti», ha detto Mentana, «ha però detto chiaramente che tali pratiche sono sconvenienti o ha diffidato giornali e tv dal proseguire in questa pratica…».
Insomma solo proclami per tappare momentaneamente la falla e poi via come sempre.
Intanto in Emilia è stata aperta una inchiesta con l’ipotesi di reato di peculato, la procura cioè ipotizza un uso diverso dei soldi del gruppo politico regionale e finalità non esattamente istituzionali.
Insomma a rischiare sono i politici per una ipotesi che probabilmente non potrà reggere più di tanto. Nulla rischiano invece i giornalisti come conferma l’avvocato Mirko Luciani, dello studio Franceschelli, che si occupa prettamente di cause giornalistiche.
«Per quanto riguarda i giornalisti, il loro comportamento non pone in essere alcun reato», spiega Luciani, «incorrono solo in un procedimento disciplinare ed in una eventuale sanzione per aver violato principi deontologici. In particolare, la Carta dei doveri del giornalista, firmata a Roma l’8.7.1993 dalla Fnsi e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, stabilisce principi e doveri che il giornalista deve rispettare nell'esercizio della professione».
Tra i vari doveri vi è quello secondo cui «il giornalista rifiuta pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, trasferte, inviti a viaggi, regali, facilitazioni o prebende, da privati o da enti pubblici, che possano condizionare il suo lavoro e l’attività redazionale o ledere la sua credibilità e dignità professionale».
«Inoltre, secondo il Protocollo sulla trasparenza pubblicitaria, firmato il 14.4.1988», aggiunge Luciani, «nel rispetto del diritto-dovere ad una libera e veritiera informazione e nel rispetto del cittadino, titolare del diritto ad una corretta informazione, "per l’attività professionale non si dovranno accettare, richiedere od offrire (anche se con il consenso del datore di lavoro o committente) compensi di alcun genere che possano confondere o sovrapporre i ruoli professionali».
Infine, anche per quanto riguarda i cosiddetti “redazionali”, anche in questo il giornalista è tenuto ad osservare il rispetto dei principi e dei doveri professionali.
«Spesso», spiega il legale, «capita che il cittadino non è messo in grado di capire se la notizia inserita su un giornale o un Tg ha natura esclusivamente informativa o se invece è proposta solo come una merce e la pubblicazione è avvenuta dietro un corrispettivo. Il punto fondamentale è che la pubblicità deve essere chiara, palese, esplicita e riconoscibile. La lealtà verso il lettore impone che il lavoro giornalistico e quello pubblicitario rimangano separati e inconfondibili. E in ogni caso la pubblicità non può condizionare l’autonomia della redazione e le scelte dei giornalisti che devono valutare le notizie secondo i criteri fondamentali della professione e non in base al compenso pattuito con l’Ufficio marketing e pubblicità».
C’è inoltre l’obbligo di distinguere fra messaggi pubblicitari e testi giornalistici: lo precisa la norma dell'art.2 (diritti e doveri), dell’art.48 della legge professionale (procedimento disciplinare).
Anche la legge n.223 del 1990 sul sistema radiotelevisivo pubblico e privato stabilisce all’art.8 che “la pubblicità televisiva e radiofonica deve essere riconoscibile come tale ed essere distinta dal resto dei programmi con mezzi ottici ed acustici di evidente percezione”.
In conclusione si tratta solo di una questione legata al rispetto della deontologia nell'esercizio della professione affidata in primo luogo alla coscienza dei giornalisti e poi all’Ordine dei giornalisti. Forse.