I PROBLEMI DELL'INFORMAZIONE

«Giornalisti precari sfruttati come gli extracomunitari nei campi»

Il precariato nell’editoria è un fenomeno antico. Il parere di un avvocato che da oltre 30 anni assiste giornalisti

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Massimo Franceschelli

Massimo Franceschelli

ABRUZZO. «Sono anni che i giornalisti precari vengono sottopagati e sfruttati proprio come gli extracomunitari che raccolgono i pomodori nei campi. E’ un fenomeno vecchio che non si vuole risolvere. Occorre l’intervento compatto e massiccio di Ordine dei giornalisti e Sindacati»

Massimo Franceschelli, avvocato specializzato in cause di lavoro di giornalisti da oltre 30 anni ha combattuto al fianco dei precari per strappare qualche briciola di diritto in più davanti al giudice e dopo battaglie estenuanti, lunghe e costose.
L’occasione la dà la recente querelle innescata da quello che viene definito “ddl per l’equo compenso dei giornalisti”, un disegno di legge che dovrebbe spazzare via (in teoria) il cattivo vezzo di pagare anche 2,5 euro per un articolo.
Come se occorresse una legge specifica per inchiodare datori di lavoro che violano già diverse norme e principi (alcuni dei quali sanciti dalla Costituzione) e che rendono irregolare una paga fortemente inadeguata.
Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, ha ribadito la sua posizione: quella legge in fase di approvazione non serve perché «l'articolo 1 comma 23 della legge di riforma del mercato del lavoro fissa regole precise circa i giovani precari, regole valide anche per chi lavora nel mondo editoriale».
Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, dal canto suo, ha illustrato al ministro le ragioni che impongono una sanzione specifica a quegli editori che non rispettano le norme, compensando con pochi euro il lavoro dei giornalisti.
Resta il fatto che il fenomeno dello sfruttamento aumenta sempre più (e paradossalmente lo sviluppo dell’editoria on line ha funzionato da volano) è a conoscenza di tutti ma… ovviamente non finisce mai sui giornali.
«Dopo anni le istituzioni scoprono i giornalisti precari sottopagati e indotti dalla situazione socioeconomica a sottoscrivere contratti capestro pur di guadagnare qualcosa e imparare un mestiere», spiega l’avvocato Massimo Franceschelli, «ma il fenomeno risale almeno agli anni ‘70. All’epoca i precari erano chiamati “collaboratori esterni saltuari” e guadagnavano 10mila lire al mese. Se dovessi fare una stima posso dire che l’80% di questi che hanno fatto vertenza hanno ottenuto il riconoscimenti di mansioni superiori e risarcimenti di varie entità».

«La situazione è grave perché riguarda professionisti che non sono più giovani e che per questo non possono sistemarsi», dice Franceschelli, «ma il problema investe anche l’indipendenza del giornalista e dunque la qualità dell’informazione che abbiamo da giornali e tv. Il silenzio delle istituzioni però ha favorito l’incancrenirsi del fenomeno che si è ormai consolidato fino a diventare la “normalità”».
Franceschelli spiega che giuridicamente nel 2007 a seguito della liberalizzaione delle professioni c’è stata l’abolizione del tariffario dell’Ordine dei giornalisti (già ampiamente disatteso) perché i prezzi per i diversi servizi giornalistici erano giudicati esosi (un servizio poteva costare al giornale anche 300 euro).
Con la scomparsa del tariffario la giungla dei compensi al ribasso si è infoltita sempre più fino a giungere ad una media per articolo di 5 euro e toccare record di 2,5 euro pagati da giornali “prestigiosi” nazionali. Una cifra che ovviamente non tiene conto né del lavoro spesso duro della ricerca della notizia, né delle spese vive per gli spostamenti ed il telefono, né tantomeno del rischio professionale.

Oggi però come può essere tutelato un precario?
«Una via di uscita allo sfruttamento può essere la richiesta in giudizio dell’applicazione del tariffario professionale», risponde Franceschelli, «a questo proposito la sentenza di Cassazione del 13 maggio 2009 n°11011 parla chiaro. La sentenza ha stabilito l’applicazione del tariffario in una controversia innescata da un giornalista abruzzese riformando una sentenza della Corte d’Appello de L’Aquila che aveva stabilito il compenso con una “determinazione officiosa” e dunque non applicando la tariffa professionale».
a.b.