LA SENTENZA

L’Europa condanna l’Italia: «10 mln di danni per frequenze negate a tv “abruzzese”»

Corte di Strasburgo:«l’Italia ha fallito nelle garanzie»

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 L’Europa condanna l’Italia: «10 mln di danni per frequenze negate a tv “abruzzese”»
STRASBURGO. La Corte europea di Strasburgo ha condannato l’Italia al pagamento di 10 mln di euro più 100.000 euro di spese legali all’emittente televisiva Europa 7 per non averle concesso, per 10 anni, le frequenze televisive.

Per i giudici europei, il Bel Paese ha violato l’articolo 10 sulla libertà di espressione e di informazione e l’articolo 1 del Protocollo uno sulla protezione della proprietà della Convenzione europea dei Diritti Umani.
Mentre restano in piedi le accuse per la violazione della libertà di espressione i giudici hanno respinto l’accusa di discriminazione avanzata dai legali dell’ emittente tv. La sentenza è caduta come un fulmine a ciel sereno sulle casse già esangui dello Stato e la vicenda ha fatto clamore visto il coinvolgimento, indiretto, delle emittenti televisive di Silvio Berlusconi al centro di un conflitto di interessi lungo più di 20 anni.
Nel suo ricorso Europa 7 sosteneva che le leggi varate dal governo per far slittare la data in cui Mediaset e Rai avrebbero dovuto cedere le loro frequenze erano frutto di una volontà di favorire le reti di Silvio Berlusconi.
La vicenda risale al 1999 quando l’emittente tv ''Centro Europa 7'', di proprietà dell’imprenditore di Avezzano, Francescantonio Di Stefano con sede a Roma, ottenne dalle autorità italiane la concessione a trasmettere attraverso tre frequenze, per la copertura dell'80% del territorio nazionale. Nel 1999 l’Agcom (Autorità per le Comunicazioni) bandì una gara per rilanciare le concessioni televisive nazionali disponibili. Oltre a Mediaset e Telemontecarlo, anche Europa 7 si piazzò al primo posto per la qualità dei programmi.
A quel punto, secondo i ricorrenti, furono escogitate una serie di norme transitorie tese a prolungare l'uso di frequenze da parte di emittenti già esistenti. Le frequenze, infatti, nel frattempo continuarono ad essere occupate da Rete4 e Telepiù nero, di proprietà di Berlusconi.
Europa 7 ebbe l'effettiva possibilità di iniziare a trasmettere solo nel 2009 e su una sola frequenza.
Dopo un alternarsi di ricorsi e sentenze (il Consiglio di Stato si pronunciò per un risarcimento di un milione di euro a Europa 7) Francescantonio Di Stefano ha fatto ricorso il 16 luglio 2009 al giudizio della Corte europea dei diritti umani, appellandosi agli articoli 10 (libertà di espressione e informazione) e 14 (interdizione della discriminazione) della Convenzione europea, sostenendo di aver subito un danno notevole al proprio diritto di comunicare, oltre che una discriminazione. Nell'udienza del 12 ottobre 2011  la Corte europea ha affidato il giudizio alla Grande Chambre.

«LE AUTORITA’ ITALIANE HANNO FALLITO»

I giudici di Strasburgo hanno sottolineato come, Europa 7, non ha potuto trasmettere «perché le autorità italiane non sono state chiare, precise e puntuali nell’attribuzioni delle frequenze. Esse hanno fallito nel far rispettare il pluralismo mediatico ed hanno interferito con la continua introduzione di leggi che hanno via via esteso il periodo in cui, le televisioni che già trasmettevano, potevano mantenere la titolarità di più frequenze».
La Corte ricorda all’Italia che non basta garantire teoricamente l’accesso al mercato degli audiovisivi ma è necessario garantire l’effettivo accesso al mercato.


I MONOPOLISTI DELLA TV
Anche se la Corte ha respinto l’ipotesi di discriminazione di Mediaset ai danni di Europa 7. Non manca nemmeno un chiaro riferimento ai gruppi politici ed economici a cui è permesso di dominare il mercato degli audiovisivi. Se questi gruppi di potere, dice letteralmente la sentenza, «monopolizzano il mercato minano la libertà di espressione di dare e ricevere informazioni. Questa posizione di prevaricazione, inoltre, porta a pressioni sulle aziende televisive. Ad Europa 7 non sono state date sufficienti garanzie contro questo sistema arbitrario».
Inoltre visto che l’azienda si aspettava di cominciare a trasmettere entro due anni dall’assegnazione delle frequenze, di cui però non ha legittimamente goduto, le autorità italiane hanno interferito e condizionato anche le scelte e gli investimenti proprietari della Tv violando quindi l’articolo uno del protocollo numero 1 della Convenzione europei dei diritti umani sulla protezione della proprietà.

Marirosa Barbieri