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Pentito escluso da protezione si ribella, «Stato più spietato della Mafia»

Negli anni scorsi aveva vissuto in Abruzzo dove si era rifatto una vita

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 Pentito escluso da protezione si ribella, «Stato più spietato della Mafia»
ROMA. E’ stato escluso dal programma di protezione per i pentiti proprio alla vigilia del suo passaggio dalla protezione provvisoria a quella definitiva.

Si chiama Carmelo Mutoli, 50 anni, palermitano, ex genero del boss della Noce Francesco Scaglione e collaboratore di giustizia dal febbraio del 1994.
Si era pentito il giorno del brindisi dei boss palermitani per 'festeggiare' la strage di Capaci. Da quel giorno Mutoli ha cambiato da allora numerose località, collaborando con diverse Procure «e consentendo - sottolinea lui - decine e decine di operazioni e di arresti, molti dei quali vanificati se io, il giorno dei processi, non sarò in aula a confermare le dichiarazioni rese in precedenza ai pm».
Negli anni scorsi è stato anche in Abruzzo dove aveva trovato una nuova compagna dalla quale ha avuto anche un figlio. «Poi, stufa della mia condizione precaria», racconta oggi l’uomo, «anche lei mi ha abbandonato e ora mi impedisce persino di vedere mio figlio. E, quando l'ho pretesto, mi ha fatto arrestare per minacce».
Adesso Carmelo Mutoli si ribella: «per lo Stato ho perso due famiglie e la mia dignità di uomo, scaricato a 50 anni dopo una vita da 'precario' della giustizia». Adesso la sua intenzione è quella di tornare a Palermo, dalla mafia perché è «meglio un colpo in testa che subire questa lenta e interminabile agonia alla quale lo Stato mi ha condannato».
Mutoli ha ora abbandonato l'ultima sua località protetta, nel nord Italia, determinato a ripresentarsi alla 'corte' del genero: «che mi ammazzino o mi riprendano - dice all'Ansa - sarà sempre una sorte migliore di quella che mi aspetta ora, abbandonato a me stesso, senza soldi e senza un lavoro».
Nell'escluderlo dal piano di protezione la Commissione Centrale del Viminale ha contestato a Mutoli ripetuti «comportamenti non consoni al suo stato», come la passione per il gioco d'azzardo e la frequentazione di persone con precedenti, tra cui anche l'associazione mafiosa. «Ma è pazzesco - ribatte Mutoli -. E' come se a un medico si impedisse di frequentare i congressi e i corsi di aggiornamento professionale. Mi chiedo come possa fare un collaboratore di giustizia ad essere utile allo Stato se non carpisce informazioni da chi lotta contro lo Stato».
«Lo Stato - conclude Mutoli - mi ha tolto tutto. Non è vero che la mafia è spietata. Lo Stato, con la sua burocrazia, lo è molto di più, soprattutto con i soggetti più deboli. Io non ho mai ucciso nessuno, e mi hanno buttato per strada. Ma in questi anni ho visto boss con programma di protezione definitivo che dal carcere continuavano ad ordinare omicidi.... Ma questa - chiude Mutoli - è un'altra storia che molto presto racconterò».