Legge bavaglio, i primi effetti: Wikipedia si autocensura

Alessandro Biancardi

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INTERNET. «Caro lettore, cara lettrice in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più funzionare…».

Comincia così l’avviso che campeggia in prima pagina sull’enciclopedia web più usata dagli internauti: Wikipedia, appunto, che oggi decide di autocensurarsi per protesta alla “legge bavaglio (cosiddetto disegno di legge intercettazioni).  Una delle prime reazioni, si potrebbe definire, al progetto “Norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali” che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni. L’iniziativa, che ha già ricevuto l’ok della Camera, prevede alcuni articoli che minano la libera informazione su internet. Come l’obbligo, all’articolo 29, «per tutti i siti web, giornali online, blog, di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine».

Ma c’è un problema:  a decidere se i contenuti  siano realmente lesivi e se la parte offesa abbia diritto a richiedere la rettifica, non è un giudice terzo e imparziale, ma il soggetto che si presume danneggiato. Con la conseguenza che chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente online potrà arrogarsi il diritto (indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive) di chiedere l'introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti.

Così, sempre più blog o testate potrebbero seguire l’esempio di Wikipedia e smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, per non incorrere in “problemi”. Un modo come un altro per limitare la libertà di tutti e di ostacolare la circolazione delle infomrazioni.

Misure molto dure sono previste anche per i giornali non periodici.  «L’autore dello scritto», si legge nel disegno di legge, «ritenuto offensivo dovrà non solo pubblicare su due quotidiani a tiratura nazionale le rettifiche ma dovrà farlo a proprie spese, entro 7 giorni dalla richiesta e con chiaro riferimento all’articolo “incriminante”».

Che fine farà il diritto di cronaca in tutto questo?

Viene colpito l’articolo 595 del codice penale (che prevede per la diffamazione a mezzo stampa da 6 mesi a 3 anni di detenzione o una multa non inferiore a 516 euro) e probabilmente stravolto da questo progetto di legge.

La legge bavaglio vieta la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto di conversazioni telefoniche e non, di  flussi di comunicazioni informatiche e telematiche anche se non più coperti dal segreto, almeno fino alla conclusione delle indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare.

 Di tali atti è però consentita la pubblicazione nel contenuto dopo che la persona sottoposta alle indagini o il suo difensore abbiano avuto conoscenza dell’ordinanza del giudice.

Le intercettazioni potranno essere pubblicate solo dopo l’udienza preliminare, dunque molti mesi dopo, in molti casi anni, dagli arresti o la conoscenza di una determinata inchiesta. Anch equesto un modo per limitare fortemente la libertà di conoscere ed il diritto di essere informati dei cittadini che così avranno molte più difficoltà a sapere.

Dulcis in fundo, è vietata  in ogni caso, la riesumazione e pubblicazione, anche parziale o per riassunto,«degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata ordinata la distruzione». Insomma le tracce di questi documenti non devono restare in memoria.

Anche le immagini saranno sottoposte ad un rigido controllo. Un giornalista non potrà pubblicare e diffondere ad esempio nomi ed  immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati.

Ma, per gentile concessione della legge, questo divieto (relativamente alle immagini) cade quando «per l’esercizio del diritto di cronaca, la rappresentazione dell’avvenimento non può essere separata dall’immagine del magistrato».

Intanto sono molte le iniziative che si vanno diffondendo sul web e le proteste sui social network crescono ed invitano ad una nuova mobilitazione proprio come è accaduto le altre volte che il governo ha tentato di varare quetso tipo di riforma.

m.b. 05/10/2011 12.09