Nella tana di Anonymous: «siamo solidali col pescarese ma doveva essere più scaltro»

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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Nella tana di Anonymous: «siamo solidali col pescarese ma doveva essere più scaltro»

INTERNET. Li scoviamo sul web, il loro habitat naturale e ci facciamo avanti. E’ così che conosciamo i membri di Anonymous, gruppo di hackers che da tempo manda in tilt i servizi informatici istituzionali.

Si battono per “la causa”, la libertà, i diritti, la verità, ci diranno durante l’intervista, la stessa per cui sono scesi in campo, più volte, a fianco di Wikileaks e contro Scientology.Sono loro i protagonisti di attacchi contro alcune multinazionali che stanno osteggiando in tutti i modi Assange ed i suoi, per mettere in crisi (economica) l'organizzazione che sta svelando migliaia di cablogrammi. Ce l'hanno con i media che li fanno sembrare cattivi ma i cattivi sono i potenti, fanno notare, quelli che sono contro la verità e la trasparenza.

E quando si parla con loro si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un personaggio pirandelliano; non sai mai a chi ti rivolgi: ad uno, nessuno o centomila?

Un’eco di voci si inseguono e rispondono: tutti vogliono parlare, esprimersi, dire la propria.

All’inizio per il nuovo arrivato c’è diffidenza. Osservano circospetti gli intrusi (noi) mentre ci muoviamo in chat, poi ci braccano e ci fanno domande: «chi siete? Presentatevi».

E non abbassano la guardia quando diciamo di essere giornalisti, anzi, ci incalzano con una serie di commenti duri:«i giornali ne dicono di tutti i colori su di noi, fanno di tutto per dipingere la polizia postale come paladini e noi come cattivi». E ancora, «quello che viene fatto da noi viene visto dalla gente come puro divertimento. E’ nel vostro dna pubblicare il falso, siete obbligati ad usare il pc ma lo adoperate solo per scartabellare notizie non vere. C’è chi si riempie la bocca di bugie: “abbiamo acciuffato i capi di Anonymous”, ma quali capi? Non hanno capito niente, non ci sono capi qui dentro». «La solita macchina del fango», borbotta un altro.

A poco servirebbero le parole per convincerli del contrario e per questo proviamo a fare una domanda diversa: «Ci parlate di voi?». E ci rendiamo conto di aver toccato la corda giusta.

Sono un fiume in piena gli Anonymous e hanno voglia di raccontare e soprattutto di raccontarsi. Comincia un dialogo in cui si inseriscono voci e nuovi arrivati in chat.  Uno di loro (lo chiameremo X, per non svelare il suo username e si capisce che è molto stimato), prende la parola e ci parla del “gruppo” e della sua mission.

«Anonymous non è una organizzazione, una crew, un team, non ha una struttura fissa, non ha capi», dice X, «cresce col crescere di tutti noi, persone con affinità mentali e idee in comune. Se proprio dovessimo fissare un inizio direi il 2003. Da allora è cresciuto massivamente dopo le scorribande di Lulzsec Italia».

«Spiega bene chi è Lulzsec», dice una voce fuori dal campo.

«Lulzsec è una cellula affiliata, una costola di Anonymous. Ma a differenza loro, noi siamo meno teatrali, meno ironici e meno sfrontati».

Ci dicono che col passare del tempo hanno perso un po’ di quell’ irriverenza che all’inizio li caratterizzava.

«Siamo un  po’ disincantati ora, forse un po’ più consapevoli»,ci dice X, «siamo tanti ad Anonymous. Non bisogna pensare che è un mondo di soli informatici o hacker professionisti, altrimenti non ci sarebbero chat come queste. Siamo persone di età variabile, studenti, programmatori e qualche informatico. Gente comune che lotta per una causa».

E quando la nostra domanda ricade sul giovane pescarese che è stato scovato dalla polizia per aver preso parte alle operazioni, loro fanno muro: si rimettono sugli attenti e non si sbottonano.

«Anonymous non parla. Anonymous piange i suoi fratelli ormai caduti. Non ci sono nomi, identità qui. Nessuno conosce nessuno. Siamo anonimi appunto», sghignazza uno, «il nostro logo non ha la testa», dice riferendosi al mezzo busto con il capo mozzato che li rappresenta. «Possiamo solo dire che funziona così: c’è chi collabora in pianta stabile come il “ticinese” (uno dei giovani intercettati del Canton Ticino) e chi invece come il pescarese che collabora occasionalmente».

 Ma qualcosa  in più riusciamo a strapparla. «Era un tipo sveglio, disponibile, forse un po’ inesperto il pescarese. Si è fatto beccare perché non prendeva le giuste precauzioni, le cose elementari. Il ticinese invece era uno in gamba».

E per evitare che scappino via cambiamo argomento e ci facciamo dire qualcosa in più sull’attacco hacker avvenuto nei database delle università italiane nella notte tra martedì e mercoledì scorso e che LulzSecIta, ha rivendicato con un post su Twitter.

«Bucati i database dei siti di 20 università italiane ecco user e pass», segue il link dirtto ad un file torrent che contiene i dati rubati, «grazie ai nostri amici @LulzStorm RT! #antisec, le università sono l’antipasto. Questo è solo l’inizio»

E subito qualcuno ci spiega che questa mossa avrebbe dimostrato la vulnerabilità dei servizi informatici universitari. «Sono stati saccheggiati dati degli studenti e dei professori, come codici fiscali, email, numeri di telefono, password per accedere alla rete informatica universitaria: tutti questi dati sono stati messi in diverse cartelle, scaricabili dal web, tramite Torrent».

 Restiamo ancora in rete ed osserviamo i messaggi postati uno dopo l’altro; si parla di un imminente attacco all'Agcom (Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni) e si confabula su come agire.

«Meglio un attacco fisico o informatico?», si chiede qualcuno. Non c’è accordo ma le proposte fioccano e anche sulle modalità si valutano pro e contro.

«Non fantastichiamo ragazzi, la cosa importante è  farci vedere forti, scriviamo una costituzione che approveremo noi tutti, come sempre, insieme», propone un altro. La risposta è corale: una sfilza di sì riempie la chat. E c’è chi lancia date e appuntamenti. A luglio a Riccione ci sarà Miss hacker e durante l’evento si parla di possibili attacchi a scopo di protesta.

«Ho un’idea», dice uno, «cerchiamo una testata giornalistica cui appoggiarci o creiamone una noi così troveremo altri sostenitori. Oppure troviamo affiliati esteri cui agganciarci». E di certo non mancano riferimenti ad Assange, mr Wikileaks, l’icona della libera informazione.

Sulla chat di Anonymous la vita riprende a pieno ritmo dopo la nostra incursione: un messaggio dopo l’altro, una battuta colorita, qualche idea lanciata qua e là. Una realtà caleidoscopica fatta di parole cifrate, diffidenza e obiettivi per cui combattere. E noi, li lasciamo così, a discutere e battibeccare, e ci rituffiamo nel mondo reale che, a guardarlo bene, non sembra poi così diverso da quello di Anonymous.

Marirosa Barbieri   08/07/2011 8.05