Il processo è appena iniziato ma l’avvocato imputato già chiede la cancellazione degli articoli

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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LA SENTENZA PRIMADANOI.IT SU “PC PROFESSIONALE”

PRIVACY E CRONACA. ABRUZZO. La fine delle indagini risale ad un paio di mesi fa, il rinvio a giudizio ad un mese fa, la prima udienza dibattimentale allo scorso 22 giugno.

Insomma un procedimento giudiziario nel pieno, eppure l’avvocato Gianluca Polleggioni, che deve difendersi dalle accuse di spaccio continuato, ha incaricato il suo avvocato, Nicola Spinaci di Pescara di scrivere a PrimaDaNoi.it intimando la cancellazione degli articoli che riguardano il suo cliente.

L’avvocato Spinaci non è l’unico legale che ha saputo da Pdn della sentenza discussa del giudice di Ortona che mortifica il diritto di cronaca e la usa contro di noi, in questo caso però si riescono a battere comunque alcuni record degni di nota.

Prima di lui un altro avvocato, Gianluca Di Blasio da Montesilvano, ci aveva intimato di cancellare gli articoli relativi al suo arresto con un processo ancora in corso. 

Nell'ultimo caso che riguarda invece Polleggioni si chiede di cancellare sono ben 5 articoli (record assoluto) e risalgono a gennaio 2011 (l’ultimo datato 18 gennaio), anche questo un record assoluto. Cioè si chiede di cancellare articoli che sono stati pubblicati sei mesi e10 giorni fa.

Giustamente l’avvocato pescarese che difende il collega non cita nemmeno una volta la parola “oblio” perché, per quanto sforzo uno voglia fare, dimenticarsi di fatti così recenti e ancora in corso è dura per tutti. Del resto il difensore non si produce in alcuna spiegazione giuridica o motivazione formale che preceda la sua intimazione e la solita minaccia di «tutelare le ragioni del mio cliente dinanzi le opportune sedi».

Appena tre righe per chiarire che «per effetto della grande e capillare diffusionedel mezzo utilizzato, non chè della permanenza temporale illimitata della pubblicazione, il mio assistito continua ad essere oggetto di ingiustificati segni di disistima con grave nocumento per la sua attività professionale».

Sembra di capire che il «grave nocumento» derivi dalla permanenza degli articoli sul web e non dal fatto che il loro contenuto sia errato e riporti notizie false, anzi la «la capillare diffusione del mezzo utilizzato» ha magari anche diffuso la notizia vera in ogni dove, un errore imperdonabile per questo Paese che ha saputo produrre una sentenza che tra l’altro ha avuto il merito di generare tali conseguenze aberranti alle quali è difficile tenere testa.

Sta di fatto che l'avvocato Polleggioni è stato arrestato lo scorso 12 gennaio insieme ad altre 7 persone tutte accusate di spaccio di sostanze stupefacenti. Secondo la procura di Pescara, nei tre giorni di arresti domiciliari, avrebbe tentato di inquinare le prove e per questo sarebbe stato poi trasferito in carcere. Dopo pochissimi giorni è tornato di nuovo ai domiciliari.

Il processo iniziato lo scorso 22 giugno davanti al giudice Antonella Di Carlo ha finora solo dibattuto le fasi preliminari mentre è stata accordata la richiesta di trascrizione delle intercettazioni che sono contestate dalle difese degli imputati e disposta così una perizia tecnica.

Dopo l’estate le trascrizioni saranno depositate e valutate dalle parti. Buona parte delle accuse mosse ai sette imputati sarebbero contenute proprio nelle conversazioni telefoniche suffragate poi da verifiche sul campo e da numerosi sequestri di droga. La sentenza potrebbe arrivare nel 2012.

Si attende il prossimo ingegnoso legale che si farà avanti per battere i sopracitati record magari per chiedere la cancellazione di articoli della settimana precedente...

 LA SENTENZA SU PRIMADANOI.IT SU “PC PROFESSIONALE”

 E a testimonianza del fatto che si continua a parlare della sentenza che ha colpito PrimaDaNoi.it e che rischia di travolgere tutti gli altri quotidiani on line (ma anche gli archivi di quelli cartacei) c’è l’articolo uscito su ''Pc Professionale'', rivista del gruppo Mondadori, dell’avvocato pescarese ed esperto di diritto delle nuove tecnologie, Andrea Monti. 

«Il presupposto – viziato – della decisione», scrive Monti nel suo articolo, «è che una notizia, una volta pubblicata, dopo qualche tempo perde interesse e dunque, se contiene dati personali, non deve essere più disponibile online. Questo perchè si violerebbero i principi di cui all’art.11 del codice dei dati personali che limita la durata temporale del trattamento al “periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti e trattati”. A contemperare la funzione costituzionale della stampa, continua il giudice, basterebbe conservare una copia cartacea della notizia oramai “desueta” negli archivi storici della testata».

«Gli aspetti interessanti di questa sentenza sono due», scrive l’avvocato Monti, «il primo è l’orientamento luddista espresso dal tribunale di Ortona che si traduce nella mortificazione del diritto dei cittadini ad essere informati e nella compressione della libertà di stampa. La libertà di informazione è uno dei cardini di ogni società democratica e la tutela dell’attività giornalistica serve appunto a garantire che i cittadini possano essere adeguatamente informati per esercitare consapevolmente i loro diritti di cittadinanza. Grazie all’internet e alle piattaforme di content-management (e prima ancora alle BBS e alle mailing-list nel mondo pre-web) questi diritti sono sempre più facili da esercitare. Non è un caso se il tentativo bipartisan dei governi degli ultimi quindici anni sia sempre stato quello di limitare l’uso della rete per il controllo del “potere” con le scuse più diverse. Ad aiutare la causa dei censori ci sono i teorici del “diritto all’oblio”, una distorta visione della privacy in nome della quale anche il peggiore dei delinquenti (condannati con sentenza passata in giudicato) ha diritto a far perdere le tracce di sé. Questo, con tutta evidenza», scrive ancora Monti, «è il contesto dal quale spunta fuori la sentenza del tribunale di Ortona che estende inaccettabilmente la prevalenza del diritto alla riservatezza (che solo in parte si interseca con quello al corretto trattamento dei dati personali) sul diritto della collettività all’uso di uno strumento – l’immediata disponibilità dell’archivio storico delle notizie di una testata giornalistica – di controllo democratico della collettività sull’operato del potere. E la critica non è soltanto al portato culturale, ma anche – e soprattutto – agli argomenti di diritto che se confermati giustificherebbero una massiccia attività revisionistica dei contenuti dell’informazione online».

L’avvocato pescarese poi ricorda nel suo articolo che il Codice dei dati personali (la legge sulla privacy) «è una legge “come tante”», cioè non avrebbe il potere di prevaricare norme di pari grado, e deve essere applicata nel rispetto della Costituzione.

Il secondo aspetto interessate che emerge dalla sentenza secondo Monti è il fatto che non sempre seguire il dettato dell’Autorità garante (Garante della privacy come nel nostro caso) è garanzia di per sé di rispetto della normativa.

«Questa sentenza non è né la prima né l’unica a sconfessare le posizioni del Garante dei dati personali, le cui decisioni vanno quindi “prese con le molle”», fa presente Monti.

«E’ auspicabile che, nella parte in cui condiziona l’uso della tecnologia al rispetto di un malinteso diritto alla riservatezza», si legge in fono all’articolo, «questa sentenza rimanga un caso isolato e non produca un “orientamento giurisprudenziale”. I problemi dell’informazione online non si risolvono con la censura – perché di questo si tratta – ma con il controllo sull’applicazione corretta dei principi che governano il diritto di cronaca. Se la notizia c’è ed è corretta, deve restare a disposizione concreta della collettività. Che è proprio ciò che la rete ha reso possibile».

a.b. 29/06/2011 9.37