Wikileaks: Usa e Australia i nuovi oppressori del web?

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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INTERNET. Gli Stati Uniti e l’Australia. Sono questi i due Paesi che hanno previsto leggi per controllare l’informazione su internet.

Si tratta del Protect IP Act nel primo caso e dell’ Intelligence Services Legislation Amendment Bill 2011 australiano.

Due norme che, seppur differenti dal punto di vista dei contenuti, hanno lo stesso obiettivo finale: controllare il flusso di informazioni veicolate da internet. Ma non solo; analizzando il contenuto delle due leggi emerge un ampliamento dei poteri di controllo in capo ai governi, in nome della sicurezza nazionale.

Le due iniziative parlamentari, disegno di legge negli Usa (passato in Senato ma non ancora approvato dal Congresso) e legge nel caso australiano, hanno scatenato un polverone e contrasti tra i fautori dell’assoluta libertà di espressione sul web e chi, invece, come i due governi, optano per una comunicazione più filtrata.

Ma cerchiamo di capire in che modo i provvedimenti hanno modificato le carte in gioco.

GOOGLE PROMETTE GUERRA. Si chiama Protect IP Act ed è il progetto di legge approvato dalla Commissione giustizia del Senato, ribattezzato da Wikileaks come «la legge della lista nera del web».

«Un’ iniziativa», afferma la creatura di Assange, «che se andasse in porto renderebbe l’internet americano come l’internet cinese e cioè controllato e filtrato».

Il Protect IP Act che non è la prima proposta di legge nel campo del web (lo scorso anno è stato rigettato un progetto simile,Coica), attribuirebbe al governo il potere di creare una lista di siti e motori di ricerca da bloccare perché ritenuti incostituzionali sulla base di criteri non ancora precisati. Dura la condanna di Google che non ci sta e promette battaglia legale nel caso in cui il disegno di legge dovesse trasformarsi in norma.

Un atteggiamento quello del colosso Usa dovuto alla sua pregressa esperienza col governo Cinese che gli aveva imposto di eliminare alcune delle voci sotto il nome "Tiananmen Square" dal motore di ricerca, applicando una vera censura.

Ma in quell’occasione Google aveva puntato i piedi senza piegare la testa. Risultato? L’azienda ha chiuso i battenti ed è ritornata alla base, abbandonando il mercato cinese.

«Se il Protect IP Act dovesse passare in entrambi i rami del congresso, ed essere firmata dal  Presidente degli Stati Uniti noi ci opporremmo con tutte le forze e combatteremmo con ogni mezzo», dichiara Eric Schmidt di Google durante un’intervista al The Guardian lo scorso 19 maggio.

Ma il Protect IP Act è solo una delle iniziative governative che riguardano il controllo su internet. Risale al 15 maggio scorso, infatti, la "Cybersecurity Initiative"  da parte di Obama così come durante lo scorso vertice dei G8 il presidente francese Sarkozy ha detto alle organizzazioni web «non potete considerarvi esenti dalle regole minime di regolamentazione» last week's eG8 conference.

 SPIONAGGIO IN AUSTRALIA? Anche in Australia il clima è rovente da quando è stata presentata a marzo scorso in Parlamento l’ Intelligence Services Legislation Amendment Bill 2011 senza essere stata prima discussa e perciò divenuta oggetto di un’indagine interna da parte della commissione affari legali del Senato.

La legge, oggetto di contestazione, oltre ad estendere i poteri di controllo e sorveglianza da parte dell’intelligence australiana, su tutte le attività economiche e commerciali estere che riguardino l’Australia, conferirebbe a quest’ultima la facoltà di monitorare e spiare le attività di organizzazioni e persone diffuse sul web sospette, anche se non hanno a che fare direttamente con l’Australia.

Poteri, quelli in capo al governo, che già a marzo scorso avevano subito un’espansione grazie all’emendamento alla legge sui servizi di intelligence e di intercettazione telefonica e che dopo l’Amendment Bill 2011 sono aumentati ancora di più.

Per capire la portata del mutamento che la nuova legge ha determinato basta confrontare la disciplina normativa precedente con quella prevista dal Bill.

Mentre prima del Bill ogni attività di controllo internet del governo australiano era legato a questioni prettamente di affari interni o esteri, ora il concetto è esteso ad affari di sicurezza nazionale, benessere economico. Così come mentre prima sotto il concetto di “potere estero” rientravano tutte le attività gestite e controllate da altri Paesi, con il Bill esso include persone, organizzazioni e governi fuori dall’Australia.

C’è chi vede dietro la norma «il tentativo delle istituzioni australiane di controllare la potente macchina di Wikileaks» ed è ciò che pensa Daniel Baldino del Castan Centre che ha scritto un rapporto sui poteri crescenti dell’intelligence australiana. paper

Secondo Baldino, infatti, «l’idea di varare una legge che estendesse i poteri istituzionali era già nell’aria nel 2010 quando la pubblicazione di alcuni dispacci di Wikileaks, in cui un ministro in carica in Australia era accusato di essere una talpa degli Usa, stava per incrinare le relazioni diplomatiche Usa-Australia».

Fu allora, secondo Baldino, «che l’Australia pensò ad un progetto di legge che potesse conferirle il potere di monitorare organizzazioni pericolose come Wikileaks o Anonymous che sfuggivano ad ogni tipo di controllo».

 Marirosa Barbieri  03/06/2011 9.47