Cronaca e privacy. Paissan (Garante):«le notizie non possono avere una data di scadenza»

Alessandro Biancardi

Reporter:

Redazione Pdn

Letture:

5585

Cronaca e privacy. Paissan (Garante):«le notizie non possono avere una data di scadenza»

PESCARA. «Valuteremo se l’Ordine dei Giornalisti potrà costituirsi parte civile con PrimaDaNoi.it nel ricorso per la condanna inflitta dal giudice di Ortona».

 Suona come una promessa, o per lo meno un impegno, quanto detto dal presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta, ieri pomeriggio nel corso di una conferenza, tenutasi alla Feltrinelli, dal titolo “Giornalisti e cittadini, tra diritto di cronaca e diritto alla privacy”. Presenti come relatori Mauro Paissan, componente del Garante per la protezione dei dati personali, Sandro Di Minco, docente di diritto dell’informatica nell’Unione Europea e Fabrizio Masciangioli, consigliere nazionale della Federazione della Stampa italiana.

Un argomento quello dell’equilibrio tra diritto di cronaca e privacy che ha acquistato maggiore importanza e diversi connotati vista l’evoluzione dei media. Ma la differenza la fa soprattutto la facilità d’accesso alle informazioni personali offerta da internet e dai motori di ricerca.

Nel continuo cambiamento dei mezzi di comunicazione, il compito del giornalista resta sempre quello di trovare il punto di equilibrio tra il diritto di cronaca e il diritto alla riservatezza.

Non sempre però questo si realizza. Diversi i casi proposti dai relatori in cui il «giornalista fa del male» pubblicando dati personali del cittadino oggetto della notizia fino ad arrivare a svelare il numero civico dell’abitazione. Particolari che nulla hanno a che fare con il diritto di cronaca e poco o nulla aggiungono alla notizia se non un' evidente morbosità.

Alla base ci sarebbe una sostanziale «ignoranza della deontologia professionale», ha rilevato il presidente dell’Ordine, «che provoca disastri».

Dov’è l’esatto confine tra diritto di cronaca e privacy? Fin dove si può spingere il giornalista nel pubblicare una notizia?

 FOCUS SULLA SENTENZA DI PRIMADANOI.IT

Un dibattito che ha contemplato diversi casi, alcuni dei quali legati ai social network, ma che ha posto l’accento su una sentenza che potrebbe cambiare radicalmente la vita di molti giornali. Il tribunale di Ortona, a marzo scorso, ha condannato questo quotidiano alla rimozione di un articolo e al pagamento di una multa di 5 mila euro da parte di un giudice del Tribunale di Ortona per «violazione della privacy nonostante l’articolo fosse corretto». Il giudice Rita Carosella del Tribunale di Ortona ha condannato PrimaDaNoi.it perchè ha mantenuto on line (nel proprio archivio, nel quale ci sono al momento oltre 70 mila pezzi) un articolo inerente due persone arrestate la cui posizione è stata poi archiviata così come riportavano anche i vari aggiornamenti dell’articolo originario.

Nell’articolo era presente l'intero iter della vicenda giudiziaria tant'è che su richiesta degli interessati c'era stata la notizia del ricorso in appello e un aggiornamento per la definitiva uscita di scena e l'archiviazione delle due persone.

Sul caso si era espresso già il Garante della privacy dicendo che «l'articolo può restare on line» perchè «il trattamento dei dati personali è stato effettuato nel rispetto della disciplina di settore per finalità giornalistiche».

Secondo la sentenza del tribunale, l’articolo sarebbe rimasto per ben 5 anni nella prima pagina del quotidiano on line mentre il giudice ha stabilito che «dopo 6 mesi la notizia ha esaurito il suo interesse pubblico». «Non voglio polemizzare con la giudice, ma la decisione è dovuta alla mancata conoscenza dello strumento informatico», ha sostenuto Paissan, «una notizia va nell’archivio, non rimane in prima pagina. E poi come fa una notizia ad avere una data di scadenza? Come la mettiamo con i grandi giornali nazionali che ora stanno mettendo on line gli archivi di centinaia di anni fa?».

 UGUALI MA DIVERSE: STESSA NOTIZIA PRESENTE ALTROVE

«Infatti la notizia che PrimaDaNoi.it ha dovuto rimuovere (dai motori di ricerca e dal proprio archivio), pagando la multa, è presente sull’archivio on line del giornale più diffuso in Abruzzo a livello cartaceo», ha affermato Di Minco. Il docente fa riferimento ai 7 articoli che raccontano la vicenda presenti nel database de Il Centro.

 «La sentenza è in contraddizione con la natura del web», ha affermato Masciangioli, «la notizia infatti viene fuori da altri nodi della rete». «La differenza tra giornale cartaceo, le cui copie si conservano nelle biblioteche, e gli archivi on line è antigiuridica», ha spiegato Di Minco, «visto che i due mezzi di comunicazione sono equiparabili».

«Il caso di PrimaDaNoi.it mi ricorda il caso ultimo di Pisapia», ha affermato Paissan, «in base al principio della sentenza in esame non si dovrebbe nemmeno parlare della vicenda e poi dell’assoluzione del neo sindaco di Milano».

 «L’ORDINE CHE FA?»

Dal pubblico sono arrivate alcune domande sulla tutela che l’Ordine offre in casi come quelli di PrimaDaNoi.it. «L’Ordine ha avuto una presa di posizione netta sulla sentenza e ha sollecitato il consiglio nazionale ad analizzare il caso ma non abbiamo altri poteri», ha detto Stefano Pallotta, «abbiamo fatto quadrato intorno al collega e questo in un certo senso l’ha tutelato».

«Sono disponibile anche ad incatenarmi davanti al tribunale di Ortona, ma non credo serva», ha aggiunto il presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo.

Dunque, dietro consiglio di Paissan e Di Minco, l’ordine valuterà se costituirsi parte civile con PrimaDaNoi.it nel ricorso in Cassazione.

 EQUILIBRISTI

Non è mancata la carrellata di episodi legati al diritto all’oblio, alla prevalenza della privacy sul diritto di cronaca, alla pubblicazione delle intercettazioni (e a una loro futura regolamentazione), fino ad arrivare agli eccessi di informazione (definiti anche «pornografia del dolore») come nei casi dell’omicidio Scazzi e di Carmela Rea. Ma anche il caso di Umberto Bossi ai tempi candidato al parlamento europeo ma non in condizioni ottimali di salute. Lì il punto di equilibrio si giocava tra il diritto degli elettori a essere informati sulla reale possibilità del proprio candidato di rispettare il proprio mandato e il diritto alla privacy di Bossi sulla propria condizione di salute.

Un contemperamento difficile da trovare ogni giorno e che spesso e volentieri non viene nemmeno cercato dal cronista che dà informazioni non necessarie ma che ledono la riservatezza altrui e possono creare danni irreparabili.

A fare da contraltare l’enorme potenza della informazione (quella vera) che è linfa vitale della democrazia.

Inevitabilmente meno informazione significherebbe meno democrazia.

 Manuela Rosa   31/05/2011 6.44