Bin Laden: da carnefice a vittima? Le verità dalle carte Wikileaks

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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INTERNET. La morte di Bin Laden è avvolta dal mistero. Sono molte le nubi che si addensano attorno all’uccisione, per mano americana, del numero uno di AlQaeda. A complicare un quadro già fosco si aggiungono contraddizioni, dichiarazioni poi smentite e come sempre i files pubblicati da Wikileaks.

«Le modalità delle operazioni, le tecniche utilizzate e la dinamica del blitz resteranno segrete per questioni di sicurezza», aveva affermato Jay Carney,  portavoce della Casa Bianca durante la conferenza stampa del 4 maggio scorso.

Ma le domande cui dare una risposta sono ancora tante. Come si spiega per esempio che gli Stati Uniti pur sapendo dal 2008 dove fosse il terrorista sono intervenuti solo oggi? Perché sono state date due differenti versioni dalla Casa Bianca su cosa è accaduto durante il blitz? Se Osama era disarmato e quindi inoffensivo, come mai i soldati hanno fatto fuoco uccidendolo?  Questi e tanti altri dubbi (come i nomi in codice dell’operazione segreta Jackpot e Geronimo che la direbbero lunga sull’operazione) aleggiano attorno alla morte del terrorista più ricercato al mondo.

Le prime perplessità sulla morte di Bin Laden ruotano attorno alla Casa Bianca. Sono le sue numerose contraddizioni, dichiarazioni e smentite a non convincere. Sin da subito, il governo Usa ha dichiarato che Osama Bin Laden era morto in un conflitto a fuoco cui aveva preso parte contro i soldati che avevano fatto irruzione nell’edificio dove si nascondeva. E’ lo stesso Presidente Barack Obama ad annunciarlo «dopo un conflitto armato, i nostri uomini hanno ucciso Bin Laden ed ora custodiscono i suoi resti».

 

La moglie aggredisce i soldati


Versione, questa, successivamente corretta:«Bin Laden era disarmato ma ha opposto resistenza». Dal primo comunicato stampa veniva fuori che il terrorista aveva usato una delle sue mogli, la più giovane, Amal Al Sadah, come scudo umano e che questa era stata uccisa. Poi, la Casa Bianca ha ritrattato tutto «la donna si è avventata contro i militari ed è stata ferita alla gamba», emerge dal successivo resoconto. Così come si è rivelata un falso la notizia secondo cui il figlio di Osama, Hamzi era stato ucciso. In realtà si trattava del figlio Khalid. Il direttore della CIA, Leon Panetta, aveva dichiarato che dalle confessioni dei detenuti di Guantanamo erano emerse preziose informazioni su Bin Laden. La stessa CIA oggi nega l’importanza delle testimonianze di Guantanamo come strumenti chiave per risalire a Bin Laden.

Ma perché queste versioni discordanti? Si tratta di leggerezze commesse dalla Casa Bianca nel trattare e divulgare informazioni così delicate o c’è altro?

Che Bin Laden si trovasse in Pakistan e fosse nel mirino della CIA dal 2008, non è più un mistero grazie ai files di Wikileaks.I documenti rilasciati proverebbero che proprio per merito delle testimonianze di un detenuto di Guantanamo, affiliato di AlQaeda, la Casa Bianca sapesse dove si nascondeva il terrorista.

  

E’ sotto i vostri nasi


Si tratterebbe del prigioniero Abu Al-Libi che, secondo le carte, muoveva i fili di numerose operazioni, al servizio di Osama Bin Laden e di Ayman al-Zawahiri. Tra i compiti affidatigli, l’addestramento degli affiliati di Alqaeda e la direzione di alcuni programmi terroristici.

Il fatto che il detenuto fosse in stretto contatto con Bin Laden e quindi uno strumento importante  per localizzare il capo di AlQaeda si evince proprio dal cablogramma. 

 «A luglio 2003 il detenuto afferma di aver ricevuto una lettera da un corriere di Osama Bin Laden Maulawi Abd al-Khaliq Jan che gli chiedeva di diventare il messaggero ufficiale tra Osama ed altri importanti gruppi in Pakistan. Il detenuto così decise di trasferirsi con la sua famigli proprio ad Abbottabad e  di lavorare tra Abbottabad e Peshawar».

 Se l’uomo che lavorava per Bin Laden aveva scelto di vivere ad Abottabad, perché la CIA non ha setacciato ogni angolo di quella città sin da subito? Per quale motive ha atteso tre anni per scovare Osama? All’inizio del suo mandato presidenziale Obama era stato chiaro«non appena mi sarò insediato darò disposizioni al capo della CIA Leon Panetta di catturare Bin Laden. Questa è la nostra priorità nella guerra contro AlQaeda».

E sembrerebbe che gli Stati Uniti non fossero gli unici a conoscenza della localizzazione di Bin Laden. A svelare altri particolari altarini sarebbe un altro cablogramma rilasciato da Wikileaks e pubblicato da El Pais:

«La comunità internazionale sembra sospettare la non volontà dei servizi segreti pakistani ISI di collaborare per la cattura di Bin Laden», si legge nel documento,«tutti gli elementi fanno pensare che il terrorista saudita ed Al-Zawahiri si nascondono davanti ai loro nasi nella regione tribale del nord Waziristan, al confine tra l’ Afghanistan ed il Pakistan, un territorio montuoso di 11,585 metri quadrati». 

 Ma chi sarebbero i Paesi a conoscenza di queste informazioni? Il documento cita L’Arabia Saudita, il Pakistan e l’Afghanistan.

 

Arabia Saudita, Pakistan e Afghanistan sapevano?


Versione diversa quella fornita da Obama che, nell’annunciare l’uccisione di Bin Laden, aveva parlato così: «Lo scorso agosto, dopo anni di intense lavoro da parte dei servizi segreti americani,sono stato messo al corrente su una possibile nascondiglio di Bin Laden. Eravamo molto distanti dalla certezza e perciò abbiamo impiegato mesi  per verificare tutto.  Finchè la scorsa settimana ho deciso di dare l’ok all’azione per consegnare Bin Laden alla giustizia».

Ma che ruolo hanno avuto le autorità pakistane il cui territorio era diventato la dimora del leader di AlQaeda? Dai cablogrammi rilasciati da Wikileaks emergono dubbi e contraddizioni. Gli incontri tra le autorità pachistane e gli USA mostrano le perplessità di Washington sul fatto che il Pakistan non fosse in contatto con il terrorista.

Il 19 febbario 2009 l’ambasciatrice Usa, Anne Patterson, in occasione di una visita del capo delle forze armate pachistane Kayani a Washington, scriveva «l’unico forte messaggio che  Kayani  dovrebbe ascoltare è che deve smettere di aiutare AlQaeda».

La risposta del capo delle forze armate non tarda a farsi sentire «stiamo facendo il possibile per localizzare Bin Laden ed Al-Zawahiri». Ma i sospetti sulle autorità pachistane risalgono a due anni prima.

Secondo un dispaccio datato al 10 aprile 2007 durante un incontro tra il senatore John McCain e l’allora presidente del pakistan Musharraf, quest’ultimo disse di sapere dove Bin Laden ed Al-Zawahiri si nascondevano: lungo il confine con l’Afghanistan, presumibilmente nella provincia di Kunar. Musharraf aggiunse che il paesaggio sullo sfondo dei video in cui apparivano Bin Laden  ed Al-Zawahiri gli ricordava  Bajaur un‘area ricca di  grandi montagne. Ma solo un anno dopo il primo ministro pakistano Yousuf Raza Gilani, contraddice quanto affermato dal presidente Musharraf. Risale al 17 aprile 2008 il documento di Wikileaks in cui Gilani avrebbe dichiarato «l’intelligence non ne ha idea ma Bin Laden  non è in Pakistan». 

Una linea politica quella del Pakistan portata avanti sino ad oggi. Le autorità si dichiarano estranee ai fatti. Ma è possibile che  il terrorista numero uno di AlQaeda vivesse  in una struttura dove non c’era alcun bunker se non si fosse sentito totalmente al sicuro e protetto dalle autorità del posto?

  

Se disarmato come poteva opporre resistenza?


«Bin Laden non era armato nel momento in cui è stato ucciso dalle forze speciali Usa»,con queste parole, il  portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, rettifica la prima versione che invece vedeva il terrorista protagonista di uno scontro a fuoco. «Ma ha opposto resistenza», aggiunge Carney

 In questa frase, risiederebbe il giallo sull’uccisione di Osama. Se Bin Laden non era armato in che modo può aver opposto resistenza tanto da rendere necessaria la sua uccisione? Perché non è stato semplicemente catturato ed imprigionato in attesa di un processo, proprio come avvenne per Saddam Houssein?

Amnesty International vuole vederci chiaro e sta cercando di capire cosa sia realmente successo in quei 38 minuti fatali quando gli uomini di Obama hanno ucciso l’uomo di AlQaeda. Le parole di Carney, infatti, forniscono un motivo in più per indagare. A parte le dichiarazioni della figlia dodicenne di Osama che avrebbe sin da subito dichiarato che il padre era stato catturato vivo e poi ucciso davanti ai familiari, ci sarebbe un altro dettaglio che porterebbe a credere che Bin Laden era stato catturato e solo in un secondo momento fucilato.

Si tratta dei nomi in codice usati per indicare l’operazione. “Jackpot”  sarebbe il termine impiegato dalla CIA per indicare Bin Laden. “Geronimo” invece la parola usata per dire che Bin Laden era stato catturato e “Geronimo-E KIA” significherebbe Bin Laden è stato ucciso. La notte del blitz, la Navy SEAL ha inviato un primo messaggio alla Casa Bianca. Il testo era «Geronimo (ovvero Bin laden ndc) è stato catturato». Dopo poco fu inviata una seconda comunicazione ma stavolta si legge «Geronimo-E KIA» ovvero «Bin Laden è stato ucciso».

 

La scarpa in mare come prova


Continuano ad impazzare sul web foto, immagini e notizie su Bin Laden. Da martedì circola sulla rete una foto falsa del cadavere. Si tratta di un'immagine a raggi infrarossi rilanciata nell'edizione inglese di Twitter dagli hacker di Anonymous. Il presunto leader di Al Qaeda giace a terra con una ferita sopra l'occhio destro. Il corpo sembra sorretto da un soldato Usa. Immediata la smentita dei bloggers «si trattatava di un fotomontaggio», hanno detto. Un tweet, invece, annuncia «la prova che il corpo di Osama è in mare è questa scarpa galleggiante» e mostra la foto di un sandalo in acqua.

 Immediate le raccomandazioni dell’FBI che allerta gli utenti della rete «le mail che contengono come oggetto Bin Laden potrebbero contenere virus in grado di rubare dati personali o infettere il computer».

Come l’11 settembre anche la cattura e l’uccisione di Bin Laden si trascina dietro molte domande ancora senza risposta

Marirosa Barbieri   07/05/2011 8.48