Gli oppressori del Web: come controllano, censurano e aggrediscono le voci "scomode"

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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INTERNET. La dittatura è passata sul web. Grazie ai nuovi strumenti di comunicazione: social network, blog, giornali online le grandi dittature hanno capito che era il momento di stare al passo coi tempi.

Se l’attacco viene dalla rete, la risposta non può che essere sulla rete. Così i governi oppressivi di Cina, Iran, Cuba, Russia pensano a come censurare le notizie scomode che circolano sul web, combattendo una vera e propria cyberwar. C’è chi si fa furbo e contrattacca con le stesse armi, è il caso della Cina o dell’Iran che mettono in campo veri e propri attacchi software. E c’è chi usa metodi tradizionali come la Russia o la Siria che preferiscono  la detenzione o l’aggressione contro i dissidenti.

Alla luce delle rivolte in Nord Africa, i regimi sanno bene che internet è il luogo di incontro, di protesta, di iniziative.

Una minaccia, dal web, con cui i governi oppressivi di mezzo mondo devono fare i conti. Oggi le dittature sono consapevoli  che attraverso la rete la notizia fa più clamore e raggiunge tutto il mondo alla velocità della luce.

 ''Web oppressors'': così  la Committee to protect journalists definisce i governi oppressivi che bloccano, attaccano e censurano la comunicazione via web. Gli strumenti sono diversi ma tutti efficaci. Si spazia dal cosiddetto web blocking (blocco del web) particolarmente usato dalle autorità iraniane, agli attacchi malware.  L’Iran  utilizza speciali providers per impedire agli utenti online  di accedere a contenuti particolari e dati sensibili. Ma che cosa succede se qualcuno non si attiene a queste regole?

Ad Ottobre 2011 il blogger Hossein Ronaghi Maleki fu condannato ad una pena di 15 anni di carcere per aver sviluppato  un software che sfuggiva ai meccanismi di controllo ed era utilizzato da numerosi bloggers.

Non a caso la Committee to protect journalists  ha annoverato l’Iran e la Cina tra le potenze che vantano i trattamenti peggiori verso la libertà di stampa mettendoli  al top della classifica dei grandi nemici della stampa  2010.

Simile, infatti, la tecnica messa in campo dal governo cinese che sferra attacchi malware ai pc dei giornalisti. Il meccanismo  è questo: vengono inviate delle e- mails all’account personale dei giornalisti. Una volta che l’utente apre la mail, automaticamente viene installato sul suo pc un software che spia e ruba documenti confidenziali, comunicazioni private, indagini top secret.

Centinaia i giornalisti rimasti vittime di questi cyber attacks conosciuti come spear-phishing. «Il numero degli attacchi è aumentato considerevolmente in Cina», spiega la Committee, «nel periodo in cui Liu Xiaobo è stato proclamato premio Nobel per la pace e si voleva evitare di porre l’attenzione sul caso di XIaobo, condannato ed imprigionato per le sue idee liberali».

Metalab Asia e Secdev, due aziende informatiche fanno sapere che i bersagli privilegiati degli attacchi sono sempre gli stessi: dissidenti politici, ONG e reporters.

In  Belarus si parla di precision censorship ovvero censura di circostanza. E’ il metodo utilizzato dal governo per bloccare i contenuti scomodi  in circostanze specifiche come durante i periodi elettorali per eliminare propaganda scomoda e di opposizione. Non a caso in Belarus  il sito di  Charter 97  fu messo fuori uso proprio il giorno delle elezioni. Dopo aver subito un attacco, gli utenti di Charter97 che tentavano di accedere al sito, venivano reindirizzati al portale di un partito sconosciuto. Ma quelli non furono gli unici danni che il sito subì: tempo dopo, infatti, i responsabili, editors e collaboratori furono minacciati, aggrediti ed arrestati, fino alla morte avvenuta in circostanze misteriose del fondatore di Charter 97  Aleh Byabenin nel settembre 2010.

Aria diversa si respira  a Cuba dove le misure di censura sembrano essere inutili, visto che il governo  ha ristretto a pochi utenti l’accesso ad Internet. Risultato? La maggior parte della popolazione non gode della banda larga e, se vuole navigare sul web, deve farlo esclusivamente da internet point dai quali è possibile risalire all’identità dell’utente. Tutto ciò genera un mercato nero e sembra che l’annuncio del governo cubano di dare inizio ad  una connessione con un cavo in fibra ottica in collaborazione con il Venezuela, non abbia ancora avuto seguito.

Il controllo delle infrastrutture può essere uno strumento efficace di censura. E questo l’Etiopia lo sa bene visto che una compagnia di telecomunicazioni di proprietà dello Stato detiene il monopolio dell’accesso internet e delle linee telefoniche del Paese.

Nonostante l’accordo con France Telecom nel 2010, sembra che il governo etiope abbia qualche riserva nel rinunciare alla direzione di Ethio Telecom .Ma i tentacoli delle autorità non si estendono solo sul traffico telefonico ed internet ma  anche sui servizi satellitari così da impedire ai cittadini di ricevere notizie da emittenti straniere. Duri controlli e tagli ai cosiddetti exile-run news sites , siti internet attraverso cui i  giornalisti cacciati dai loro Paesi possono continuare a mantenere contatti con la loro terra di origine, denunciando al mondo, anche se da lontano, i fatti  e le notizie locali. E’ il caso di Irrawaddy,  l’agenzia stampa indiana  Mizzima, e la norvegese  Democratic Voice of Burma che hanno sperimentato attacchi ai loro portali subendo forti rallentamenti .

In Tunisia, Egitto e Siria il web ha giocato un ruolo chiave nelle rivolte che hanno infiammatoi il Nord Africa. I governi non sono rimasti fermi a  guardare ma hanno messo in campo una serie di misure volte a contenere le proteste.

Facebook e Twitter i canali privilegiati dai manifestanti che  organizzavano appelli, iniziative, dimostrazioni.

Sin dall’inizio delle turbolenze il governo Ben Alì, in Tunisia, ha dato vita ad una cyber war creando software che rubassero passwords ed usernames di blogger e giornalisti opposti al regime. Una volta in possesso dei codici di accesso, le autorià di governo erano in grado di accedere e cancellare i files scomodi caricati di volta in volta dai dissidenti. Stessa strategia quella messa in campo dall’Egitto dove Mubarak stabilì il blocco all’accesso internet oscurando numerosi siti di opposizione.

Ma c’è chi preferisce ancora la detenzione in luogo della censura. Ed è il caso della Siria che rimane una delle realtà più pericolose per bloggers e giornalisti secondo  le stime della Committee for protection of journalists.

Il Paese detiene anche il primato, insieme all’Iran, del maggior numero di detenuti a lungo termine. Come dimostra l’arresto della blogger Tal al-Mallohi, condannata a 5 anni di carcere nel 2009 a soli 19 anni.

“Il pugno duro” resta il segno distintivo della Russia. Il gigante sovietico preferisce la violenza fisica contro i dissidenti giornalisti e blogger come nel caso di Oleg Kshin, giornalista pestato a sangue nel Novembre 2010 dopo aver denunciato  fatti contro il governo.

Nessun arresto ci fu in seguito all’ aggressione di  Kashin  che va ad aggiungersi  ad altre vittime del web come Mikhail Afanasyev, direttore di un magazine online  in Siberia aggredito nel 2009 e l’editore web Magomed Yevloyev, ucciso nel 2008.

Marirosa Barbieri  05/05/2011 11.01