Il venerdì nero di Aruba: adesso si pensa ad una Class Action

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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AREZZO. E’ stato ribattezzato il giorno del blackout di Aruba.

Venerdì 29 aprile quando, il più popolare fornitore di domini e spazi hosting in Italia, Aruba appunto, ha interrotto il servizio a causa di un incidente nella sua sede principale di Arezzo.

Un milione e mezzo i siti che ne hanno risentito. Ma che cosa è successo?

Sembra che a generare l’incidente che ha messo in ginocchio numerosi utenti web (dai giornali online ad attività e-commerce, siti aziendali e blog personali) che si appoggiano al provider toscano sia stato un incendio divampato nei locali della sede di Arezzo, in via Ramelli 8. Secondo un comunicato diffuso da Aruba «alle 04:30, un corto circuito avvenuto all’interno degli armadi batterie a servizio dei sistemi UPS della Server Farm di Aruba ha causato un principio di incendio: è immediatamente entrato in funzione il sistema di rilevamento incendi che in sequenza spegne il condizionamento e attiva il sistema di estinzione. Poiché il fumo sprigionato dalla combustione della plastica delle batterie ha invaso completamente i locali della struttura, il sistema ha interpretato la persistenza di fumo come una prosecuzione dell’incendio e ha tolto automaticamente l’energia elettrica interrompendo il servizio offerto ai siti che si appoggiano ad Aruba, rendendoli così offline».

Dopo le prime dure reazioni da parte del web ed in particolare dei proprietari dei siti, il tenore dei commenti è cambiato. Gli internauti, infatti, hanno twittato numerosi post ironici e divertenti sull’accaduto per sminuire gli allarmismi. Ma c’è chi promette guerra come Codacons ed Adoc che hanno annunciato una battaglia legale.

SCOPERTO IL MISTERO: LA SALA 3 ERA QUELLA PER FUMATORI

Come ha reagito il web all’incidente? Chi si aspettava una reazione feroce degli internauti si è sbagliato (o almeno in parte). A parte gli animi furiosi di clienti e proprietari dei siti web riforniti dal provider, sui social network si respirava un’aria diversa.

Foto e video impazzavano su internet come quello caricato da emessage.it che raffigura Gerry Scotti durante una puntata fittizia de Il milionario, mentre chiede ad un concorrente «qual è il miglior provider italiano?», ed alla risposta «Aruba», il conduttore replica «L’accendiamo?», in un gioco di doppi sensi. Simpatici ed ironici anche alcuni tweet come questo che dice «scoperto il mistero: la sala 3 era la sala fumatori», oppure «oggi i vigili del fuoco vanno aruba».

Meno spiritose le battute su Facebook ma più orientate ad imprecazioni e lamentele. Sono soprattutto proprietari dei siti ad animare il social network scusandosi per i disagi con i clienti e mostrando anche preoccupazione. «A causa del down dei server Aruba, mail e sito sono mal funzionanti. Per le liste mandateci un messaggio su Facebook», scrive un’azienda. Ed un’altra le fa eco ‹‹a causa di problemi col server Aruba come molti siti non siamo raggiungibili, torneremo al più presto››. E c’è chi si lascia andare a qualche parola di troppo. Non mancano di certo le opinioni di quanti sostengono che l’incendio è stato addirittura un escamotage masso in atto dalla stessa azienda per aumentare seguaci sulla sua pagina Twitter (che venerdì ha aperto il proprio account e in poche ore ha raggiunto 6000 ''followers'') e Facebook .

IL TRIBUNALE CI ASPETTA

Adoc (Associazione per la difesa e per l’orientamento dei consumatori) e Codacons (Coordinamento delle Associazioni per la Difesa dell'Ambiente e dei Diritti degli Utenti e dei Consumatori) promettono battaglia contro Aruba. Le due associazioni vogliono intentare un’azione legale per risarcimento danni collettivo contro l’azienda, a causa dell’interruzione del servizio.

«I server Aruba gestiscono una grande parte del traffico web italiano e migliaia sono i consumatori e gli operatori economici che dal loro blocco stanno subendo un danno economico notevole», affermava Carlo Pileri presidente di Adoc subito dopo l’incidente ed aggiungeva «consigliamo pertanto agli utenti interessati di inviare la documentazione, con annessa quantificazione, del danno subito alla società Aruba e all’Adoc per conoscenza».

A rincarare la dose ci pensa Carlo Rienzi, presidente di Codacons «migliaia di cittadini e di aziende sono impossibilitati a leggere ed utilizzare la posta elettronica, e numerosi sono i siti internet andati in tilt», e spiega: «si tratta di un danno economico enorme, soprattutto per chi lavora con la posta elettronica e per chi gestisce la propria attività attraverso il web. Un danno al momento difficile da quantificare, poiché non sono ancora noti i tempi di ripristino del servizio». E lo stesso presidente specifica che l’azione legale che intende avviare è finalizzata ad ottenere risarcimenti per i danni subiti dagli utenti, proporzionati al tempo di sospensione del servizio e alle conseguenza economiche subite.

Sarà facile dimostrare le responsabilità (sempre che ci siano) di Aruba? E soprattutto ci sono gli estremi perché si possa ricorrere ad un’azione legale?

Ciò che sappiamo con certezza è l’esistenza di un contratto che lega l’azienda con i suoi host per la fornitura dei servizi. E che c’è una clausola specifica del contratto che esenta Aruba da ogni responsabilità di disservizio o malfunzionamento in casi specifici.

«I servizi (ivi compresi quelli aggiuntivi) saranno di norma disponibili 24 (ventiquattro) ore su 24 (ventiquattro)», recita la clausola «tuttavia, il cliente prende atto ed accetta che Aruba potrà sospendere e/o interrompere la loro fornitura per consentire l’esecuzione di interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria che si rendano opportuni e/o necessari sia ai locali della Server Farm, che ai server e/o apparecchiature ivi contenute. In tali casi, Aruba si impegna ad eseguire i predetti interventi nel minor tempo possibile ed a ripristinare i servizi quanto prima al fine di ridurre il disagio creato al cliente».

«Il cliente prende atto ed accetta che non potrà avanzare alcuna richiesta di indennizzo, rimborso o risarcimento nei confronti di Aruba per il periodo di tempo in cui non ha potuto usufruire dei servizi».

Allora non resta che chiedersi: l’incidente di Aruba del 29 aprile potrebbe rientrare in uno dei casi previsti dalla clausola contrattuale? La parola agli avvocati.

Marirosa Barbieri 02/05/2011 9.43