Wikileaks ed il caso Bradley Manning: la sentenza arriva prima del processo

Alessandro Biancardi

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USA. «Bradley Manning è colpevole»: con queste parole il presidente Usa Barack Obama si pronuncia sul caso Manning: militare ed informatico statunitense accusato di aver rilasciato decine di migliaia di documenti riservati a Wikileaks mentre svolgeva il suo incarico di analista informatico in Iraq.

Non ci sarebbe nulla di strano nelle parole di Obama se non fosse per il fatto che Bradley Manning non è stato ancora processato, che su di lui pendono sospetti e non prove, e che le dichiarazioni del presidente «hanno condizionato irrimediabilmente», dicono i maggiori analisti statunitensi, l’esito del processo fissato il prossimo maggio. Manning infatti sarà giudicato da militari, in una corte militare, i cui membri si attengono alle indicazioni del comandante delle forze armate che, negli Usa, è proprio il presidente.

Ma quale giudice emanerà un verdetto di innocenza nei confronti dell’imputato dopo che Obama lo ha pubblicamente dichiarato colpevole? Quale tribunale disattenderà la linea del presidente? Una preoccupazione, questa, condivisa dalla comunità internazionale.

«Il rischio che il processo si riduca ad una farsa dall’esito già prestabilito c’è», afferma Kevin Zeese, avvocato, membro del Bradely Manning support network ed organizzatore di numerosi eventi a favore del prigioniero. 

Ed è lo stesso avvocato a chiedersi se la più alta carica dello Stato negli Stati Uniti possa dichiarare la colpevolezza di un suo cittadino senza che ci sia stato un giusto processo.

CHI È BRADLEY MANNING

Un uomo come tanti, con un debole per l’informatica e per l’esercito. Questo è Bradley Manning, il giovane ventitreenne detenuto in isolamento dal luglio 2010 nel carcere militare di Quantico, Virginia.

La sua colpa? Aver rivelato a Wikileaks una serie di documenti che gettavano fango sulle operazioni militari Usa in Iraq dove, nell'ottobre 2009, venne mandato in servizio come analista informatico con la 10th Mountain Division.

A scatenare le preoccupazioni dell’amministrazione Usa sarebbero state le confessioni dell' hacker Adrian Lamo quando, nel maggio 2010, parlò di una conversazione via chat, in cui Manning gli avrebbe confidato di aver passato a Julian Assange, una serie di documenti confidenziali tra cui il video Collateral Murder (in cui due Apache americani attaccavano uccidendo 12 civili disarmati). Immediato il suo arresto e la detenzione in Kuwait per due mesi. Poco dopo, ad attenderlo, la prigione militare di Quantico, in Virginia, dove tuttora si trova.

UN CASO SENZA PRECEDENTI

«La vicenda Manning viola apertamente il diritto di ogni cittadino al giusto processo ed il patto Onu sui diritti politici e civili». E’ quanto afferma Kevin Zeese che aggiunge: «ciò evidenzia ancora di più le forti ingerenze del presidente degli Stati Uniti nell’apparato di giustizia militare».

«Un caso senza precedenti» lo definisce l’avvocato, «non tanto per il fatto che la detenzione forzata prima del processo va contro il principio del ''due process of law'' (diritto al giusto processo), neanche per le torture cui è stato sottoposto il prigioniero visto che Guantanamo offre un precedente significativo.

Ciò che rende la vicenda singolare sono le dichiarazioni di Obama che, intervistato durante un evento di raccolta fondi, il 21 aprile, afferma: «è colpevole. Ha infranto la legge».

 «Parole che non passano inosservate soprattutto alla luce del fatto che negli Usa, il presidente è a capo delle forze militari e può condizionarne la linea politica», continua Zeese che solleva dubbi su come i membri della giuria, gli stessi che rispondono al presidente Usa, possano emanare una sentenza oggettiva ed incondizionata.

L’articolo 37 del codice di giustizia militare parla chiaro: «qualsiasi influenza o condizionamento dal capo delle forze armate sulla corte è illegale». «Un vero e proprio carcinoma del sistema di giustizia militare», lo definiscono i giuristi. E la sentenza di colpevolezza da parte di Obama sembrerebbe rientrare proprio nella fattispecie in questione, secondo un cablogramma pubblicato da Wikileaks. I problemi che i giudici durante la sentenza Manning si troveranno ad affrontare sono tre.

Per prima cosa la giuria dovrà dimostrare che i fatti su cui si basa la dichiarazione di Obama non sono attendibili, che quei fatti non si possono definire condizionamenti illegali da parte del presidente ed infine che le affermazioni di Obama non andranno minimamente ad incidere sull’esito del processo.

Al timore di una sentenza condizionata si somma infine l’idea che per la corte marziale sarebbe più semplice se Manning fosse condannato e dichiarato colpevole.

LA SMENTITA DI OBAMA MA IL VIDEO RESTA

«In tal caso, infatti, non dovrebbero giustificare oltremodo i trattamenti disumani cui l’imputato è stato sottoposto», afferma l’avvocato Zeese, «mentre, se ritenuto innocente, la situazione si complicherebbe: non solo i militari avrebbero torturato un uomo violando i diritti umani ma per giunta un uomo innocente». Immediato il tentativo della Casa Bianca di correre ai ripari dopo le dichiarazioni del presidente. Secondo quanto riportato dal giornale Politico «il portavoce della Casa Bianca Tommy Vietor ha precisato che il discorso di Obama era generico e non rivolto a Manning».

Versione che alleggerirebbe molto la posizione del presidente sminuendo gli effetti delle sue parole. Ma allora perché, nel video che riprende il presidente durante l’intervista, alla domanda diretta su Manning Obama risponde espressamente «He broke the law» (Lui ha infranto la legge)?

A chi si riferisce se non al soggetto della domanda che gli viene rivolta?

 LE REAZIONI

«Manning è un eroe» così lo definiscono Julian Assange e Daniel Ellsberg.

Non meno forti le parole che Kevin Zeese del Bradley Manning Support Network usa per descrivere il suo coraggio: «Bradley era un portavoce della verità. In tempi in cui la verità è qualcosa di pericoloso che si paga a duro prezzo».

Zeese inoltre, rinnova l’appello ai sostenitori di Manning affinchè diano il loro contributo sul sito creato in suo onore.

Non poteva di certo mancare l’intervento di Amnesty International che il 19 gennaio scorso scrive una lettera al segretario della difesa Robert Gates, esprimendo preoccupazione per le condizioni di detenzione di Manning, ritenute «inutilmente severe e punitive a tal punto da apparire in violazione degli Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners delle Nazioni Unite».

Regole, queste, che garantiscono a tutti i prigionieri non ancora processati standard minimi di trattamento. A supportare la preoccupazione della comunità internazionale sono le parole di David House, informatico e ricercatore, che visita Bradley due volte al mese e riferisce le sue condizioni.

«Viene tenuto in isolamento per 23 ore al giorno, dorme con le luci accese e viene controllato ogni cinque minuti».

L’articolo 10 degli Standard Minimum Rules dice chiaramente che i prigionieri hanno diritto ad una cella dove i requisiti igienici, di luminosità, ventilazione, spazio siano rispettati così da consentire al detenuto di vivere e lavorare.

Secondo le dichiarazioni di House, «Manning è costretto a dormire indossando soltanto un paio di pantaloncini, esponendo la pelle a diretto contatto con una coperta molto simile a un tappeto. Durante la notte viene svegliato dalle guardie se non completamente visibile».

Trattamento che viola l’articolo 17 della convenzione che stabilisce «il diritto per ogni prigioniero di indossare abiti comodi ed adeguati alla temperatura della cella. Mentre è assolutamente vietato fornirgli un vestiario umiliante e degradante».

«E come se non bastasse» conclude House «l’unica forma di esercizio consentitagli consiste nel camminare in circolo in una stanza per un’ora al giorno».

Marirosa Barbieri  27/04/2011 21.08