SPUNTI DI RIFLESSIONE

Diritto all’oblio: ecco perchè non può esistere (per il giornalismo)

Inganni, forzature e sviste per giustificare la censura. E' l’ultimo attacco alla libera circolazione delle informazioni

Redazione Pdn

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Diritto all’oblio: ecco perchè non può esistere (per il giornalismo)

INTERNET E INFORMAZIONE. In Cina se cerchi notizie sulla protesta di piazza Tienanmen non le trovi e ci si imbatte in una pagina bianca. Le critiche al governo non sono permesse, in Cina, dove è vietato anche scrivere post politici. Anche vedere video di Youtube è vietato. Tutti sono pronti a schierarsi contro la censura quando questo avviene in Cina mentre da questa parte del mondo sono tutti pronti a difendere il diritto all’oblio. Così in Italia se cerchi la voce “Renato Vallanzasca” su Wikipedia, in futuro, potresti imbatterti in una pagina bianca dal momento che il diretto interessato avrebbe chiesto la cancellazione della ‘voce’ che lo riguarda.
Che differenza c’è tra la censura cinese ed il diritto all’oblio che creerà buchi nella rete molto simili?
Anche i sassi sanno che quella che viviamo è “l’era della conoscenza” quella che ha utilizzato la tecnologia come volano della conoscenza. Dopo l’invenzione della stampa, forse, internet è stata la rivoluzione epocale e globale che ha cambiato il modo di conoscere e la possibilità di accedere alle informazioni.
Il Web ha reso tutto più facile e veloce.
Detto questo -specie negli ultimi anni- la Rete si è trasformata sempre più in una giungla, spesso senza regole, e la terra vergine della controinformazione che fu all’inizio è stata contaminata dai virus che erano già presenti nella informazione canonica dei media. Anche l’informazione on line è inquinata e presenta rischi.
Conseguenza diretta della FACILITA’ DI ACCESSO alle informazioni (per una società civile dovrebbe essere un pregio) ha generato anche l’esigenza per alcuni di far sparire date informazioni (anche in passato rintracciabili ma con maggiore difficoltà).
Il desiderio di oscuramento può essere dettato da molteplici esigenze sia legittime che illegittime e al momento in Italia e in Europa non esiste una regolamentazione in materia.
La lentezza dei legislatori ha permesso alla giurisprudenza di correre avanti, stabilendo caso per caso quando e perché cancellare o meno informazioni. Ne è nata anche una “presunta” giurisprudenza con massime e principi che si vogliono applicare a casi molto diversi.

L’INFORMAZIONE GIORNALISTICA: INFORMAZIONE DI QUALITA’ SUPERIORE
Tralasciando quelle informazioni presenti su siti personali, blog o social network, quello che maggiormente interessa qui sono, invece, le informazioni presenti sulle testate giornalistiche e sui media di informazione che sono soggetti a regole e doveri precisi (primo tra tutti il controllo delle informazioni).
Questo rende di “qualità superiore” le informazioni presenti sui “giornali”.
Si capisce allora anche la gravità di un provvedimento di qualsivoglia giudice a far sparire informazioni presenti su organi di informazione.
Infatti l’oblio oggi è diventato il grimaldello per CANCELLARE INFORMAZIONI VERE il cui permanere sulla rete «dà fastidio» o «crea danni».
E’ possibile che dietro il diritto all’oblio si stiano coagulando interessi vari, di gruppi di potere che hanno tutto da guadagnare dalla perdita della memoria dei cittadini? Vi ricordate la Cina?

A ben analizzare quello che sta succedendo in Italia ed in Europa, a giudicare il dibattito politico sull’argomento e le sentenze ondivaghe emesse, il dubbio si rafforza anche perché proprio l’oblio sembra essere la minaccia più concreta per la circolazione delle informazioni.
L’informazione è vitale per una democrazia e per questo controllarla è fondamentale per le dittature poiché è proprio sulla base dei dati disponibili che i cittadini si formano una idea ed un consenso sulle persone da mandare al governo. Ecco perché manipolare l’informazione è il cruccio di ogni “potere” che può essere messo in crisi da una informazione libera o rafforzato da una informazione di “regime”.
Con la nascita del diritto all’oblio di fatto si è creato uno strumento capace di bucare la rete della informazione creando dei vuoti simili a censure postume che potrebbero rendere impossibile ricostruire fatti e vicende del passato (come in Cina).

DIRITTO ALL’OBLIO: NON ESISTE UNA LEGGE
In pochi sanno che il diritto all’oblio non è regolamentato da alcuna legge. Già questo basterebbe per parlare di anomalia in uno Stato di… diritto.
L’invenzione di tale diritto lo si deve ai giudici e –finora- a POCHISSIME sentenze della Cassazione che hanno enunciato PRINCIPI PARTICOLARI cioè applicati a casi specifici che poi ognuno estende a piacimento al proprio caso.
Una tra le prime sentenze è quella della Cassazione Sezione Quinta Penale n. 45051 del 24 novembre 2009 che condannò Bruno Vespa per una puntata di Porta a Porta sull’omicidio della contessa Filo Della Torre.
Nella ricostruzione giornalistica il conduttore aveva illustrato solo una parte delle informazioni (contravvenendo all’obbligo della completezza ed equilibrio). In particolare illustrando lo scenario del delitto aveva parlato di «inquietanti scenari» e di ipotesi investigative, e non, che in qualche modo coinvolgevano il marito senza mai dire che «le ipotesi coltivate non avevano trovato alcuna conferma, al mancato approfondimento delle stesse ipotesi ed all'omesso rigoroso controllo delle fonti, che avrebbero consentito alla giornalista di prendere atto - e riferire - delle smentite che le stesse avevano aliunde trovato o delle pronunce dell'autorità giudiziaria che, con decisione irrevocabile, ne avevano stigmatizzato l'inconsistenza».
Dunque in questo caso si è in presenza di notizie NON LECITAMENTE PUBBLICATE perché in violazione delle norme basilari dell’attività giornalistica e non di una notizia vera e perfetta.

LA PRIMA FORZATURA
E’ a questo punto che la Cassazione poi tira fuori il diritto all’oblio che nel caso di specie si giustifica a pieno visto che il soggetto leso (il marito tirato in ballo nell’omicidio) era stato oggetto di una notizia parziale a distanza di oltre un decennio e che il suo coinvolgimento era stato smentito.
I giudici, dunque, afferrano che in questo caso quella persona non doveva essere tirata in ballo E IN QUEL MODO (diverso sarebbe stato il caso di una notizia perfetta nella quale si ricordava tra l’altro anche l’ipotesi che coinvolgevano il marito poi cadute).
Se così stanno le cose si capisce bene che cosa intendano quei giudici per diritto all’oblio e che in questo caso interviene DOPO L’ACCERTAMENTO DELLA DIFFAMAZIONE.
Una ulteriore sentenza della Cassazione degna di nota che sugella un principio ormai inderogabile è quella del 2012 (N. 5525 Terza sezione civile) che ha stabilito che le notizie in rete devono essere complete e aggiornate così da fornire al lettore tutti gli strumenti per comprendere l’intera vicenda e non solo una parte.

CASSAZIONE: MAI IMPOSTO CANCELLAZIONE ARTICOLI
Da notare che la Cassazione finora non ha mai imposto la CANCELLAZIONE di notizie. In un caso ha obbligato un editore (Rcs) a sostituire nome e cognome con le inziali in un vecchio articolo dell’archivio informatico. Il Garante della Privacy allo stesso modo non ha mai ordinato la cancellazione di notizie vere ma prescritto l’aggiornamento. In qualche caso ha stabilito che fosse giusto “deindicizzare” l’articolo di cui si richiedeva la rimozione così da rendere più ostico rintracciarlo nell’archivio digitale del sito sorgente.
Le uniche disposizioni contenute in sentenze (di primo grado) di giudici che stabiliscono la cancellazione delle notizie giustificandolo con il “diritto all’oblio” purtroppo rimangono quelle a carico di PrimaDaNoi.it .

CHE COSA E’ IL DIRITTO ALL’OBLIO: LA DEFINIZIONE
La Cassazione ha recepito questa definizione di diritto all’oblio:
«giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia che in passato era stata legittimamente pubblicata».
Ma i giudici precisano subito dopo che «riferire, a distanza di tempo, dello sviluppo di indagini di polizia giudiziaria deve ritenersi consentito in una ricostruzione storica dell'evento, pure a distanza di tempo e persino in chiave di critica all'operato degli inquirenti ed al modo in cui è stata svolta l'inchiesta».
La Cassazione ammette inoltre persino la «ricerca di una verità mediatica» alternativa a quella giudiziaria ma in tali casi - ha affermato la Corte - l'obbligo deontologico del giornalista deve parametrarsi a criteri di rigore ancora maggiore dell'ordinario; non gli è, infatti, consentito, neppure in chiave retrospettiva, riferire di ipotesi investigative o di meri sospetti degli inquirenti (veri o presunti che siano) senza precisare, al tempo stesso, che quelle ipotesi o sospetti sono rimasti privi di riscontro».
Dunque proprio dalla sentenza che ha dato la stura al diritto all’oblio sembra essere chiara una cosa: SI PUÒ CITARE, PARLARE, DISCUTERE, TRATTARE UN FATTO VECCHIO A PATTO CHE SIANO RISPETTATI GLI OBBLIGHI A CUI È SOGGETTO IL GIORNALISTA.
Un dettaglio non di poco conto visto che oggi indiscriminatamente si applica e si vuole applicare l’oblio ad articoli perfetti e non diffamatori.

L’INGANNO DELLA NOTIZIA "SEMPRE ATTUALE": LA RIPUBBLICAZIONE
Se la Cassazione sembra aver varato un diritto all’oblio è anche vero che questo è stato stabilito per un caso ben preciso dove intervenivano fattori ben precisi come un congruo lasso di tempo (quasi 20 anni), una informazione non esattamente precisa e soprattutto la RIPUBBLICAZIONE di una notizia vecchia e pure parziale.
Se questi sono gli ingredienti “ufficiali” si è col tempo e con la confusione preferito calpestarli e adattarli via via alle diverse singole esigenze.
Per cui i 20 anni sono diventati nelle richieste degli avvocati pochi mesi, con vicende ancora in corso e persino di processi non ancora iniziati (!), si è richiesta la cancellazione anche di notizie perfette e dunque vere e si è applicata la richiesta anche al web.
Si è trattato di estensioni di cui nessuno finora ha analizzato la legittimità in profondità.
Infatti secondo la Cassazione tanto si può parlare di “diritto all’oblio” se si è in presenza di una NUOVA PUBBLICAZIONE o di una RIPUBBLICAZIONE («reiterata pubblicazione») di una vecchia notizia.
Applicare il diritto all’oblio ai motori di ricerca, per esempio, significa ignorare bellamente uno dei criteri della Cassazione e cioè la “RIPUBBLICAZIONE”.
E’ facile, infatti, capire che gli articoli indicizzati di cui si chiede la cancellazione sono QUELLI VECCHI e non «ripubblicati» per cui viene a mancare un elemento essenziale indicato dalla Cassazione.
E’ ulteriormente falso anche l’assunto secondo cui essendo sui motori di ricerca questi ATTUALIZZANO PERENNEMENTE le notizie («la notizia è sempre attuale»).
E’ falso per il semplice fatto che i motori di ricerche non hanno una vita propria ma si AZIONANO solo dopo un IMPULSO ESTERNO, cioè del soggetto che fa una ricerca.
Ed il soggetto che fa una ricerca (soggetto attivo) potrà ottenere quel dato risultato solo inserendo DETERMINATE CHIAVI (cioè l’articolo di cui si chiede la cancellazione per il diritto all’oblio).
Immettendo altre chiavi i risultati saranno diversi. Questo significa che non esiste una attualizzazione perenne della notizia (pari a una «ripubblicazione» a prescindere dal sogetto attivo) e che le vecchie notizie giacciono tranquille e spesso dimenticate negli archivi on line dei giornali fino a quando qualcuno -INTERROGANDO i motori di ricerca- non li ripesca. Questo allora non equivale a “riportare agli onori delle cronache fatti vecchi” perché una generalità di persone non viene raggiunta da quella notizia “ripubblicata”.
Per esempio, molti, invocando il diritto all’oblio, inseriscono come chiave di ricerca il proprio nome e cognome sostenendo che tra i primi risultati si trovano articoli “sgraditi”. Ma quante persone fanno la medesima ricerca?
Dieci, 100, 1000 persone che ripescano un articolo di giornale corretto, magari sgradito ad uno solo, può giustificare la cancellazione di quelle informazioni vere? Dal punto di vista processuale poi occorrerebbe la prova del danno arrecato e la prova a rigor di logica della diffusione dell'articolo contestato come se fosse stato "ripubblicato" e dunque conosciuto da una vasta moltitudine (cosa che di fatto non è quasi mai in mancanza di fatti nuovi).
Se in definitiva, secondo la Cassazione, il soggetto attivo è il giornalista che «ripubblica» una notizia che non doveva essere attualizzata, sul web le cose cambiano molto.
In questo caso il soggetto attivo è chi sostiene di essere leso dall’informazione (che effettua la ricerca) non essendoci di fatto alcuna RIPUBBLICAZIONE.
Se tutto questo è vero, giuridicamente si starebbe applicando la medesima regolamentazione del diritto all’oblio ad una FATTISPECIE diversa.

L’IMBROGLIO DELLA PRIVACY
Impossibile arrivare al diritto all’oblio senza passare dalla Privacy, altro concetto stiracchiato e buono per giustificare qualunque richiesta di cessazione di divulgazione di informazione.
Così come altri diritti anche quello della Privacy è garantito ovviamente dalla Costituzione ma entro certi limiti (tutti i diritti sono spesso limitati…). Per esempio vi sono condizioni stringenti per enti pubblici o operatori economici che devono attenersi a limiti più netti nel trattamento dei dati sensibili (richiesta di consenso, tempo limitato ecc).
Questi limiti cadono in presenza di un bene ed una libertà maggiore come il diritto di cronaca o il diritto ad essere informati per cui i media e l’attività giornalistica hanno una libertà di movimento più ampia.
Infatti non è necessario chiedere il consenso per la pubblicazione di nomi quando si è in presenza di notizie di interesse pubblico, così come i giornali non devono chiedere il consenso per la pubblicazione di foto che riguardano fatti di cronaca o scattate in luoghi pubblici o aperti al pubblico.
L’attività giornalistica è soggetta a obblighi diversi in tema di privacy anche per questo non è corretto parlare di “illecito trattamento dei dati sensibili una volta trascorso un congruo tempo” proprio perché la disposizione del “congruo tempo” è relativa a chi deve soggiacere a quegli obblighi stringenti che il legislatore non attribuisce ai giornalisti.
Dunque giustificare l’oblio passando per queste norme sulla privacy appare quantomeno forzato.

LA TUTELA DELLA PERSONA: DANNEGGIATI DALLA VERITA’
Altra argomentazione semplice e lapalissiana è quella che parte dalle finalità proprio della legge sulla privacy che è stata varata per tutelare la persona, la sua dignità, la sua sfera privata ed inviolabile.
Una tutela suprema che mette al centro l’uomo e la sua intimità.
Ora, tirare in ballo questa norma ed utilizzarla per richiedere l’oblio e la cancellazione di articoli di giornale CORRETTI (cioè veri) dovrebbe apparire assurdo in quanto la verità è un bene imprescindibile ed inderogabile per una democrazia e proprio per questo NON PUO’ CREARE DANNI il cui risarcimento sia garantito dall’ordinamento.
Sdoganare il principio secondo cui anche la verità «crea danni» risarcibili è una crepa che è destinata a stravolgere gran parte dei diritti collettivi.
Per esempio, se vengo arrestato ed il mio nome finisce su tutti i giornali a me di certo non fa piacere ed è indiscutibile che quegli articoli danneggiano me, la mia famiglia e la mia dignità.
Ma questo danno secondo la Costituzione (e tutte le norme vigenti) non è azionabile, cioè non si può richiedere un risarcimento perché quegli articoli (che si presumono corretti) sono il frutto di una attività garantita dalla Costituzione a presidio di un bene superiore (alla privacy di quel singolo) come l’interesse pubblico.
Accettare la risarcibilità di questi danni significherebbe imporre una pesantissima censura che minerebbe la vita democratica.
Se allora i piani sono diversi bisognerebbe ammettere l’impossibilità di richiedere il diritto all’oblio per notizie VERE (proprio perché la verità non può produrre danni azionabili, mai nemmeno dopo decenni).
Ma pare che anche questo aspetto primario sia stato calpestato annullando per effetto del tempo trascorso la DISCRIMINANTE DEL DIRITTO DI CRONACA.

L’IMMORALITA’ DEL DIRITTO ALL’OBLIO
L’ennesimo inganno dietro il concetto di diritto all’oblio parte dal principio costituzionale di “pena riabilitativa” del nostro codice che non ammette la pena di morte proprio perché la pena deve servire ad educare per riabilitare.
Ne deriva che chi sconta per intero la pena comminata dal giudice ha diritto alla riabilitazione.
Il cittadino condannato CHE HA PAGATO ritorna ad essere uguale agli altri (anche se la sua fedina penale rimarrà sporca) cioè riacquisterà tutti i diritti civili.

Partendo da questo principio alcuni giudici e in parte anche la Cassazione hanno pensato di legare il concetto di “piena riabilitazione” alla persistenza di notizie che riguardavano i fatti oggetto della condanna.
Secondo questa giurisprudenza quelle stesse notizie (vere) IMPEDIREBBERO la piena riabilitazione. Si fa spesso il caso del datore di lavoro che facendo una ricerca scopre che il candidato in cerca di un impiego che ha di fronte è stato in carcere. Ora, caricare le responsabilità di una scelta privata su articoli di giornale, appare inadeguato ed eccessivo, meglio sarebbe educare i cittadini ed informarli sul diritto alla riabilitazione dei condannati (ma si tratta di un caso limite).
Infatti, la piena riabilitazione del cittadino è una cosa, mentre la circolazione delle informazioni è un’altra e legarle significa indicare proprio nella informazione LA CAUSA della ipotetica mancata RIABILITAZIONE del soggetto condannato.

Spostandosi su un piano morale o "civile" potrebbe essere anche discutibile e nociva la stessa esistenza di un tale diritto che certifica la “bontà di non ricordare” e di dimenticare pezzi di storia o semplicemente fatti più o meno importanti per una comunità piccola o grande che sia.
La memoria è sempre stato un valore positivo per il progresso (c’è persino “la giornata della memoria” per non dimenticare gli orrori del nazismo e le vittime dell’Olocausto…) ne deriva logicamente -di converso- che l’oblio non può essere altrettanto un valore positivo.

Fornire ad un soggetto un diritto in base al quale è lui stesso che decide cosa cancellare dalla storia rispetto a fatti della sua vita è un assurdo di cui non ci si rende ancora conto e che porterà aberrazioni infinite.
Un tale diritto che garantisce il singolo (che si sente danneggiato) e mortifica la collettività è una eccezione che per esempio è giustificata nel caso in cui bisogna tutelare categorie particolarmente svantaggiate o deboli come minori e disabili.

Il diritto all’oblio (applicato ai giornali) allora potrebbe essere un diritto incompatibile con la nostra Costituzione così come è incompatibile con i principi di civiltà pretendere che alla società civile venga impedito di cercare (e trovare) infromazioni vere.

Il diritto all’oblio a maggior ragione non può esistere -come è diventato oggi- per l’impossibilità di una valutazione oggettiva e misurabile dei molti parametri che intervengono in ogni singola vicenda (giusto o sbagliato, poco o molto tempo, vero o falso, personaggio pubblico o no, di interesse generale o meno, notizia rilevante o no….), lasciando di fatto al giudice troppa discrezionalità con il rischio di un DIRITTO INCERTO.
Di converso ammettere il diritto all’oblio significa sdoganare la censura (benchè postuma) vietata dall’ordinamento, significa ledere un bene primario come il diritto ad essere informati e ancor di più il diritto alla conoscenza o di ricerca (i fatti di cronaca possono diventare anche storia…).
L’attuale situazione di caos determinato anche dalla recente sentenza della Corte Europea è però destinata a mutare nel medio periodo con l’introduzione di normative nazionali o europee.
E c’è ancora tutto lo spazio per peggiorare la situazione.

Alessandro Biancardi