La privacy prevale sulla cronaca: due parole sulla sentenza di condanna

Alessandro Biancardi

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L’EDITORIALE. ABRUZZO. La sentenza del giudice del tribunale di Ortona sembra scrivere nuove norme, le interpreta in maniera differente dal Garante per la privacy, ribalta consuetudini e giurisprudenza.

Così succede che un articolo perfetto -perchè non contestato nel merito nemmeno dalla controparte- diventa lesivo dell’onore perchè scaduto come il latte.
Ci è stato dunque ordinato di cancellare un articolo e ci è stata comminata pure una multa pesantissima (per noi) di 5mila euro più spese legali.
La decisione che non accettiamo supinamente e contestiamo sotto profili sostanziali e giuridici costituisce una ferita che è quasi uno squarcio per il diritto di cronaca e colpisce nello specifico chi questo mestiere ha deciso di farlo utilizzando il web, dovendo pagare il prezzo di avere articoli che sono «facilmente consultabili» da tutti come se fosse un problema e non un pregio.
Un problema che qualcuno ha deciso di scaricare comunque sui quotidiani on line e non sui motori di ricerca che in effetti facilitano la ricerca.
Una differenza di trattamento tra carta stampata e on line inedita mentre la legge sancisce l’assoluta parità tra i diversi mezzi di informazione.
E’ difficile per noi accettare il fatto che le norme siano carenti (in questo caso non ci sono per niente), ma si viene condannati per non aver fatto qualcosa che le leggi non prescrivono.
Nel nostro caso l’articolo era una semplice cronaca giudiziaria aggiornata fino all’archiviazione, in una sola pagina, notizie vere e non contestate, per di più complete. Nel nostro caso pur in presenza di tutti i requisiti di cronaca abbiamo «leso l'onore».
La norma dedotta dal giudice è quella che le notizie, nel caso in cui si parli di una vicenda giudiziaria terminata con l’archiviazione, possa rimanere negli archivi digitali dei quotidiani on line
non più di sei mesi.
Tanto basta ed è sufficiente per garantire il normale scopo della cronaca, secondo il giudice che ha condannato PrimaDaNoi.it, quotidiano che si è macchiato ancora una volta del delitto di aver difeso la verità, la libertà ed il diritto di far sapere a voi come stanno le cose.
Così per oltre cinque cinque anni ci siamo opposti alle richieste insistenti dei coniugi ricorrenti di cancellare l’articolo  e così ci hanno costretto a difenderci in più sedi impegnando il nostro tempo e le nostre risorse. Oggi  dobbiamo subire l’ennesima umiliazione, soltanto per aver fatto il nostro dovere con onestà e a carissimo prezzo.

«ARTICOLO CONSULTABILE SULLA PRIMA PAGINA DEL GIORNALE»

La sentenza si basa sul fatto (falso) che siccome l’articolo è stato per anni sulla «prima pagina del giornale» ha prodotto un danno ai ricorrenti nell’onore.  
Non si capisce come e perchè un articolo che racconti una storia vera possa ledere l’onore. Non si capisce perchè il giudice abbia poi intimato la cancellazione dell’articolo e non, per esempio, la sostituzione dei dati sensibili con le iniziali.
Ma quello che non possiamo accettare è la circostanza falsa scritta per ben due volte in sentenza che l’articolo è stato sempre «in prima pagina».

E’ chiaro che il giudice non ha mai letto PrimaDaNoi.it, e pur dovendo decidere non ha ritenuto opportuno verificare di persona la veridicità della affermazione. E’ poi singolare che la controparte imbecchi una notizia del genere senza essere obbligata a provare l’affermazione (come detto impossibile da provare visto che è falsa).
Su questa affermazione falsa è probabile che si sia creata la convinzione del giudice. L’articolo invece era solo nell’archivio ed è stato in home page un solo giorno.
Allora perché si parla di «prima pagina»? E’ possibile che il giudice confonda la prima pagina del giornale con la prima pagina del motore di ricerca, totalmente estraneo al quotidiano: in questo caso l’errore sarebbe davvero disarmante.
Un dubbio ci sorge per il semplice fatto che nei diversi colloqui con i ricorrenti ed i loro avvocati si faceva riferimento sempre e solo a Google che pure è stato citato in giudizio e mai al fatto che l’articolo si trovasse nel nostro archivio.
 
LA DATA DI SCADENZA: 6 MESI

Ammettendo che il giudice abbia ragione, la domanda alla quale rispondere è: che cosa avremmo dovuto fare per non violare la legge del giudice?
E’ chiaro: avremmo dovuto cancellare l’articolo dopo sei mesi visto che i ricorrenti ce lo chiedevano anche se non c’è alcuna norma che prevede questo.
Avremmo dovuto immaginare, per chissà quale scienza, che il ciclo vitale di un articolo sul web è solo di sei mesi.

Il meccanismo della decisione infatti è questo: il Codice della privacy autorizza a trattare i dati sensibili (nomi e cognomi) solo per «il tempo necessario allo scopo». Qui lo scopo è la cronaca. Poi il giudice stabilisce che il tempo necessario alla cronaca è di sei mesi e, dunque, per il periodo eccedente si incorre in violazione della privacy. Ma come avremmo dovuto sapere della scadenza rimane un mistero.

L’assurdità della cosa assume toni grotteschi perchè nel frattempo l’organo più autorevole in tema di privacy si era già espresso dando torto ai ricorrenti. Però secondo il giudice di Ortona nonostante il Garante della Privacy ci avesse dato ragione e dicesse che  «l'articolo può restare on line» perchè «il trattamento dei dati personali è stato effettuato nel rispetto della disciplina di settore per finalità giornalistiche» avremmo dovuto cancellarlo lo stesso.
Avremmo dovuto in sostanza credere che l’Authority è un ente inutile che non conta, anzi che dice fesserie e che per questo bisogna fare il contrario per non incorrere in violazioni e sanzioni.
Chi poteva immaginare che si potesse ritenere diffamatorio un articolo perfetto quando da sempre, rispettando i criteri di veridicità, continenza ed interesse pubblico non c’è diffamazione che tenga? Anche se si scrive una cosa potenzialmente diffamatoria ma corretta, di interesse pubblico e senza offese il diritto di cronaca prevale sempre.
E poi se c’è interesse pubblico al momento in cui si scrive perchè poi quell’interesse viene meno?
Si parla anche spesso a sproposito di diritto all’oblio, altra cosa mai codificata in nessuna legge.

Nel caso in cui uno dei tanti politici inquisiti venisse prosciolto si deve pensare che il popolo sovrano non avrebbe più diritto a conoscere la vicenda giudiziaria.
La Costituzione dice che l’informazione è bene vitale perchè strettamente legato alla democrazia.  In Abruzzo invece prevale la privacy.
Il giudice di Ortona sembra essersi discostato anche dalla Corte di Cassazione che pare dire qualcosa di diverso: “il diritto di cronaca prevale sempre sulla privacy”.

LA BEFFA: SI PUO’ CONSERVARE L’ARTICOLO MA IN FORMA CARTACEA

Ordinata la cancellazione dell’articolo perchè in formato digitale e, dunque, troppo facile consultarlo, il giudice ci concede la facoltà di mantenere una copia del pezzo nell’archivio cartaceo del giornale. Sarà colpa dei nostri pochi mezzi ma noi un archivio cartaceo con tutti i 70mila pezzi non ce lo abbiamo. Fino ad ora non abbiamo trovato una sola ragione per averne uno ma ci piacerebbe sapere se gli altri quotidiani on line ne hanno per caso uno.
Questa prescrizione sembra davvero anacronistica.
Sembra quasi una lotta contro la tecnologia che ci facilita la memoria degli avvenimenti, la conoscenza e che in questo momento nel mondo fa tremare i governi. Nel Bel Paese invece viene ostacolata.
Per quanto ci riguarda è la seconda volta che siamo vittima di sentenze che non hanno nulla a che fare con la verità storica, quella vera e ci colpiscono perchè abbiamo fatto con determinazione il nostro lavoro senza lasciarci intimorire.
Da oggi sappiamo che abbiamo sempre sbagliato a difendere il vostro diritto a leggere e conoscere (perchè a noi proprio poco ci importa se nell’archivio ci sono 1-2-10-1000 articoli di meno...)
Oggi sappiamo che a queste richieste non ci possiamo opporre e dunque toglieremo tutti gli articoli che ci verranno richieste (… e già fioccano le sollecitazioni).
Non siamo più disposti a difendere i diritti di nessuno in un paese dove accadono queste cose.

LA BEFFA 2: LA LEGGE CHE APPLICA IL GIUDICE E’ IN DISCUSSIONE

Non c’è bisogno di essere giuristi per capire che se si sta discutendo per approvare una legge che stabilisce proprio che dopo un certo tempo gli articoli debbano essere cancellati per tutelare la privacy, quella legge non è in vigore, dunque, non la si può violare.
Se si sta discutendo vuol dire che la legge non c’è. Lapalissiano.
Esiste un disegno di legge presentato dall’onorevole Lussana che ha scatenato un putiferio alcuni mesi fa ed è sovrapponibile completamente al caso di PrimaDaNoi.it.
La legge se passasse rischierebbe di far ammalare di amnesia il web che diventerebbe carente, le informazioni difficili da reperire o mancanti del tutto. Per ora la norma non vige ma a leggerla bene sembra proprio che invece noi l’abiamo già violata…
Un altro fatto certo è che il problema di contemperare privacy e cronaca esiste e per questo è urgente una legge che stabilisca criteri. Anche per questo è sostanzialmente ingiusto far pagare a qualcuno questo vuoto normativo.  
Soluzioni anche negli altri paesi non sono state trovate ed i più alti giuristi di tutto il mondo stanno cercando la strada mediana.
A tal proposito crediamo che sia esemplare quanto scritto pochi giorni fa dal responsabile della privacy di Google sul suo blog personale.
«Il web è disseminato di riferimenti circa la mia condanna penale in Italia, ma rispetto il diritto dei giornalisti e di altri di scrivere su tale vicenda senza avere alcuna illusione di poter avere un diritto di eliminare tutti i riferimenti a tale storia col passare del tempo. La storia va ricordata, non dimenticata, anche se essa è dolorosa. La cultura è memoria».
Se è vero, si sta cercando di gettare il paese nell’oblio dell’ignoranza per meglio gestirlo.
Calza a pennello ancora una volta l’esempio di pessima giustizia del caso Enzo Tortora. Che forse la famiglia del presentatore si è sognata di chiedere la rimozione di tutti gli articoli che parlano dell’ingiusto arresto e calvario dell’inventore di Portobello? Che forse a distanza di quasi 30 anni i cittadini di questa Repubblica non debbano avere il diritto di conoscere, sapere, riflettere e indignarsi per quanto accaduto?
Come si spiegano allora i 24mila risultati di Google, molti dei quali nemmeno scritti da testate giornalistiche e dunque non coperti da diritto di cronaca?
Sappiamo che qualcosa di molto pericoloso è successo ed ora temiamo le ripercussioni.
Possiamo accettare (con qualche difficoltà) che persone potenti, pregiudicate dai nostri articoli (veritieri), facciano di tutto per ostacolarci, intimidirci, farci soccombere o sparire. Non possiamo accettare di essere costretti a doverci difendere persino dalla “giustizia”.

Alessandro Biancardi  28/03/2011 9.29