Le "Wikirivolte" infiammano il mondo: così stanno cadendo le dittature storiche

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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IL MONDO IN FERMENTO. “Wikirivolte”, così sono state ribattezzate le proteste che dal 17 dicembre scorso infiammano il Nord Africa.
All’inizio è stata la Tunisia, poi sono seguiti Egitto, Sudan, Yemen, Algeria, Iran, Libia, Arabia Saudita. Seguono altri Paese dove la situazione inizia ad agitarsi come la Cina… I social networks continuano ad essere lo strumento privilegiato dei manifestanti per organizzare proteste e raccogliere consensi. Proprio in questi giorni su facebook e twitter si rincorrono notizie e posts che preannunciano futuri focolai di rivolta in Cameroon, Qatar, Kuwait. Ma qual è la situazione in Nord Africa a distanza di due mesi?

 

TUNISIA. Il nuovo presidente Gannouchi è troppo vicino al governo Ben Alì


Dal giorno in cui il venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco in segno di protesta contro il caro prezzi, il malcontento della gente si è riversato contro il governo Ben Alì. Ruolo chiave in questa vicenda, la pubblicazione da parte di Wikileaks di alcuni documenti che denunciavano corruzione e sperperi del governo in carica, a scapito della popolazione ridotta allo stremo. Agli scontri è seguita la fuga di Ben Alì (che dicono stia male o addirittura morto) A prendere le redini della situazione ci ha pensato il presidente del consiglio Gannouchi che, nonostante il malcontento della popolazione, ha assunto provvisoriamente la carica presidenziale ad interim. «Gannouchi è un elemento troppo vicino al vecchio governo», sostengono i manifestanti che non sembrano affatto rassicurati da questo cambio di guardia al potere. Infatti il clima non è ancora tornato sereno e le proteste per le strade continuano.

 

EGITTO. Abbiamo sconfitto Mubarak, ce l’abbiamo fatta


Non si è ancora normalizzata la situazione in Egitto dove le proteste cominciate il 25 gennaio scorso, hanno portato alle dimissioni del Presidente Hosni Mubarak nel giro di tre settimane. Anche qui i cablogrammi rilasciati da Wikileaks hanno fatto luce sul governo in carica. Dopo la fuga di Mubarak il Consiglio Supremo delle Forze Armate Egiziane ha preso il potere annunciando in un comunicato «il pacifico passaggio dei poteri e le elezioni libere» e nei prossimi mesi lo stesso organo «si farà garante delle riforme legislative e costituzionali promesse dal Presidente Mubarak».
IN SUDAN. Il 30 gennaio 2011 una grande manifestazione in Sudan non ha portato agli stessi risultati di Egitto e Tunisia ma si è rivelata un successo per le centinaia di manifestanti scesi in piazza. ‹‹Rivoluzione contro la dittatura››, urlava la folla contro il Omar al-Bashir. Ad ispirare le proteste sono le vicende di Egitto e Tunisia ed un cablogramma in particolare rilasciato da Wikileaks. Quest’ultimo descriverebbe un incontro tra il ministro degli esteri Sudanese Deng Alor ed il presidente Mubarak. Oggetto del discorso tra i due, l’instabilità politica in Sudan. In quella stessa sede Alor non nascondeva preoccupazioni sulla possibilità che i fondamentalisti islamici potessero volgere l’instabilità di governo a proprio vantaggio. “Insieme contro la povertà, la corruzione e l’ingiustizia”, questo lo slogan dei manifestanti yemeniti riportato dal The Guardian.
IN YEMEN. Il 3 febbraio scorso “the day of rage” (il giorno della rabbia in Yemen) la popolazione chiedeva al presidente Saleh di formare un nuovo governo. Dalla metà di Gennaio, le proteste in Yemen non si placano. Secondo le stime dello Human Rights Watch, la polizia ha aggredito dimostranti, giornalisti, avvocati, attivisti nella capitale Sanaa, senza alcun motivo. Circa 3000 studenti dell’università di Sana'a si sono scontrati con le forze dell’ordine usando bastoni, pietre, coltelli.

 

ALGERIA. Bouteflika non ha scampo


«Dopo Mubarak, toccherà a Bouteflika», è la minaccia del popolo algerino che, durante la marcia di protesta del 12 febbraio scorso gridava «Libertà e democrazia all’Algeria». L’Algeria’s day of destiny (il giorno del destino dell’Algeria), così è stata ribattezzata la manifestazione di protesta contro il governo del presidente Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999 e colpevole di non aver risollevato il Paese dalla povertà in cui versa. I tassi di disoccupazione in Algeria sono molto elevati.
Quasi la metà della popolazione sotto i 25 anni è disoccupata. Inoltre, la corruzione del governo e gli standards carenti dei servizi pubblici sono alla base di insoddisfazione e malcontento popolare. Oltre 2000 i manifestanti, circa 800 le persone arrestate, 500 gli studenti universitari che hanno disertato le lezioni ritrovandosi in piazza May first square. Nonostante i dimostranti avessero intenzioni pacifiche, il governo ha schierato blocchi di polizia nelle strade della città. «La polizia ha fatto di tutto per far sembrare la folla violenta e addossarle la colpa»  è quanto afferma

 

IRAN. Il movimento Gpo ha organizzato una manifestazione utilizzando Twitter


il blogger ed attivista Elias Filali ai microfoni di Al Jazeera.  A poco sono servite le parole del presidente che ha annunciato di risolvere il prima possibile la situazione di emergenza. «Il popolo algerino continua a desiderare una rottura, la fine del governo attuale e una nuova, trasparente democrazia», dichiara ai microfoni di France24 Fodil Boumala, scrittore e membro del CNCD (National Coordination for Change and Democracy). Richieste per ora rimaste inascoltate.
«Il movimento gpo (Green Path Opposition) non è in grado di provocare una grande rivolta in Iran», si legge in uno dei cablogrammi di Wikileaks. Il Gpo, un gruppo di attivisti che usano twitter per diffondere informazioni per in Iran, sarebbe alla base della protesta del 14 febbraio scorso nel Paese. Nonostante i suoi numerosi seguaci, il gruppo non ha ottenuto i risultati sperati.
«Bisogna capire il perché in Iran le proteste non sono state così forti da avere ripercussioni sul governo come in Egitto e Tunisia dove la popolazione ha ottenuto un cambio di guardia» osserva il Tehranbureau, e continua «Le ragioni di ciò sono da rintracciare in un cablogramma dell’ufficio stampa iraniano e rilasciato da Wikileaks». Il documento, titolato “la politica interna dell’Iran”, descrive il governo iraniano come forte e violento in grado di reprimere qualsiasi dissenso ricorrendo persino a mezzi estremi. «Il Gpo iraniano come l’Egitto non ha un piano di rivolta prestabilito», conclude il documento, «ma a differenza del regime di Mubarak il governo dell’Iran è molto più preparato a contenere le insurrezioni».
LIBIA. Gheddafi ha arruolato mercenari dal Chad per uccidere i Libici
«La nostra richiesta è di rovesciare il governo. Di far cadere Gheddafi ed il suo regime». Questo il grido dei manifestanti durante le proteste del 17 febbraio scoppiate in Libia. «Siamo stufi, ne abbiamo abbastanza, vogliamo cambiare governo, 1200 detenuti uccisi nel carcere di Abu Sleem, 500 bambini sieropositivi a Benghazi. Non ne possiamo più››. 
La corruzione e gli eccessi della famiglia Gheddafi, nonché la povertà in cui versa la gente si sommano al malcontento. La situazione nella capitale, a Tripoli, è diventata subito incandescente. Si chiedevano riforme ed il cambio di regime soprattutto dopo la notizia secondo la quale Gheddafi avrebbe reclutato mercenari dal Chad una settimana prima che avessero inizio le rivolte in Libia. È quanto emerge da un’intervista ad Ibrahim Sahad, segretario generale del fronte nazionale della salvezza in Libia. Lo stesso Sahad, infine, afferma che Gheddafi avrebbe inviato dei sicari a Milano, Roma, Londra, Parigi per uccidere i cittadini libici residenti in occidente e contrari al suo governo (ma la fonte non trova conferma).

 

QUATAR. Sostieni la rivoluzione contro la corruzione


E’ stato fissato anche per il Qatar il giorno della protesta: “Sostieni la rivoluzione in Qatar contro la corruzione, il 27 febbraio” è lo slogan di un gruppo Facebook che in questi giorni si sta diffondendo sul web. Dal giorno in cui è stato creato, l’8 febbraio, sono già 500, i seguaci di questo gruppo. Alla base della protesta annunciata ci sarebbe il malcontento contro il regime del presidente Hamad Bin Khalifa al potere dal 1995. Inviso a gran parte del mondo arabo per le sue posizioni filoisraeliane, il presidente del Qatar è noto per il suo supporto ad Al Jazeera, tv pro israele e filoccidentale.
Noi, il gruppo Fifth Fence esortiamo il popolo del Kuwait ad insorgere contro questo governo corrotto
KWAIT. Il ministro degli interni Jaber fa come Ponzio Pilato
ed antidemocratico». L’appello del gruppo Fifth Fence parla chiaro. Il gruppo del Kuwait che organizza rivolte con l’uso di Twitter, sta preparando una manifestazione di protesta prevista l’8 marzo. La manifestazione prende le mosse dalla vicenda che ha visto coinvolto il ministro dell’interno Shaikh Jaber al-Khalid Al Sabah nella morte del cittadino di 35 anni del Kuwait, Mohammad Gazzai Al Mutairi. La vittima, dopo essere stata arresta in stato di ebbrezza sarebbe morta, in carcere, dopo sei giorni di tortura. Nonostante dopo i fatti si sono chieste le dimissioni di Jaber (che non avrebbe fatto nulla per appurare i colpevoli), il ministro sarebbe rimasto in carica su richiesta del gabinetto. Ad infiammare gli animi dei manifestanti vi sarebbe anche un cablogramma reso noto da Wikileaks che registra un incontro tra l’ambasciatore Usa in Kuwait ed il ministro degli interni Jaber. Durante il meeting l’ambasciatore Usa avrebbe criticato il sistema legale del Kuwait accusandolo di mancanza di trasparenza e di torture sui prigionieri. Altro tema toccato sarebbero state le sorti dei prigionieri del Kuwait ancora detenuti a Guantanamo. Appare chiaro, dal dialogo, il disinteresse del Kuwait a reimpatriarli. «Lei sa meglio di me che con i prigionieri è meglio non avere a che fare», dice il ministro Jaber all’ambasciatore Usa, «non posso farli tornare qui. Non abbiamo centri di rieducazione. Non possiamo fare altro che sbarazzarcene e lavarcene le mani». Da quando è stata annunciata la manifestazione di protesta dell’otto marzo sono state programmate una serie di riforme. «Si comincia a vedere una speranza nel terreno politico del Paese», afferma l’associazione dei diritti umani in Kuwait (KHRS). In un comunicato stampa. La stessa associazione annuncia di voler sfruttare questa apertura da parte del governo di Al Sabah per ottenere la libertà di associazione, al momento non garantita nel Paese.
Marirosa Barbieri 21/02/2011 19.48